Stesso avvenimento, reazioni diametralmente opposte

A volte capita che, per quanto si voglia bene a qualcuno, non si riesca affatto a comprenderlo. E forse neppure si prova a farlo, perché dare tutto per scontato è una cosa fin troppo naturale.
Ne parlavo proprio alcuni giorni fa, raccontando un fatto curioso che mi è capitato: stesso avvenimento, reazioni diametralmente opposte.

Vedete, io sono una che ama gli animali, o così mi sono sentita dire, e mi sta bene. Non è una brutta definizione ed è abbastanza vero. Sapete, sono anche sensibile, mi è stato fatto notare. Questo spesso è meno bello ma è indubbiamente vero, ahimè, e quando le due cose si sposano ci sono io che inorridisco e imploro di cambiare canale quando vedo cuccioli morire nei documentari. È prassi: niente mi spezza più il cuore di un cucciolo che soffre.

Il mio “amore” non si ferma ai cuccioli e ho sviluppato un senso di attenzione verso anche altre forme di vita più piccole. A volte mi fermo ad osservare le formiche che lavorano e m’incazzo se qualcuno ci passa sopra. Un minimo di rispetto per chi lavora sodo tutta l’estate, accidenti. E ho stretto un duro accordo con i ragni che, di tanto in tanto, decidono di venire allo scoperto nel mio bagno: “tu non ti avvicini a me, io non mi avvicino a te. E non dico neppure a qualcuno che sei qui. Io alla mia vita e tu alla tua, abbiamo un patto”. Se nessuno mi sente chiamare aiuto, significa che sta funzionando.
Sto provando a farmeli piacere almeno un po’, i ragni. Nulla contro di loro, non è che ho paura, i loro corpicini cicciotti tenuti su da quelle lunghe ed esili otto zampette mi fanno solo impressione, ma finché io guardo loro e loro guardano me tenendoci a debita distanza, va tutto benissimo, funziona, è la ricetta per una sana convivenza. Questo purtroppo non funziona con le possibili blatte: io posso anche guardare loro, ma quelle piccole traditrici se ne infischiano dei patti, si mettono a correre e non riesco a non stare ad almeno un metro e mezzo lontana da loro. Sì, di loro ho paura.
Un mesetto fa ho salvato un bruchetto dall’acqua e ogni giorno tento di intavolare una discussione con le lucertole in cortile. Loro mi guardano e mi girano la testa: se non altro, so che stanno ascoltando.

Sapendo tutte queste cose di me, non pensavo veramente che apparisse così insolito quando, quella sera, presi per mano un topolino.

In casa mia erano giorni che circolava voce di un topo nel cortile:

  • Mi ha rubato i guanti.
  • Si sta facendo il nido sotto la legna da qualche parte.
  • Mi ha mangiato i semi di girasole.
  • È lungo almeno trenta centimetri. L’ho visto.

Quando sono tornata a casa, quella sera, ho scoperto che non c’era nessuno. Mi sono sistemata e poi sono uscita un attimo in cortile. L’ho visto. Stavo per tornare dentro e l’ho visto: orecchie a sventola, occhietti neri e lucidi, musetto adorabile. Era fermo e non è scappato, così l’ho fatto io, solo per andare a prendere la fotocamera dalla mia stanza. Gli ho scattato due foto ma era strano che non tentasse di fuggire, così ho provato ad accostarmi e niente, gli ho lanciato un pezzo di pane e ha cercato di muoversi, ed è stato in quel momento che ho capito che aveva qualcosa che non andava: il piccoletto era ferito. Ho lasciato tutto da una parte e mi sono avvicinata, con il poverino che tentava di fuggire ma non faceva che trascinare le sue zampette posteriori come un peso morto.
Ho fatto quello che mi sembrava semplicemente naturale fare, ovvero ho allungato la mano destra e l’ho alzato, cercando di capire dove fosse il suo problema.
Non era lungo trenta centimetri ma forse la metà, sembrava solo un criceto con una lunga coda, e non era nemmeno aggressivo, anzi era particolarmente impaurito. L’ho accarezzato e ho cercato di vedergli la pancia. Non mi ha morso. Non mi ha fatto assolutamente niente: un animale non domestico perfettamente mite.
Ho cercato di parlargli, volevo solo aiutarlo, purtroppo in quel momento sono rientrati a casa loro: i miei genitori.
Quando ho visto il topo, la prima cosa che ho pensato, era che avrei dovuto trovare qualcosa per metterlo dentro e portarlo in campagna, perché loro lo avrebbero ucciso. Non ho trovato nulla e non ne ho avuto il tempo, così loro mi hanno trovata fuori inchinata e parlando da sola. Quando hanno capito che non stavo parlando con il cane della vicina o con una delle mie tartarughe, hanno iniziato ad allarmarsi. Ho detto loro che non avrebbero dovuto fargli del male, hanno continuato a chiedermi cosa fosse, e a quel punto gliel’ho detto: il topo.

Se pensate che nella realtà le scene allarmistiche dei film non possono esistere, che sono troppo esagerate, vi state sbagliando: non ho mai visto un uomo e una donna adulti gridare e reagire a quel modo come loro. E mai pensavo ad una scena del genere. Si sono letteralmente barricati dietro la tenda della porta gridando di lasciarlo stare, che non ho due anni e dovrei saperlo che non si toccano, che sono animali pericolosi, le malattie, le fogne, il veleno, e neanche più ricordo cosa. Avevo paura, in effetti, ma non del topo. Sapevo che se l’avessi lasciato, loro lo avrebbero ucciso.

Ricordo di quando avevo tredici anni e, nella casa dove stavamo, c’era un grande ballatoio chiuso che usavamo come soffitta: mio padre aveva trovato un topolino e ricordo ancora i suoi occhi, piccoli, lucenti e neri, di chi chiedeva aiuto. Lui lo ha ucciso con un martello. Gli ha schiacciato la testa. Inutili sono stati i miei pianti, mi hanno dovuto tenere e allontanare, ed è una cosa che non dimenticherò mai. Mi viene ancora da piangere.

Sono stata costretta a lasciarlo. Ho detto loro che era ferito, che cercavo solo di capire cosa aveva che non andava, ma a loro non interessava sapere perché lo avevo fatto. Continuavano a gridarmelo ma era senza punto di domanda, era un’esclamazione arrabbiata perché non avrei dovuto farlo. Per niente al mondo.

Quindi eccoci qui: stesso avvenimento, reazioni diametralmente opposte.
Io davvero non riuscivo a capire perché si comportavano come se avessi trovato una bomba a mano. Era una scena da film, sembravano matti.
E poi ho capito che loro, dall’altra parte, hanno pensato la stessa cosa di me. Probabilmente ha dato loro fastidio la mia calma, la mia sicurezza, il mio non aver paura di qualcosa che a loro fa terrore.

Ho visto mio padre portare fuori di casa il topo dentro una busta di plastica. L’ha raccolto con le pinze del camino, tenendolo per la coda.
Non so se fosse morto e probabilmente sarebbe morto lo stesso se non riusciva più a muovere le zampe, ma ucciderlo e lasciarlo morire perché non si può far nulla sono due cose diverse. Non era cattivo, non ha provato nemmeno per una volta a mordermi, nonostante la paura, ma per loro restava una minaccia. Ancora adesso non riescono a capire perché l’ho preso in mano.

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