“Ce l’hai il fidanzato?” – Domande apparentemente innocue ma deleterie

“Ce l’hai il fidanzato?”
“No”
“Ah, ma c’è qualcuno che ti piace, a scuola?”
“Sì, Emma”

Così risponde Stefania (entrambi i nomi sono di fantasia), sei anni, quando le fanno la fatidica domanda. A chi non è mai capitato di sentirsi porre questa domanda? Credo che più o meno tutti ci siamo passati, io per prima; anzi, continuano a propormela nonostante non abbia più sei anni, né sedici, né ventisei. Mette a disagio, è inopportuna in qualsiasi ambito, da chiunque.
Non solo imposta l’eterosessualità come unica alternativa ma non fa che creare imbarazzi, specie quando la domanda viene fatta in una certa fascia d’età dove si sta conoscendo se stessi più che mai (adolescenza), e/o quando magari ci si sente troppo timidi o non abbastanza, andando ad incrementare un senso di inadeguatezza (“non piaccio, tutti hanno già il/la ragazzo/a tranne me”). Oltre a mostrare di non saper tirare fuori altri argomenti per sciogliere il ghiaccio se non farsi palesemente i fatti altrui.

Posso prendere come esempio me stessa, che ogni volta che sentivo quella domanda sbuffavo e mi tiravo indietro. No, non avevo un “fidanzato”. Mi sentivo troppo antipatica e bruttina per averne uno e quella domanda non faceva che dimostrare ciò che pensavo, perché se ancora non avevo un ragazzo e non ne avevo uno nemmeno quando me lo chiedevano di nuovo, e di nuovo, e di nuovo, allora un motivo c’era e doveva assolutamente essere quello. Ma, soprattutto, ha aiutato a creare in me omosessuale “un mostro potente”, cioè la convinzione che, essendo femmina, dovevano per forza piacermi i ragazzi. E funzionava, fino a un certo punto. Mentre tutte le mie amiche della classe “sbavavano” per il figlio della maestra, dal canto mio fingevo che mi piacesse e speravo venisse a trovare la madre ancora una volta pensando per loro, mica per me. Alle elementari passavo da un bambino all’altro con le mie cotte, eppure era buffo, perché in fondo con loro non ci volevo neppure stare accanto. E non c’entra con l’omosessualità, mi stavano semplicemente antipatici o non mi piacevano abbastanza, evidentemente, “ma mi piacevano” lo stesso, forse perché così doveva essere. Sono cresciuta con una forte omofobia interiorizzata che sì, certamente non è da attribuire solo a quella specifica domanda, ma diciamo che ha aiutato il tutto. Sapevo che dovevano piacermi i maschi ma siccome non mi piacevano e, soprattutto, non dovevano assolutamente piacermi le femmine, sono cresciuta creando un blocco di indifferenza a tutto.
“Ti piace quel ragazzo?”
“Mah, sembra un po’ idiota”
“Guarda com’è carina quella ragazza”
“Mah, mi pare normale”
Indifferenza. Per entrambi i sessi. I ragazzi dovevano piacermi ma non mi piacevano e così restavo nel limbo fra il mentire o non mentire, trovando ogni scusa pur di non dire ciò che pensavo davvero, mi attaccavo a ogni cavillo. Un ragazzo può essere bello e posso dirlo anche se non lo voglio sposare, ma credevo che, dicendolo, avrebbero potuto pensare che fosse il mio tipo e volevo impedirlo. Allo stesso tempo, non avrei mai voluto far capire a nessuno che potevano piacermi le ragazze, anche se io stessa in quel periodo non lo sapevo, e così mi attaccavo allo stesso meccanismo che usavo con i ragazzi ma con un’impronta ancora maggiore. Se dicevo che era bella ahi, chissà cosa andavano a pensare.

Non pensate che sia una roba da niente; in verità questa indifferenza è una bestia molto potente che tutt’oggi, a distanza di anni, cerco ancora di distruggere. Se una persona mi piace fatico a dirlo in pubblico. Ammettere che una persona è bella non deve per forza nascondere doppi fini, eppure dentro me temo ancora che la gente possa pensare chissà cosa in peso alla mia risposta. È un fattore del tutto inconscio.
Come, in fin dei conti, non sono riuscita a togliermi di dosso del tutto la nomea di “bruttina e antipatica”, che mi impedisce spesso di essere semplicemente chi sono e di fregarmene di come appaio.
La verità è che è una lunga sfida contro se stessi riuscire a risalire dalle mura che ci si è costruiti attorno fin da bambini anche a causa di domande così apparentemente innocue ma deleterie.
È stato tutto più confuso e ho faticato a trovare la vera me stessa, negli anni. Quando ho capito di essere gay (ed è passata parecchia acqua sotto i ponti), quella domanda era ancora più irritante perché si aspettavano qualcosa che non sarebbe mai successo. E da lì mentire, ancora. La cosa magnifica è che, in effetti, in quel periodo ero fidanzata ma non potevo dirlo perché, per quanto spesso a volte si vorrebbe fare coming out, c’è qualcosa che lo impedisce. C’è sempre qualcosa che lo impedisce. E sono stufa, perché se prima il mio nemico ero io stessa, adesso che voglio scavalcare le mura e vivere me alla luce del sole ci sono intoppi come non puoi, a nonna verrebbe un infarto. E così… va bene, gli altri sono ancora una volta più importanti. Sono una ragazza paziente, ma a volte ho come la sensazione di sacrificare troppo di me per l’ignoranza degli altri.
Forse ad alcuni potrà sembrare un discorso senza senso, ma la verità è che è un bel peso non poter essere se stessi. Se pensate che il mio discorso sia senza senso, davvero, significa che siete fortunati, perché non avete mai dovuto nascondere nell’armadio voi stessi perché non abbastanza adeguati o omologati. (Se non avete capito il discorso dell’armadio, cercate il significato di coming out)

Quella domanda è spesso posta con semplicità ma crea quasi sempre delle aspettative nei giovani che, poi, se si rendono conto di non riuscire a realizzarle, si chiudono a riccio.

Mi è piaciuta la risposta di Stefania perché ha mostrato innocenza. È ancora troppo piccola per trovare irritante quella domanda, ma soprattutto è troppo piccola per capire che le hanno già imposto un orientamento sessuale prima che lei stessa si conosca a fondo e che tendono già ora a farle presente che avere un ragazzo è importante. E poi ha detto il nome di una bambina, il che mostra che Stefania non ha (ancora?) assorbito quella velata omofobia per cui a piacerti, se sei femminuccia, devono essere solo i maschietti o ti dovresti vergognare. Come se ci fosse qualcosa di male nell’amicizia: perché anche l’amicizia è costruita da persone che si piacciono fra loro. Ah, piccola Stefania, se solo ti avessero sentito le Sentinelle in Piedi avrebbero gridato al gender.
Le prime cotte arriveranno presto, non c’è dubbio, ma quella domanda rimarrà una spina nel fianco. Stefania non sa cosa l’aspetta.

Intanto, la “Emma” del piccolo aneddoto è la mia cuginetta e “Stefania” una delle sue amichette più care ❤ bambine2006

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