Capitolo cinque. La verità

Il suo corpo vibra

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capitolo-5-la-verita

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La gente correva impazzita per cercare riparo il prima possibile dalla sparatoria. Root camminava nel parco fianco a fianco con il loro nuovo numero che tremava come una foglia, stringendo le sue cartelle piene di documenti fra le braccia, trascinandolo; urlava ogni qual volta lei ricambiava gli spari di chi cercava di inseguirli. Shaw era dietro di loro e sparava a sua volta, esortandoli a camminare più in fretta. Si ripararono dietro un monumento e Shaw non perse tempo per ricaricare la sua pistola e provare a sparare ancora.
«Certo che devi averli fatti incazzare proprio tanto», sbottò quest’ultima, stringendo i denti.
Lui strizzò gli occhi e iniziò a pregare, così Root scosse la testa, sbilanciandosi e sparando anche lei. «Ehi, amore», la chiamò, «Che ne dici se dopo tutto questo ce ne andassimo in un posto esotico per una vacanza?».
Shaw parve pensarci, fissandola. «Non credo sia il momento migliore per parlarne, ma… sì. Andiamo a farci una vacanza, Root».
Spararono dietro la scultura, ferendo qualcuno.
«Sono emozionata», rispose, «Credo sia la prima volta che accetti una mia richiesta subito».
Shaw sorrise, scuotendo la testa: «Non ti ci abituare». Si diede lo slancio per sparare ancora ma sentì che qualcosa era cambiato nei loro inseguitori: restò in attesa e, appena udì il rumore di una pistola che veniva caricata, si voltò, scoprendo che quell’uomo era a poco da loro e puntava una pistola contro di lei. «Root!», la chiamò con un grido.
Lei si voltò solo in un secondo momento, troppo tardi, per fortuna Shaw aveva già sparato e l’uomo era caduto a terra esanime.
Si erano guardate e Shaw aveva letto nel viso dell’altra la paura di aver rischiato seriamente di morire, con gli occhi spaventati e il fiato corto, prima di riprendere il suo sorriso e tentare di fare finta di niente, continuando a sparare a quelli che restavano.
Non aveva sentito che c’era un uomo a poco da lei, pensava Shaw. Non aveva sentito l’uomo e non aveva sentito la pistola. Ancora un attimo e le sarebbe stato fatale. Era arrivato il momento di far sistemare l’orecchia sorda.

da PoI a real life

«Credo sia la prima volta che accetti una mia richiesta subito».
«Non ti ci abituare». Sarah scosse la testa, agitando una mano ed estraendo un sorriso: «No, no, okay, okay, deve essere così: non ti ci abituare», cambiò la tonalità della voce, risultando più cupa. Vide Amy annuire e poi ricontrollare il copione. «Facciamo una pausa, dai, tanto non è che dopo si dicono molto, devono sparare e correre», gettò il copione sul tavolino, sedendo sul divanetto con pesantezza.
Stavano provando quelle battute da un’ora, in modo che fossero pronte a girarle al meglio; l’aveva suggerito Sarah e Amy le aveva detto che era una bella idea, lo avevano fatto altre volte per Person of Interest. Il suo non era solo desiderio di portarsi avanti con il lavoro, tuttavia, quella vicinanza aveva uno scopo ben preciso: consisteva nel verificare la reale pericolosità della sua cotta. Era solo una cotta passeggera, era in grado di farla sentire come una liceale in preda agli ormoni, oppure era qualcosa di serio capace di minacciare il suo matrimonio? Doveva scoprirlo. E soprattutto doveva scoprire se anche Amy era ancora preda di quel sentimento o se avesse archiviato tutto quando disse a suo marito di amarlo. Doveva sapere la verità.
Sarah la seguì con lo sguardo mentre sistemava il copione accanto al suo e si sedeva anche lei, appoggiando la testa sul divanetto. Doveva farlo: così deglutì e si girò verso di lei. Amy la guardò e sorrise, facendo fare al suo cuore le capriole.
«Arriviamo al dunque», esordì: in ogni caso sapevano entrambe che sarebbero finite a parlare di quello. «Ci siamo baciate. Di nuovo».
«Ci siamo baciate spesso», scosse la testa lentamente.
Sarah non capiva se stesse cercando di fare finta di niente o se in realtà quel bacio era stato solo per lei un bacio vero e non scenico. Cominciava a pensare di essersi immaginata tutto. «Non così», accennò un sorriso, grattandosi la nuca e tirando i capelli da un lato. «Ci siamo baciate… per davvero», abbassò per un attimo gli occhi, «Dico…», chiuse le labbra, incespicando con le parole che ancora non era riuscita a dire. Guardò Amy che si morsicava un labbro, con gli occhi bassi, finché in un attimo la vide muoversi e le circondò il viso con le mani e, prima che potesse anche solo pensare a cosa fare, lei era sulle sue labbra e sentì un caldo improvviso.
Chiusero gli occhi entrambe e si lasciarono trasportare, piano, socchiudendo la bocca e poi riaprendola per accogliersi meglio, toccandosi, respirandosi. Sarah decise di fermarsi e si guardarono, ancora vicine, con i cuori che battevano all’unisono. Nessuna delle due era in grado di capire cosa si rifletteva negli occhi dell’altra, se fosse paura, se fosse voglia, se fosse coraggio o desiderio.
«Cosa stiamo facendo?», domandò a bassa voce.
Amy serrò le labbra e deglutì. «Meglio che vada».
«Sì», annuì ma, vedendola alzarsi, scosse la testa, sciogliendosi dall’incantesimo. «No! Devo andarmene io… Q-Questa è la tua roulotte». Si guardarono una volta sola, fugace, prima che Sarah chiudesse la porticina dietro di lei e scendesse i tre scalini.
Restarono ferme lì, a riprendere fiato, a pochi passi di distanza l’una dall’altra. Amy si portò una mano sulla bocca e Sarah sospirò, guardandosi indietro, verso la porta chiusa. Poi intorno a lei. Non c’era nessuno. Di nuovo la porta.
Bussò e Amy aprì subito, tirandola dentro verso di lei, tirandola per la camicia. Chiusero la porta della roulotte con due calci o tre e Sarah si gettò su di lei, buttandola contro la parete, continuando a baciarla. Le loro bocche si aprivano per riprendere fiato e si chiudevano ancora, tirandosi le labbra a vicenda, sorridendo, assaggiandosi.
Poi sia Amy che Sarah scossero la testa e smisero di immaginare, aprendo la bocca per prendere una boccata d’aria. Sarah era ancora fuori e lei era sempre dentro; a separarle la porta. Il telefono di Amy vibrò sul tavolino e si sventolò sul viso prima di rispondere: «Ciao, tesoro». Sarah la sentì e sorrise con amarezza, prendendo passo per raggiungere la sua roulotte. «State facendo i bravi con la tata? Oh, è venuta la nonna? Vi siete divertiti?».

Adesso che lo aveva capito e finalmente accettato era molto più difficile fare finta di niente. Le telefonate con Steve erano molto più brevi e disinteressate da parte sua e temeva se ne accorgesse. L’ultima volta lo aveva sentito sbuffare così forte che le era parso di averlo al suo fianco. Sarah sapeva di essere distratta e continuava a pensare al bacio, all’ennesimo, e a lei. Non riusciva a farne a meno per quanto si sforzasse. Erano passati già due giorni e non ne avevano più parlato; era qualcosa di rimasto in sospeso, incompleto, e lo dimostravano ogni volta che dovevano registrare una scena vicine, troppo vicine, che finivano per imbarazzarsi e ridere, sbagliare. Due giorni di riprese persi poiché ogni scena doveva essere girata di nuovo. In quel modo non stavano solo mettendo in situazioni complicate il loro rapporto con i rispettivi mariti, ma anche la loro carriera. Era chiaro che dovevano risolvere in qualche modo, se solo fossero riuscite a guardarsi di nuovo negli occhi senza sentire una terribile attrazione che non potevano permettersi.
Intanto, il fandom su Twitter entrava in visibilio ogni volta che una nuova foto circolava di profilo in profilo. Entrambe le attrici venivano taggate spesso e spesso quindi si ritrovavano perse fra le notifiche, ma nessuna delle due poteva fare a meno di spulciare il profilo dell’altra, riuscendo a cogliere qualcosa.
Sarah vide che Amy aveva messo dei mi piace ad alcune fan art e fan video, ad alcune
foto, e poi aveva risposto a una in particolare: Sarah se la ricordava, l’aveva scattata lei per Instagram il giorno che la sentì dire a suo marito di amarlo, al telefono. Le avevano chiesto dov’erano, perché lo sfondo era di una casa, e Amy aveva risposto che stavano girando in un piccolo paese, senza dire quale, e aveva lasciato il tag anche per lei, nel caso avesse voluto aggiungere qualcosa, magari. Sfogliò la lista in basso con le varie risposte e non poté fare a meno di leggerne qualcuna, cadendo l’occhio su quelle che, scherzosamente, avevano definito la casa sullo sfondo come la loro casa, una loro casa insieme, anche se erano entrambe vestite da Shaw e Root. Era da tempo che i fan avevano arbitrariamente deciso che le due dovevano essere una coppia, solo perché fra loro c’era sempre stata molta chimica che aveva permesso una buona crescita di coppia nello show, ma solo in quel momento, ora che le cose si erano fatte tanto diverse, cominciava a pensarla in un altro modo: e se i fan avessero visto prima di loro due quel qualcosa che loro solo ora stavano scoprendo? Questa prospettiva le faceva paura più di ogni altra poiché, se loro avessero sempre avuto ragione, significava che era visibile e che era vero.
Non rispose, spegnendo il monitor del cellulare.

Da real life a PoI

Root era sdraiata sul lettone intenta a guardare la televisione, in compagnia di Bear che ogni tanto sbadigliava. Era notte e avevano preso una camera in un vecchio motel fuori dal centro urbano. Avevano mangiato qualcosa di veloce nel locale adiacente e avevano controllato che nessuno di sospetto le avesse seguite, ma Shaw non si era sentita affatto sicura ed era uscita di nuovo a controllare.
Rientrò e chiuse la porta, dando un’occhiata dalla finestra.
«Ti sei annoiata?».
«Non è divertente», sbottò, richiudendo la tenda. «Il prossimo Marshall Mason potrebbe essere chiunque». Si avvicinò al letto e carezzò Bear, che ricambiò leccandole il viso. Si allungò verso Root, sollevandole i capelli e controllando con attenzione l’orecchia tagliata, seguendo con l’indice la cicatrice. Root la guardava a sua volta, incantata. «Potrebbe funzionare», sussurrò a bassa voce, «So chi può aiutarci a risolvere il problema».
Root scosse lentamente la testa, ansimando. «Sameen… non credo che anche con un apparecchio nuovo possa di nuovo sentire la Macchina come prima. Altrimenti Lei me lo avrebbe già detto».
Shaw si accigliò. «Non intendevo il tuo problema con la Macchina, ma col fatto che non ci senti più come devi quando ti puntano una pistola alle spalle: mi sembra decisamente più importante». Oh, per un attimo si pentì di aver usato quella parola, sapeva quanto per Root era sempre stato importante il suo collegamento con la Macchina. Però pensava davvero quello che aveva detto e non le avrebbe certamente chiesto scusa; anche lei doveva capirlo.
Root formò una smorfia con le labbra, guardando da un’altra parte.
«A meno che tu non stia pensando di disegnarti un bersaglio in fronte».
«Di cosa stai parlando?».
Shaw si tirò indietro e prese qualcosa dal suo zainetto personale, su una sedia, gettandolo sul letto vicino a Root. Lei vide appena la sua foto e il foglietto allegato, rivolgendo poi lo sguardo all’altra, che la fissava aggrottando le sopracciglia. Shaw capì con quel solo sguardo che Root già sapeva della sua taglia. Non che avesse dubbi. «Perché non me ne hai parlato? Ho trovato la tua taglia nella camera d’albergo di Gregory Hopkins, il padre di Jack Backary. Era un Marshall Mason. La Macchina ci ha inviato a lui per questo… voleva che lo sapessi».
«Non ti ho detto niente perché non cambia niente… Lars ha solo sparso la voce».
«Root…», si abbassò, sedendo sul letto, «Lars ha messo una taglia sulla tua testa». Ansimò, accarezzando Bear, prima di parlare di nuovo. «Cosa stiamo facendo?», le domandò poco prima di guardarla negli occhi, «Stiamo insieme o qualcosa del genere…».
«Qualcosa del genere».
«E allora pretendo la verità. Non sopporto che mi nascondi le cose», indicò la taglia con il movimento degli occhi, «Avresti dovuto parlarmene. C’è qualcosa su Lars che mi sfugge?».
Anche Root carezzò Bear, che gettò la testa sulle sue cosce, per farsi coccolare meglio. Sorrise. «Quando ho trasferito dei contanti dal suo conto al mio, ho fatto in modo che la polizia trovasse alcuni certificati che attestassero come abbia assoldato un killer per uccidere Portes, il ragazzo che frequentava sua figlia: ha scontato quindici anni di carcere».
«Non ha avuto il tempo per assimilare il lutto».
«Presumo non abbia pensato che a me durante quegli anni… Non che avesse altro da fare. So che fin da allora ha assoldato qualcuno per trovarmi: ricordi il Marshall Mason del parco?».
«Quello pelato…».
Root estrasse un breve sorriso. «Ha detto di avermi cercato per anni».
«Tu però hai sempre cambiato identità».
Annuì, abbassando gli occhi, guardando Bear. «Ho fatto un errore: ho ripreso l’identità di Marguerite Yves mesi fa, quando ho fatto un colloquio di lavoro».
«E lui ti ha trovata», aggiunse Shaw.
«Mi aveva già trovata; i Marshall Mason sono a conoscenza di tante altre delle identità che ho preso, prima o poi sarebbero venuti per me… Diciamo che ho velocizzato il loro lavoro».
Shaw prese per mano il foglietto allegato alla fotografia, leggendolo di sfuggita. «Dobbiamo tenere gli occhi e le orecchie», accennò all’orecchio sordo di Root, «ben aperte».
Root acconsentì, sorridendo, sdraiandosi meglio sul letto. «Hai detto che sai chi potrebbe aiutarci a risolvere». La fissò con sguardo complice.
Shaw annuì, abbassandosi a sua volta, su di lei. Passò le mani lungo le braccia di Root, sollevandogliele e stringendole i polsi, fermandoglieli contro la spalliera del letto. «Domattina ti porto un vecchio amico», bisbigliò con le labbra sulle sue.
Root ammiccò; «Non vedo l’ora di conoscerlo. Bear, scendi», si girò poi verso il cane che, al comando, aveva inclinato la testa, alzando le orecchie. «Naar beneden [giù]», gli gridò e lui obbedì subito.
Shaw non riuscì a trattenere una risata; si avvicinò al punto da sfiorarle un labbro, alitando, e dopo, di colpo, raddrizzò la schiena. Tentò di andarsene ma Root la buttò contro il materasso e le salì addosso, poggiandole un indice sulle labbra, intanto che rideva.
«Questa volta no». La baciò.

Come aveva promesso, Shaw si sarebbe occupata del suo orecchio portandole qualcuno. Era uscita dal motel la mattina presto, controllando che la zona fosse sicura, e l’aveva lasciata sul letto, chiedendole di aspettarla, che non ci avrebbe messo molto poiché sapeva dove andare. Prese in prestito una moto che doveva appartenere a uno dei centauri che faceva colazione al pub davanti e partì verso il centro abitato. Si diresse direttamente verso una struttura di laboratori di ricerca, come le aveva suggerito la mappa sul cellulare. Entrò dietro una donna con il pass e, quando la guardia la fermò per controllare che avesse i permessi, lei lo stordì dopo un finto sorriso, buttandolo a terra e trascinandolo in un corridoio, chiudendo la porta. Chiese a un uomo delle indicazioni e prima che lui potesse domandarle chi fosse se ne andò per prendere l’ascensore. Quarto piano. Si guardò intorno e si nascose dietro un muro quando vide passare due uomini col camice. Riprese a camminare dietro di loro, al verso opposto, talmente piano che non sembrava toccare il pavimento, e aprì una porta con un pass rubato alla guardia. Scorse un reparto separato dai vetri e lo riconobbe subito, mentre trafficava con delle provette. Quando lui alzò la testa e la vide, spalancò gli occhi e per poco non cadde dallo sgabello girevole. La porta non si apriva. Shaw riprovò una e un’altra volta ancora ma doveva essere chiusa dall’interno o doveva servire una chiave che non aveva, così afferrò con forza un apparecchio sul mobile accanto e lo pestò contro la maniglia, rompendola e aprendo facilmente la porta.
«Shaw… sei tu! Ti trovo bene», biascicò l’uomo mentre la vedeva tirare fuori una pistola dalla cintura e puntargliela contro. Lasciò lo sgabello con un balzo e tentò di tornare indietro, fermandosi contro un mobile, attento che non si incastrasse il suo camice. «Sai, ho cambiato vita da quando Samaritan è stato smantellato, non ho nemmeno più contatti con nessuno di quelli che lavoravano laggiù con me… Sono un uomo pulito, adesso», si appiattì contro il mobile dalla paura intanto che lei si avvicinava, continuando a guardarsi intorno nella ricerca di qualcosa che potesse aiutarlo contro di lei. Infine agguantò una matita e gliela lanciò addosso, ma di certo non la fermò. Shaw si accostò e gli puntò la pistola al petto, così cominciò a singhiozzare. «Oh, ti prego, ho famiglia! Ho un bambino nato da poco… sono l’unico padre che ha, ti prego, ti prego».
«Smettila di frignare, non sono venuta fin qui solo per ucciderti».
Lui tirò un sospiro di sollievo. «Per cosa, allora?».
«Devi installare un apparecchio acustico per me. Ti farò da assistente».
Lui deglutì. Non aveva molta scelta considerando che aveva una pistola puntata addosso e conosceva bene quanto quella donna fosse poco incline alla pazienza e molto alle maniere forti, in questo modo la seguì senza tante storie. Prese la sua valigetta e uscirono. Lei nascose la pistola sotto la felpa e lui sapeva che, a un passo falso, si sarebbe ritrovato con un proiettile in corpo; scappare sarebbe stato inutile e avrebbe solo rallentato l’agonia.
Una signorina al piano terra lo salutò e lui le fece la mano. «Va già a casa?». Considerando che la giornata di lavoro era appena iniziata, appariva piuttosto strano.
«Sì…», per poco non stridé la voce, quando sentì la canna della pistola su un fianco. «È venuta a prendermi mia cugina», disse e Shaw sorrise, facendo un cenno di saluto con la testa; «È il compleanno della nonna, sa, mi ero scordato», si portò una mano alla tempia, sorridendo.
Lasciarono la ragazza e lo invitò a sedere sulla moto, dunque partirono. Non ci mise molto a tornare davanti al vecchio motel. Shaw lasciò la moto appena in tempo, i centauri stavano tornando ed era già pronta per accusare il ricercatore di averla rubata, ma non ce ne sarebbe stato bisogno. Shaw aprì la porta del motel e Bear li aspettava all’entrata. Lui fu spinto dentro e si tirò indietro dalla paura, incontrando il cane che lo ringhiava e abbaiava, mostrandogli i canini affilati.
«Bear, kom hier [vieni qui]».
Il cane tirò indietro le orecchie e tornò sui suoi passi fino a raggiungere Root, dall’altra parte della stanza.
L’uomo spalancò gli occhi e la bocca dalla sorpresa, restando immobile. «Non è possibile», barbugliò, «Tu sei morta».
Root mostrò un sorriso dei suoi, inclinando la testa: «Sono in molti a pensarlo».

da PoI a real life

Sarah finì di leggere il copione dell’episodio. Le piacevano particolarmente le scene da solista di Shaw, come rapisce uno dei dottori che l’avevano torturata quando era nelle mani di Samaritan per costringerlo ad aiutare Root e, nel complesso, il suo rapporto con lei. A dire il vero era un po’ in imbarazzo al pensiero di dover girare delle scene tanto vicina a Amy e sapeva di dover trovare un modo per risolvere la situazione, eppure non vedeva l’ora.
Qualcuno bussò alla sua roulotte e gridò di stare arrivando, perciò uscì, pronta per affrontare un nuovo ciclo di riprese. I fotografi erano annidati ovunque intorno al motel e al pub che avevano trasformato a piacimento per lo show; di certo le transenne non li fermavano, né lo facevano soprattutto con i fortunati fan che si ritrovarono a guidare di lì per caso trovando la strada per metà bloccata a causa delle riprese. Inquadrò Amy che, ancora non vestita da Root, firmava autografi e faceva foto con l’autoscatto con alcuni fan. Alcuni le indicarono Sarah facendole un gesto di avvicinarsi e Amy sorrise anche a lei, passandole una penna.
«Posso farvi una foto insieme?», chiese una ragazza dopo qualche autografo e le due accettarono, avvicinandosi e simulando con le mani delle pistole. Si sorrisero e la ragazza, come tanti altri, scattarono una o più foto.
Sia Amy che Sarah sapevano che quello scatto avrebbe fatto il giro del web e probabilmente sarebbe diventato fonte di storie più o meno strampalate su una loro possibile relazione segreta; era divertente. La verità la sapevano solo loro.
Quando entrarono nella saletta per il trucco non c’era ancora nessuno e presero posto. Amy iniziò a frugare il suo cellulare e Sarah lo stesso, scattandole una foto senza che l’avvertisse.
«Ehi», brontolò, fingendo di arrabbiarsi, «Cosa fai?». Le scattò un’altra foto e Amy mise su il broncio, intanto che l’altra rideva, scattandone un’altra. «Stai giocando? Ti diverti così?». Appoggiò il suo cellulare sul banco e allungò le mani per tapparle la fotocamera, che scattava ancora. Alla fine le abbassò il telefono e scoprì di aver appoggiato la sua mano destra sulla sinistra di Sarah.
Le guardarono e si guardarono. Non poterono farne a meno: si avvicinarono e si scambiarono un bacio, riflesse nello specchio della saletta, proprio quando si stava aprendo la porta. Udirono la serratura e la voce della truccatrice che, fortunatamente, era impegnata a parlare con qualcuno e non aveva visto niente. Le due si guardarono di nuovo, come imbarazzate, e si allontanarono, prima che le vedesse.

Non era affatto facile. Stava succedendo sempre più spesso, come fosse qualcosa che non potevano fermare, né probabilmente volevano, anche se nessuna delle due era pronta a dirlo a voce alta. Avevano un matrimonio felice, una famiglia unita, una carriera che amavano che però dovevano tenere lontano dalle prime due cose. Ed era un po’ assurdo pensarlo, quando entrambe avevano conosciuto i rispettivi mariti sui set. Il problema è che non poteva capitare ancora perché avevano già conosciuto l’amore della loro vita e una cotta, seppure si stava trasformando in qualcosa di molto forte, non avrebbe mai modificato questo.
Dopo aver girato e ripetuto delle scene per tutta la sera, la notte chiusero il set. Amy e Sarah salutarono con tante coccole il cagnone che interpretava Bear, portato via da un addestratore, e si scambiarono la buonanotte mantenendo uno sguardo complice, prima di raggiungere entrambe le proprie roulotte. Era andata bene, in fondo. Shaw aveva stretto Root ai polsi contro la spalliera del letto e poi lei l’aveva buttata contro il materasso quando si era spostata. Si erano baciate ma non era stato affatto come la volta della festa. Ci erano riuscite, dopotutto: si erano toccate senza fare scenate, anche se avevano dovuto rigirare il momento in cui Amy la tirava contro il materasso un po’ di volte. Sarah aveva perfino pensato che sbagliasse apposta per la sensazione di trascinarla sotto di lei. Che andava a pensare.
Sarah si sedette sul divanetto e Amy lo stesso, ognuna nella propria roulotte. Entrambe sfogliarono i messaggi sul cellulare, le chiamate perse dei loro mariti che dovevano richiamare, le innumerevoli notifiche dei social. Ritrovarono la foto che le avevano scattato quella sera già online, su Twitter. Sia Amy che Sarah guardarono attentamente la foto, le loro pose, i loro corpi vicino, i loro visi con le loro labbra che sorridevano e i loro occhi che si cercavano. Chiusero. Stavano per comporre i numeri dei loro mariti ma si fermarono all’ultimo, cancellando tutto. Era quella la verità. Era quella.
Sarah lasciò il cellulare sul tavolino e si alzò, pronta per aprire la porta e andare da lei e parlarle, ma lo sentì vibrare. Sapeva che era Steve. Guardò la porta e poi il cellulare. Si portò una mano sui capelli, arruffandoseli, non sapendo cosa fare. Stava ancora vibrando e alla fine pensò di prenderlo, sbuffando, se non fosse che qualcuno bussò alla porta. Lasciò il telefono e aprì.
«Cosa fai qui?», inevitabilmente sorrise e Amy divise la distanza che le separava, salendo gli scalini. Chiuse la porta e la guardò, senza dire niente o non sapendo davvero cosa dire, morsicandosi il labbro inferiore.
Restarono così, ferme e immobili a scrutarsi per non sapevano quanto, che fosse un solo minuto o tutta la notte o l’infinito era lo stesso. Il telefono vibrava ancora e rimbombava muovendosi sul tavolino, eppure nessuna delle due lo aveva degnato di un attimo di attenzione. Si guardarono ancora e quindi successe: si avvicinarono all’improvviso e si strinsero, portando le mani al viso dell’altra, seguendo il contorno delle labbra con gli occhi e così baciarsi. Le loro bocche e le loro lingue si conoscevano già ma non lo fecero mai così bene, incontrandosi e scontrandosi, nel frattempo che le loro mani si toccavano e stringevano con forza, come per assicurarsi che erano lì, che potevano farlo, che nessuno le avrebbe fermate per fare pausa o rifare la scena. Non era una scena da show televisivo ma la realtà. Sarah trascinò Amy contro una parete proprio come avevano immaginato, carezzandole le braccia, scendendo sul collo, sfiorandole le spalle e poi verso i fianchi, accompagnandola a sé. Amy le portò una mano dietro, immergendola nella cascata dei suoi capelli, e con l’altro braccio le circondò il collo, tenendosi a lei. Si spostarono dalla parete e presero fiato entrambe, solo un istante veloce, per poi ricadere l’una sull’altra. Si sentivano. Si resero conto tutte e due di quanto avevano desiderato avere il corpo dell’altra su di sé così tanto. I loro respiri erano veloci, bollenti.
Sarah le baciò il collo e Amy trasalì, guardandola negli occhi e ricercando ancora le sue labbra, stringendole le natiche. La sentì ridere.
Si trascinarono su un’altra parete e Sarah aiutò Amy a togliersi la maglia e a gettarla sul pavimento, passando le mani sul suo bacino, toccando con impeto. La baciò dietro un orecchio e poi scese di nuovo sul collo, continuando sul seno e dopo sul ventre, abbassandosi. Amy si appiattì alla parete, gemendo, sentendo la lingua calda dell’altra. Più tardi prese le mani di Sarah con le sue, tirandola su e verso di sé, spingendola verso la camera a lato e baciando ancora le sue labbra, e così una guancia, alitandole su un orecchio. Anche Sarah tolse la sua maglia e si lasciò trasportare, passando dalla porta aperta e gettando Amy sul letto, senza che se lo aspettasse, salendo su di lei. Risero.
«Ti è piaciuto tirarmi sul letto questa sera, uh?», esclamò a poco dal suo viso.
«Mi hai scoperta», biascicò Amy, sorridendo. Dall’imbarazzo improvviso, rivolse lo sguardo dall’altra parte e Sarah restò a fissarla, esaminando il naso che le si arricciava, come si arroventavano le sue guance. Amy le raccolse dei capelli e glieli portò dietro un orecchio, approfittando del gesto per carezzarle il viso, riprendendo possesso di sé.
Sarah si avvicinò e la baciò ancora senza preavviso, e Amy ricambiò.
Si accarezzarono dolcemente. Non si chiesero più cosa stavano facendo perché lo sapevano ora più che mai. Si baciarono ancora, e ancora, tenendosi strette, vicine, ricercandosi a ogni tocco e a ogni sospiro. Si sfilarono i pantaloni e si trascinarono meglio sul centro del letto, continuando a toccarsi, premendo la pelle calda e morbida e poi di nuovo accarezzarsi, sfiorarsi, conoscendo ogni parte del loro corpo. Si slacciarono i reggiseni e si toccarono con ardore, con le mani e con le labbra, facendo gemere l’altra. Sarah scese una mano lungo la schiena di Amy e si fermò su una natica, stringendola, afferrando gli slip e tirandoli giù.
«Sai la verità qual è…?», disse Sarah, baciandola di nuovo. «Credo di stare innamorandomi di te», sussurrò sulle sue labbra.
Amy la circondò con le braccia. Voleva rispondere ma non ci riuscì e preferì guardarla negli occhi, annuire lentamente, e avvicinarsi per portarle via un labbro con le sue, lasciarlo, e affondare la bocca nella sua, ricercando la lingua.
Amy lo sapeva, ma sapeva anche che, per quanto fosse vero, non l’avrebbe mai amata abbastanza.

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angolo autrice

Ma cos’è successo, che hanno combinato quelle due? Beh, secondo me era inevitabile! Secondo voi? :3 Ma Amy cos’avrà voluto dire pensando che non l’avrebbe mai amata abbastanza?
Dall’altra parte, intanto, Shaw ha trovato un modo per sistemare l’orecchio sordo di Root ed è diventata decisamente… protettiva. Dopotutto stanno insieme o qualcosa del genere ~♥

Ci rileggiamo lunedì prossimo con il capitolo sei: Come può essere sbagliata una cosa tanto bella 😉

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