Ciao Darwin e il “gay normale”: riflessione che va oltre i 140 caratteri

Andavo alle scuole medie quando davano Ciao Darwin. Era di sabato e per me era il miglior giorno della settimana: non solo si rideva tantissimo per il fortunato programma Bonolis/Laurenti, ma anche perché potevo andare a letto più tardi e perché erano sempre invitati a casa mia una coppia di miei zii con cui amavamo giocare a carte. Insomma, era una festa. Ero felice di sapere che avevano intenzione di riesumare il programma perché mi riporta indietro nel tempo e perché, devo dirlo, le risate come con Ciao Darwin mai da nessun’altra parte. Eppure allo stesso tempo temevo qualcosa: di non ritrovarmi più la spettatrice di un tempo e quindi di non ridere, o di ritrovare un programma diverso o peggio, lo stesso con gli stessi difetti di allora, dove invece di ridere con tutti si preferiva ridere di tutti rischiando l’offesa. Anche perché devo dirlo, io da bambina amavo Bonolis, era uno dei miei conduttori preferiti, ma a volte fa delle battute che più di ridere fanno restare male qualcuno. In ogni caso, non ero del tutto fiduciosa verso il programma, e a renderlo antipatico ci si metteva pure il venerdì: ma con tutti i giorni della settimana, proprio quando trasmettono The Flash e Arrow? Per fortuna seguo la programmazione americana o non ci sarebbe stato Dinoooh che tenga, perché per me avrebbero vinto The Flash e Arrow a mani basse.
Anyway, sto divagando. Ritornando indietro nel tempo, ricordo di quando uno di quei sabato nel vedere Ciao Darwin avevo tredici anni e mia zia era incinta. Giocavamo a carte e, non so quale fosse il discorso adesso, sono passati tanti anni, ma una frase di mio zio mi è rimasta impressa ed è una cosa che, purtroppo, non dimenticherò mai: “Se mio figlio fosse gay? Umh, guai, preferisco che si droghi, guarda”.
Mia zia aveva rimbeccato: “Preferisci che stia male per la droga?”.
Lui aveva risposto: “Almeno dalla droga ne esci, dalla gayte no”. 
Io al tempo non sapevo ancora di essere gay, o forse una parte di me sì, perché ci restai davvero molto male. È un esempio lampante di come l’omofobia in famiglia nuoci a tutti, soprattutto i più piccoli. E mi dispiaceva per il mio cuginetto che ancora doveva nascere, dividendomi fra lo sperare che fosse gay “per dargli una lezione” e lo sperare che non lo fosse, per carità, perché con un padre del genere non avrebbe fatto altro che soffrire.

Ciao Darwin è un programma nato per ridere e far ridere, ma diciamolo, ha sempre avuto un maschilismo frustrante e un’omofobia spicciola che risaltava in una o più battute. Perché non è che non si può prendere in giro un gay, ma lo si può prendere in giro come si può prendere in giro chiunque altro e ridendo con lui, ripeto, non di lui. Le cose sono MOLTO diverse. Temevo proprio che questo format si ripetesse.
E allora, arrivando al nocciolo della questione, ieri ho visto La resurrezione di Ciao Darwin e, anche se ho provato a resistere, agli inizi, infine sono scoppiata a ridere anch’io, proprio come allora. È un programma che strappa la risata, c’è poco da fare. È pregno di quel trash tanto trash di cui a volte non riusciamo a farne a meno. Non dico che Ciao Darwin piaccia a tutti, ma ha quel non so che che colpisce e ci ricorda di non prenderci mai troppo sul serio.

Naturalmente io mi sono subito schierata dalla parte dei diversi.
Agli inizi questa cosa dei “diversi” e dei “normali” ho faticato a capirla: chi decide cosa è normale o no? Dov’è la linea che divide i normali dai diversi? È una cosa talmente soggettiva che… già, soggettiva. Io sono diversa. Non mi vesto stravagante, né gotica, non indosso le lenti a contatto colorate (anche perché porto gli occhiali e sono sconsigliate), non dipingo il mio corpo (sfortunatamente nemmeno ci riesco), non ho i capelli di un rosso fuoco molto figo, o chissà cos’altro, ma sono diversa quanto loro. Non perché sono lesbica, ma perché la normalità mi dà l’idea di un qualcosa di molto noioso, di lineare, prudente, di non eccedere, di non essere qualcosa di diverso dagli altri. A me piacciono le scarpe da tennis sotto i vestiti, mi piace il gelato (anche) in inverno, non mi piace molto la pizza (credo sia una cosa che ho in comune solo con me: a tutti piace la pizza), preferisco una Multipla alla Ferrari, mi piace osservare le formiche, parlare con le lucertole, leggere le forme nelle nuvole come nelle mattonelle del bagno. Mi piace la gente che osa essere se stessa a discapito della “normalità”. Mi piace pensare che sia stata la gente ‘diversa’ a fare la storia; quelle donne che invece di sottomettersi al patriarcato e stare semplicemente nel ruolo ‘normale’ di mogli e madri hanno fatto la rivoluzione!

Ho seguito Ciao Darwin leggendo anche su Twitter (che ho riscoperto da poco), raddoppiando a volte il divertimento, perché certe perle di gente che sta seguendo con te lo stesso programma non si possono ignorare. Un tweet però non mi è piaciuto; diceva che avevano fatto la sfida “normali” contro “diversi” per non chiamarli “etero” contro “gay”. Che stupidaggine! Una stupidaggine pregna di stereotipi e luoghi comuni. Un etero può sentirsi diverso esattamente come un gay normale. Fra l’altro, lasciava presagire che, secondo l’utente, i e le trans, come anche i travestiti o chi semplicemente era un po’ sopra le righe, erano tutti gay. Oltre che ignoranza, di fondo c’è anche un po’ di ingenuità.
A darmi ragione, nel dibattito, è stato un uomo. Vestito normalmente, barba; un uomo “normale” (?). Lui ha dichiarato che, a dispetto dell’Italia omofoba, era presente al programma insieme a suo marito. Applausi.
A darmi ragione, dopo un po’, si è alzato un altro tizio, un ragazzo. Questa volta fra i normali. Si è alzato, si è presentato, e ha detto di essere gay. Stavo metaforicamente per applaudire anche lui ma alla fine il mio entusiasmo è scemato. E giusto per ribadire quanto io sia diversa (lol), il suo intervento non mi è piaciuto a dispetto dei tanti che lo hanno adorato su Twitter: “Sono gay e sono normale. Non avremo mai una vita normale se voi siete i primi a definirvi diversi”. Al “sono gay e sono normale” YAY, mi sei piaciuto!, ma al “se voi siete i primi a definirvi diversi” mi sei caduto nella sploff (cit. The Maze Runner).

ciaodarwin

I gay sono normali? Certo. L’omosessualità è sempre esistita e sempre esisterà. Nessuno, e ripeto NESSUNO deve confinare l’omosessualità in una qualche stranezza (il resto è omofobia); è un orientamento sessuale come gli altri e basta. Niente di diverso. Ma il secondo pezzo dell’intervento mi ha ricordato tanto quei gay che “dobbiamo sfilare al Pride in giacca e cravatta”. Quel doversi sottostare a un concetto di ‘normalità’ per essere accettati come persone come tutte le altre è per me aberrante. È come se una ragazza trans non dovesse andare avanti con l’iter di riassegnazione del sesso e accettare il suo corpo maschile (andando incontro a problemi psicologici e non solo) perché altrimenti non avrebbe diritto ad essere considerata una persona come tutte le altre. Come ho scritto su Twitter è un concetto che non mi appartiene. E non lo voglio. Gli eterosessuali non hanno superato nessuna “prova di normalità” per avere i diritti civili che spettano ad ogni essere umano, e quindi come ogni essere umano, neanche i gay devono portare avanti “prove di normalità” per essere “accettati”. Dobbiamo essere accettati perché siamo persone, non perché “normali” o “diversi”. (Che poi “accettare” è una brutta parola… esistiamo e fine, non avete niente da “accettare”, alla fine dei giochi)

Per questo io non ho applaudito al “gay normale”, che al contrario è stato il personaggio più osannato dopo Gesù (fenomeno!). Al contrario, io continuo ad applaudire all’uomo “dei diversi” che è andato al programma in compagnia di suo marito. Che, correggetemi se sbaglio, è “diverso” non perché gay, ma perché ha avuto il coraggio di essere se stesso e andare oltre alla “normalità” di cui parlavo sopra, esattamente come le donne che hanno sfidato (e sfidano ancora) il patriarcato. Lui è un diverso perché sta contribuendo a scrivere la storia.


Ricordate che è bella la normalità, ma è l’essere diversi gli uni dagli altri a renderci unici.


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