Minority stress e serie tv

Mi sono riletta lo scorso articolo, quello sull’Effetto Heda, e ho notato che manca di un piccolo approfondimento sul minority stress che in questo momento ritengo importante. Se non sai cos’è, ti consiglio di leggere la definizione di minority stress prima di continuare la lettura: in inglese, in italiano.
(Manco a dirlo, anche qui, se non seguite la programmazione di The 100 americana allora è meglio non leggere, perché ci sono ovviamente degli spoiler)


L’Effetto Heda su Twitter continua e ieri si è svolto con il trend worldwide MINORITIES ARE NOT DISPOSABLE, ovvero “le minoranze non sono usa e getta” dove non solo si parla di lgbt, ma che include tutte le minoranze. E qui mi ritorna in mente il minority stress di cui avevo accennato nello scorso articolo. Per parlarvene prendo in mano gli lgbt perché mi sono più comodi.

Nei vari tweet, qualcuno ha scritto che le minoranze non devono chiedere nulla alle serie tv, ma alla società. Per quanto posso essere d’accordo sulla società, perché questo è indubbio, vorrei rispondere bene al passo sulle serie tv, perché in realtà non è qualcosa da sottovalutare. Non lottiamo perché ci hanno tolto un personaggio preferito, che sarebbe piuttosto banale dopo un po’, ma siamo una comunità che si è stancata di subire tutto perfino in tv.

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Quando muore un personaggio etero e quando muore un personaggio gay per lo spettatore comune, essenzialmente, è la stessa cosa. Se il personaggio ti era simpatico (passatemi il termine) ti disperi, ma se ti era antipatico non ti tange più di tanto. È diverso per un giovane telespettatore lgbt. Perché? Perché ha un background diverso che gli fa vedere le cose con occhi diversi, il punto di vista è totalmente un altro. La vita di un giovane lgbt è comunemente meno spensierata, più difficile, e le serie tv diventano un modo per distrarsi, per appassionarsi. Il giovane lgbt cerca una distrazione e, se trova un personaggio lgbt, manco a dirlo si sente affine. Poi non con tutti, è chiaro che le persone sono tutte diverse le une dalle altre, ma il discorso è abbastanza generale.
Se al personaggio lgbt capitano belle cose, il giovane lgbt che sta guardando la tv si sente felice, si sente realizzato nel suo piccolo e involontariamente apprende degli insegnamenti: “vedi, le cose belle possono succedere”, “vedrai che andrà meglio”, “l’amore lo trovano tutti”, “anche se trovi una difficoltà, la supererai”. Se al personaggio lgbt capitano brutte cose, gli insegnamenti arrivano lo stesso. Se il personaggio lgbt muore, il giovane spettatore lgbt non riesce ad uscire dal suo stress, si accumula, vede che non solo la vita reale fa schifo, ma che non c’è via di uscita neppure in quella televisiva perché a quelli come lui/lei le belle cose succedono, ma poi finisce sempre male. Non c’è uscita dal tunnel.
Ancora peggio se una coppia lgbt si sfascia in favore di una etero, perché il messaggio che traspare è che comunque gli lgbt possono innamorarsi e essere felici fino a un certo punto, che poi in ogni caso la coppia migliore e quella che resterà felice per sempre è un’altra, perché l’amore lgbt non dà abbastanza, che quello giusto è un altro.

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È una cosa che gli etero generalmente non possono capire perché non soffrono per il fatto di essere etero. E qui attenzione, non voglio dire che gli lgbt soffrono perché sono lgbt, ma per come sono visti dalla società per il loro essere lgbt. E con società si intende anche la famiglia, oltre che la politica. O i propri calciatori preferiti. Gli lgbt, come anche i neri e le donne in altri contesti e altre minoranze, hanno una storia di ingiustizie e “torture” più o meno sottili sulle spalle che vanno avanti per anni. E se pensate che un ragazzino che si scopre gay a quattordici anni oggi non può capire il peso delle battaglie che da anni si fanno per venir riconosciuti i diritti civili a tutti i cittadini vi sbagliate: basta che sentano in tv che quelli come lui “sono malati” per sentir il peso di quanta strada ancora si ha da fare. (Se pensiamo poi che in USA il suicidio fra i ragazzi lgbt ha una soglia molto alta, allora…)

Mi è particolarmente piaciuto l’ultimo episodio andato in onda di DC’s Legends of Tomorrow minority stress(1×08) ambientato nel 1958. Martin, Jax e Sara sono seduti intorno al tavolo in un locale e Martin, scienziato con un alto grado culturale, si lascia trasportare dalla malinconia per questi tempi, idolatrandoli: “Vedere staccionate bianche e magnifiche case di famiglia… basta a farti venire una gran nostalgia”. Sara non è d’accordo e lui la riprende rilanciando a quanto fosse idilliaco quel periodo storico. Jax, ragazzo nero, subito risponde “già… se sei bianco”. Sara, d’altro canto, essendo donna e bisessuale con una forte tendenza omo, aggiunge “e uomo”, e infine “ed etero”.
Martin non può capire il senso di disagio in un luogo del genere perché lui, nel suo essere un uomo bianco cisgender eterosessuale non ha mai dovuto lottare per il suo essere parte del mondo.
Mi è piaciuto perché riprende bene il concetto di minority stress.
(Mi piace un po’ di più se penso che Victor Garber, che interpreta Martin, è gay nella vita reale)

Un telespettatore come Martin può permettersi il “lusso” (passatemi il termine, anche qui) di non fare differenze fra i personaggi lgbt e etero in una serie tv e prenderli solo per simpatia, non hanno bisogno di doversi sentire rappresentati o di sentirsi appartenere a qualcosa, un fan lgbt no. Come può succedere a tutti anche gli lgbt cercano nelle serie tv un tipo di fuga dalla realtà, uno svago, qualcosa che li può far sognare. Se il personaggio lgbt con cui ci si sente legati inaspettatamente muore è terribile. Dipende da com’era il legame con il personaggio e muoiono anche le sue speranze. E soprattutto incide parecchio il come muore.
Se il personaggio viene trattato male e muore in modo assurdo e perché no inspiegabile, dà involontariamente al giovane telespettatore lgbt l’idea che lui non conti abbastanza da poter avere di più.

L’Effetto Heda è così forte in seguito alla morte di Lexa perché Lexa non era un personaggio qualsiasi. Non come potrebbe essere Miller, per dire, anche lui gay. Lexa era l’interesse amoroso della protagonista; si stava aprendo all’amore dopo aver sofferto. Era ed è ancora un personaggio che ha legato i cuori di molte e molti telespettatori proprio perché non era un personaggio “a caso” come succede in molti altri telefilm.
Infatti, solitamente in un telefilm viene inserito un personaggio lgbt come una sorta di “contentino”, esattamente come accadeva un tempo per i ragazzi di colore. Il personaggio “minoranza” è la spalla del protagonista, maschio etero bianco; un personaggio secondario o terziario (e in questa categoria rientra Miller). Se da una parte i personaggi così ci fanno dire “bene, almeno esistiamo” (è una cosa che apprezzo, nel mio piccolo), dall’altra la storia principale è comunque focalizzata su altri personaggi e altri rapporti, che sì, vanno a incidere sui gusti della maggioranza degli spettatori, ovvero gli eterosessuali.

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La morte di Tara a causa di un proiettile vagante dopo una scena di sesso. Vi ricorda qualcosa?

Per la prima volta, The 100 aveva offerto qualcosa di diverso, ovvero una coppia lesbica protagonista in un telefilm non lgbt. La morte di Lexa ha fatto tanto scalpore proprio per questa ragione: ci hanno dato tutto, quello che mai ci avevano offerto, e infine ce lo hanno portato via in un modo tragico e altrettanto stupido (la morte di Lexa è davvero tanto simile a quella di Tara in Buffy). Quindi il “movimento” è scoppiato per la morte di Lexa, è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso, ma ora si è espanso per dire BASTA al trattamento che da sempre è riservato ai personaggi che rappresentano minoranze.

Molti non comprendono questo bisogno perché, essenzialmente, fanno parte della maggioranza e personaggi “come loro” sono ovunque.

È importante, perché anche se sembra partire da una cosa “sciocca” come le serie tv, in realtà è solo cercare di curare un altro aspetto dell’emancipazione. Siamo stanchi di essere rappresentati dai personaggi che muoiono per salvare i protagonisti, dai personaggi che si separano per sempre per creare tensione e colpi di scena, dai personaggi che vengono uccisi per primi, dai personaggi sacrificabili, dai personaggi che sono quelli divertenti e che vengono usati solo in tal senso.

Racconto un fatto. In Orange is the New Black è morta Tricia, una ragazza lesbica con problemi di droga. A me Tricia non stava granché simpatica e, quando è morta, mi è dispiaciuto molto per come si sono svolti i fatti, ma non ho sentito lo stress da minoranza. Anche se Tricia era morta, non faceva di lei un personaggio “sacrificabile” rappresentante delle lesbiche. Perché? Perché in Orange is the New Black ci sono personaggi etero e personaggi gay che vengono trattati in ugual modo e che ce ne sono parecchi. Per spiegarmi meglio, posso dire che se Tricia fosse stata l’unica donna lesbica in quel carcere, allora le cose sarebbero state molto diverse, perché Tricia sarebbe stata “la lesbica morta per droga”. Non so se ho fatto notare il punto. Tricia non era l’unica e questo la faceva diventare un personaggio come tutti gli altri.

Un altro esempio che posso fare è quello di un tipico ragazzo nero amico del protagonista bianco in un gruppo di amici bianchi. Mettiamo che ci sia un film e che in questo film ci sia un assassino. Se il ragazzo nero muore per primo il messaggio che passa è che “il ragazzo nero era sacrificabile”. Non viene visto come uno dei ragazzi che è morto, ma come quello “nero”. Se in questo gruppo di amici invece ci sono sia ragazzi bianchi che ragazzi neri e anche se a morire per primo è l’amico nero del protagonista, tutto cambia. Diventa “l’amico del protagonista è morto” e non rappresenta i “neri che sono sacrificabili in favore dei personaggi bianchi”.
Può sembrare una cosa di poco conto, ma in realtà non è così.

Se in The 100 ci fossero state altre ragazze gay in relazioni più o meno facili o difficili, probabilmente la morte di Lexa non avrebbe causato tutto questo “baccano” e sarebbe stata come una Tricia qualsiasi, da piangere se ti stava simpatica e da fregartene se ti stava antipatica. Anche se il fastidio lì sarebbe rimasto quello per una morte ingiusta, raccontata male e terribilmente non originale.

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In questo caso, la “simbiosi” è diventata naturale e troppo stretta e molti hanno deciso di non seguire più The 100, me compresa. È questione di salute mentale: se la sua morte ti ha fatto male, allora stai lontana da ciò che potrebbe farti ancora male. Se la vita fa già abbastanza schifo da sola, perché dobbiamo seguire una serie tv dannosa per la salute?
Il tutto si riduce a questo.

Se pensate che sia ancora una cosa banale dovete guardarvi intorno: serie tv, libri, film, persone fuori e dentro casa, in televisione, nelle feste e negli spettacoli, a scuola e lavoro, ovunque c’è qualcuno che è “come voi”. Voi non sentite il minority stress perché siete maggioranza e, come tale, non vi rendete conto di quanto “non sentirvi soli” sia importante. Come un omofobo sposato contrario al matrimonio fra persone dello stesso sesso perché secondo lui “tanto il matrimonio non è così importante”. Da sposato, avendo quel diritto di nascita e mai messo in discussione, non si rende conto di quello che ha e di come sia invece importante. Le minoranze hanno bisogno di sentirsi parte del mondo, e i personaggi delle serie tv offrono questo. Non la trovo una cosa banale.

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L’immagine dovrebbe appartenere a Laura Knatt su Tumblr. Cliccateci per il link.


Vi invito a leggere questo articolo sul tema, anche se in inglese: clicca qui.

E, per un’altra questione, un particolare sulla “guerra” che si è scatenata nei confronti di Jason Rothenberg, quest’altro link: clicca qui.
Diciamo che non sembra comportarsi proprio bene con il suo cast…


Detto questo, al prossimo articolo!

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