L’ultimo viaggio, insieme. Il mio sfogo contro il razzismo

Mi sono sfogata. Ieri notte mi sono messa d’impegno e, di getto, ho scritto una breve oneshot (storia composta da un solo capitolo) che mi balenava nella testa dalla mattina, ma che bloccata non riuscivo a scrivere. Ho smesso di scrivere qualche giorno fa per altri impegni e poi, come succede a volte, non riuscivo più a mettere metaforicamente la penna in mano per riprendere, complice il mio umore decisamente a terra. Dovete sapere che, quando è uscita la foto del bambino di tre anni steso sulla spiaggia, ero già pregna di nervoso dall’aver visto tante altre foto di adulti e bambini in mare, così ho pianto. Arrivo a un limite, lo tocco, e dopo butto fuori tutto. Non ne posso più di vedere foto di bambini che muoiono in questo modo orribile; ci sono andata poco al mare quest’anno, davvero, due volte sole, considerando che abito in Sardegna, ma se ci penso, che invece dei bambini che giocano nei bagnasciuga potrebbero esserci quelli risputati dal mare io crollo. E poi c’è stata la goccia che mi ha buttato a terra più di tutti: la foto del bambino da vivo, che gioca con un peluche accanto al suo fratellino di cinque anni, anche lui morto in quella circostanza, poco prima o poco dopo. E allora mi sono rimessa a piangere, più forte, non riuscivo a smettere, stavo male. Sapete, quella è una foto come tante. La mia casa è piena di foto del genere che ritraggono me e mio fratello. Non c’era niente di diverso. Solo due bambini e un peluche. Ma loro sono morti.
E adesso che ci penso, eccola, è la mia gola che si secca e mi fa male.
Ieri mi sono sfogata e ho scritto questo, lascio il link per leggerlo: L’ultimo viaggio, insieme.

In verità, non so davvero quanto possa essere “accurato” (nella descrizione della tragedia), io non sono mai stata in quella situazione, né su una barca con un mare in tempesta, ma se consideriamo che la visione è strettamente collegata alla protagonista insomma, non si tratta di dati oggettivi ma soggettivi. Forse me la cavo? La mia è una scusa, perché non ne ho idea ^^’
Ma soprattutto, non so quanto possa essere “degno” (non è proprio la parola giusta, ma non me ne vengono di migliori) per trattare un simile argomento. Ho paura che non sia “all’altezza”. Ma se anche un minimo lo fosse, preferisco condividerlo, perché c’è ancora troppa indifferenza in giro (e cattiveria: c’è davvero gente che pensa che i migranti imbarchino persone già morte per lasciarle in mare e… far impietosire? Impietosire loro? Vigliacchi. Le pensano tutte pur di sentirsi giustificati ad odiarli). Vorrei riuscire a far capire.
Che poi parlano di invasione… E dicono che ci sono i criminali. Sì, ci sono i criminali. Non ho una stima precisa, ma lo so semplicemente perché, da che mondo è mondo, ovunque ci sono criminali. Dicono che, siccome abbiamo già i “nostri”, non abbiamo bisogno dei “loro”, e con la scusa vogliono chiudere le porte a tutti, perfino ai bambini, ma io non li capisco. Forse non li capisco perché non concepisco il pensiero dei “nostri” e dei “loro”. Forse non li capisco perché non vedo i criminali stranieri diversi dai criminali nostrani: sono criminali e basta. Sono meglio quelli italiani perché tali? Li fa sentire meglio se a picchiare, a stuprare e uccidere sono gli italiani? Forse non li capisco perché ho sempre pensato che il mondo è di tutti, e che, come si dice, senza frontiere non esistono clandestini. Siamo tutti lo stesso popolo, diviso solo dal mare. Dove vivo vedo pochi stranieri, ma tanti razzisti del “premetto che non sono razzista ma”, loro sì. Mi sa che è la loro la vera invasione.

Kobane, Siria. Scappavano da qui i piccoli di tre e cinque anni, con i loro genitori.

“Perché non restano a casa loro?” Quale casa?

Kobane, Siria. Scappavano da qui i piccoli di tre e cinque anni, con i loro genitori.
Quale futuro? Quale vita? Quale casa?

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