Capitolo dieci. Forse un giorno

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Shaw strappò e tirò tanto forte da farne due pezzi e restò a fissarli, prima uno e poi l’altro, riprendendo fiato, fermando le lacrime. Non passò molto che si pentì di averla rotta e avvicinò i due pezzi come se avessero potuto tornare a essere una giacca intera. Ansimò ed emise appena un altro strillo quando si spaventò e di colpo si girò, udendo la porta del bagno scattare e aprirsi. La fissò a bocca aperta mentre camminava scalza verso di lei. Bear la scrutò allo stesso modo e dopo tornò a dormire, come se nulla fosse successo.
Root si fermò in mezzo alla stanza, guardandola così come si guarda qualcuno che non è in grado di comprendere ciò che gli succede: con compassione. «Non dovevi alzarti dal letto, avrai ancora la febbre alta», disse piano, a bassa voce, riuscendo a sorridere per lei.
Si avvicinò e provò ad alzare Shaw dal pavimento ma lei si divincolò, saltando via, stringendo un pezzo della giacca in una mano. Per interminabili secondi non riuscì a fare altro che esaminarla a occhi sgranati. «Non può essere», mormorò, toccandosi la fronte, «Sto impazzendo».
«Non stai impazzendo, Sameen», provò qualche passo verso di lei. «Hai solo paura di risvegliarti e scoprire che è tutto finto. È normale, sei stata per mesi nelle mani di quei pazzi che hanno cercato di usarti! Ma tu sei sopravvissuta a loro e adesso stai lottando e sopravvivendo anche a quello che ti hanno lasciato. Stai vincendo, Sameen Shaw, perché tu sei più forte di tutto questo». La prese fra le sue braccia e Shaw chiuse gli occhi. «Sei confusa ma ti sembrerà più chiaro presto. Molto presto».
«Ho bisogno di te».
Root fece una pausa, prima di parlare: «Io ho bisogno di te». Alzò la mano destra e premette la siringa, infilandole l’ago nel collo.
Shaw spalancò gli occhi dalla sorpresa e poi li richiuse piano, lasciandosi andare.

Era così triste. Un sentimento tanto forte per lei che non ne aveva provato per così tanto tempo. Aveva il volume basso, le aveva detto un giorno una bambina, e pur non dandoci peso allora lo aveva tenuto in mente perché in fondo sapeva che era vero e che Root in un modo o nell’altro era riuscita a girare la manovella per alzarlo.
Si mosse per asciugarsi gli occhi appiccicati di lacrime e sentì la sua pelle strisciare su freddo cemento, non comode lenzuola. Si sentì sollevata, aprendo gli occhi e vedendo di essere nelle fogne: non lo aveva sognato ma era accaduto il contrario. Era stato un incubo; quello di cui aveva paura da quando l’aveva ritrovata in una notte ancora giovane e piovosa. Era ora di svegliarsi del tutto dalle paure e dai tormenti; perché era più forte di tutto quello. Che ci provasse pure, il suo cervello, a farle credere di essere in una simulazione o in un sogno; pensò che non le sarebbe più importato da quel momento in avanti perché voleva vivere. Voleva vivere e essere felice. Quella era la vita vera e avrebbe lottato con tutta se stessa affinché potesse proteggere quella realtà dalle sue paranoie. Basta simulazioni, basta rivedere quella giacca appesa come se Root, quella volta, fosse morta davvero. Forse un giorno chi le aveva fatto tutto quello aveva vinto, ma quel tempo era finito.
Shaw si alzò dapprima con fatica, tastandosi il collo sul punto dove l’aveva punta con l’ago, e poi calciò le manette, facendole cadere nel canale di scolo. Era arrivato il momento di riprendersi Bear.

da PoI a real life

Dopo aver lasciato le rispettive roulotte e il set per ripartire verso casa, Sarah e Amy non parlarono più molto. Amy pensava di darle il suo spazio e, dal canto suo, Sarah pensava di stare impazzendo. Si salutarono senza baciarsi, con un lungo abbraccio che sembrò durare in eterno, e dei mesti sorrisi. Amy non le ricordò del viaggio, non le disse più niente a riguardo, era solo nervosa di dover affrontare e parlare con i suoi bambini a fianco dell’uomo che sarà sempre l’uomo della sua vita di come a volte era necessario separarsi e essere tristi per diventare più felici. Forse un giorno avrebbero capito anche loro.
Intanto, Sarah stava ancora cercando di capirlo. Amava Steve con ogni cellula del suo essere: si erano incontrati sul set, si erano divertiti insieme, poi si erano baciati e qualcosa fra loro era nato, dal nulla alla simpatia, dalla simpatia al matrimonio. E insieme avevano avuto tre splendidi bambini. Pensava di non aver bisogno di altro nella vita e tornare a casa, di primo impatto, glielo aveva confermato. Respirare l’aria della vita che lei e Steve si erano costruiti insieme, riabbracciare i suoi figli, vedere nei loro sguardi la sicurezza di tutto quello che avevano attorno e sapere che ci sarebbe stato sempre, entrare nelle loro camerette, nella sua camera da letto e vedere come ogni cosa, ogni centimetro di quelle stanze, era stato pensato da entrambi per tutti loro. Avevano molto più che una casa e dei figli insieme: avevano un mondo costruito su misura per loro. Però non faceva che pensare a lei. Capì di aver creato una crepa in quel mondo e che stava diventando sempre più grande perché glielo permetteva. Con Amy era tutto diverso. Era come averla sempre conosciuta, sempre aspettata, e fino a che i loro corpi non si erano uniti, sempre desiderata.
Ma non poteva mandare all’aria ogni cosa per lei. A pensarci, non lo aveva fatto nemmeno Amy. Aveva sempre pensato di essere responsabile del suo divorzio, ma lei avrebbe lasciato James in ogni caso, che fossero rimaste insieme o meno. Non per lei e non per la loro relazione, ma per lui. Lo aveva lasciato per amore, perché non poteva amarlo come si meritava. Perché amava lei. Non glielo aveva detto a parole, ma glielo aveva detto con i fatti.

Erano già passati tre giorni. Le inviò un messaggio per chiederle come stava, se andava tutto bene con i bambini, ma non le aveva ancora risposto. Quaranta minuti di attesa. Ogni tanto ricontrollava il cellulare, forse non aveva sentito la vibrazione, ma non c’era nessuna risposta. Ansimò. William le mostrò il disegno che stava facendo e lei gli mosse i capelli, gli disse che era bellissimo e guardò fuori dalla finestra, poi di nuovo al cellulare. Era perennemente distratta e nervosa, tanto che il bambino le poggiò una mano sul viso e tentò di farle vedere di nuovo il disegno, non soddisfatto. Una lumaca gialla su una riga di prato verdissimo. Oh, era davvero bello.
«Sei bravissimo», gli disse, stavolta con sincerità.
Probabilmente la lumaca era quella che avevano visto in cortile il pomeriggio: lui l’aveva notata, le aveva fatto fare un volo sulle sue piccole dita e dopo l’aveva poggiata su un fiore. Era caduta e così aveva provato a rimetterla. Lo aveva fatto almeno cinque volte prima di capire che in quel modo non avrebbe funzionato per poi posizionarla sull’erba. Gli aveva chiesto perché non avesse tenuto la lumaca ma l’aveva lasciata andare, e il bambino, spiazzandola, le aveva risposto che con lui sarebbe morta, che glielo aveva detto la nonna che era meglio lasciarla andare se le voleva bene davvero. Oh, si accorse che il suo piccolo aveva compreso quel concetto molto prima di lei. Ma non poteva lasciare Steve, neanche per amore: senza di lei, lui era perso.

Da real life a PoI

Root aveva bisogno di credere che era possibile. Aveva superato di peggio e malgrado tutto era viva. Aveva avuto qualcosa, qualcuno da perdere e aveva lottato affinché non accadesse, rischiando tutto, rischiando di non tornare come prima. Philip Lars era la minaccia che tornava dal passato ora che voleva credere nel futuro. Non lo avrebbe permesso. E Shaw l’avrebbe perdonata.
Dei Marshall Mason l’avevano seguita da quando aveva lasciato le fogne e iniziarono a sparare per le strade. In lontananza si sentirono le volanti della polizia che arrivavano; doveva fare presto. Si era nascosta dietro un muretto e si alzò per sparare, ferendo uno di loro, poi un altro ancora. Un bambino aprì la porta di casa e lo acchiappò trascinandolo di nuovo dentro insieme a lei, socchiudendo la porta e facendogli il cenno di tacere, mentre lui fissava il fucile con occhi sgranati. Si assicurò di vederli girare un angolo e poi era uscita, ringraziando il picciolo per averla aiutata.
Si diresse direttamente lì. Gettò il fucile all’interno di un cassonetto e ne tirò fuori uno zaino, entrando in centrale con fretta mentre se lo sistemava sulle spalle. Fusco tentò di fermarla ma lei gli passò avanti con decisione, accarezzò Bear e lo prese con sé: lo spinse in una saletta degli interrogatori e gli infilò una mascherina presa dallo zaino.
«Non puoi vederlo», sbottò Fusco alle sue spalle, intanto che lei chiudeva la porta. «Il suo avvocato ti ha fatto avere un divieto, lo sai questo? Stanno visionando i tuoi dati», le disse poi sottovoce, «presto scopriranno che non sei una vera detective e lo stesso vale per Shaw! Mi hai sentito, Riccioli D’oro? Root?». Lei lo ignorò, continuando a camminare, e sbuffando spalancò le braccia, guardandosi poi intorno: «Dove mi ha messo il cane?».
Entrò nella sala e Daryl Boscoferro restò seduto sulla brandina, pur non mancando di sorridere.
«Alzati! Voglio che mi porti da Lars». Prese delle chiavi da una tasca e aprì la cella, spalancando la porta. Lui si alzò piano, andandole incontro. Root si sfilò lo zainetto dalle spalle e, cercando al suo interno, tirò fuori due maschere antigas e gliene porse una. Lui se la infilò senza fare domande vedendo lei che lo faceva e la donna controllò l’orologio, mostrando un conto alla rovescia con le mani. Tre, due, uno: dall’impianto d’areazione uscì una nube grigia. Attesero qualche secondo, sentendo il chiasso attraverso la porta, e finalmente uscirono. Qualche poliziotto provò a fermarli e loro se li tolsero di dosso con facilità, camminando velocemente verso il portone d’uscita. Udirono Bear che mugugnava e raschiava la porta, chiuso nella saletta degli interrogatori, e Fusco, tossendo e incespicando sui suoi passi, provò a fermarla di nuovo, balzandole addosso.
«Non puoi farlo», tossì, «Pensaci».
Ci aveva già pensato. Stava cadendo a terra esanime e lei fermò la sua caduta, accompagnandolo sul pavimento, mentre Daryl Boscoferro continuava verso l’uscita. Proverò a non morire, pensò, poggiandogli dolcemente la testa sul pavimento. Sapeva di non avere molte altre alternative e che avrebbe dovuto rischiare di nuovo per mettere la parola fine a tutto quello. Sapeva di aver creato al suo amico un danno irreparabile e che le scuse non sarebbero mai state sufficienti a risanare ciò che era stato fatto, ma forse un giorno avrebbe compreso le sue ragioni e sarebbe riuscito a perdonarla davvero, anche ora che lo stava abbandonando di nuovo. Lo guardò, in piedi davanti a lui, prima di andarsene.
Una volta fuori dal portone si tolsero le maschere e le gettarono dentro il cassonetto.
«Hai un piano?», domandò lui, seguendola. S’inoltrarono in una stretta strada dietro l’edificio, saltando un muretto.
«Sei tu il mio piano». Si fermò e alzò le mani in segno di resa, sentendo un grilletto scattare: l’avvocato uscì dietro un cespuglio, puntandole contro un fucile. Root sorrise: era certa che quella donna fosse un Marshall Mason da come l’aveva guardata quando si erano conosciute.
«Reciprocamente, anche il nostro», disse lei.
Daryl le poggiò una mano sulla spalla, invitandola a proseguire.

Inutile dire che se lo immaginava e che faceva esattamente parte del piano: doveva arrivare da Lars in un modo o in un altro.
La fecero salire in un auto e Daryl guidò fino ai limiti della città, verso un’ospedale abbandonato, mentre lei teneva il fucile puntato su Root, sui sedili posteriori. Lei aveva un gps addosso, nascosto in una calza: nessuno dei due se n’era accorto neanche dopo aver controllato che non avesse pistole o altri armi con sé. Le avevano slacciato il cinturino con l’arma e lasciato in macchina insieme al suo cellulare, forzandola a camminare sulle scalette e ad aprire il portone scolorito, sporco e cigolante. Un uomo armato la seguì con lo sguardo dall’entrata, mentre loro le intimavano di continuare a muoversi. Era fatta. Era vicina a mettere fine a quel triste episodio avvenuto molti anni prima.
«Un ospedale. Ci sarei dovuta arrivare», esclamò lei, «Mh, è così poco originale».
Il corridoio successivo era pieno di uomini e donne armati: dovevano essere altri Marshall Mason attivi. Il loro scopo sembrava essere cambiato: parevano diventati semplici tirapiedi a pagamento. La guardavano così come si guarda un pasto prelibato che scorreva davanti ai loro occhi. Erano stati tutti ingaggiati per trovare quella donna e ucciderla, sarebbero stati pagati adeguatamente, ma nessuno di loro c’era riuscito e nessuno di loro avrebbe avuto fra le mani l’enorme somma di denaro in palio, invidiosi e seccati che fosse stata già presa da qualcun altro. Lei si premurò di sorridere davanti a tutti senza riserve.
Boscoferro e la donna la spinsero all’interno di una saletta: al contrario del resto dell’ospedale che avevano visto fino a quel momento, quel luogo era ben curato, c’era la moquette nuova e pulita sotto i piedi, divani e cuscini, tavolini, tre lampadari nuovi e le tende dai colori pastello davanti alle finestre. Root pensò di guardarsi attorno ma non c’erano telecamere o altri apparecchi: al momento era davvero sola. La invitarono a sedersi in mezzo a uno dei divani e obbedì con un sorriso, intanto che da ogni porta entravano gruppi di tre persone per tenerla d’occhio. Non poté che trovarlo divertente.
«Sono disarmata e sola, eppure tanta gente si disturba solo per me: come non essere lusingata».
«Ogni precauzione è d’obbligo, mi sembra», rispose Boscoferro, mani intrecciate sulla schiena, «Personalmente ho imparato io stesso a non sottovalutarti».
Attraverso le tende, Root fissò una finestra, pensando a Shaw. Sarebbe tornata da lei presto, pensando a cosa stesse sognando in quel momento e a quanto si sarebbe arrabbiata una volta sveglia. Sorrise di nuovo e prese un bel respiro, udendo un rumore al piano di sotto, da dov’erano passati: stava per succedere. Un altro rumore, un grido e poi uno sparo e tutti i Marshall Mason nella sala si guardarono gli uni con gli altri, imbracciando meglio le proprie armi. Qualcuno pensò di andare a controllare cosa stava succedendo e lo sentirono gridare di lì a poco, accompagnato da qualche sparo e un botto. Tutti iniziarono a muoversi come formiche impazzite e Daryl Boscoferro e l’avvocato si girarono verso Root, allarmati.
«Cosa sta succedendo?», domandò lui.
«Parla», ordinò lei puntandole contro il fucile.
«Come posso saperlo? Sono qui con voi», scrollò di spalle.
Una delle porte si aprì e qualcuno lanciò dentro un fumogeno; dopo poco la sala si riempì di altre persone imbavagliate e armate per mettere fuori gioco i Marshall Mason. Root approfittò del trambusto per alzarsi dal divano e stringere il fucile per la canna, strappandolo di mano dalla donna e colpendola in faccia con il manico.
«Questo lo prendo io se non ti dispiace, non vorrei che finissi per fare male a qualcuno». Lo puntò poi contro Daryl Boscoferro ma lui stava già tentando la fuga verso una delle porte. Un ragazzo si avvicinò a lei e si scese il bavaglio, mostrandole chi fosse.
«Bei regaloni in quel pacco che ci hai fatto avere, donna poliziotto», Brandon rise entusiasta; alzò una mano per battere il cinque ma lei non ricambiò. «Troppo forte».
«Non sono regali», sospirò, «Piuttosto un prestito: la mia ragazza non ne sarebbe felice, credimi». Lui annuì e lei gli indicò una porta con un cenno della testa: «Il vostro uomo è scappato da quella parte, signori».
Il ragazzetto ringraziò ma Root lo vide pensarci più del dovuto, soprattutto per uno come lui che solo pochi secondi prima si comportava come un bimbo a Natale. Si fermò e si guardò in giro accuratamente, come stesse cercando di mettere a fuoco qualcosa, poi pensò di chiamare altri che lo seguissero e sparì dietro la porta insieme a loro.

da PoI a real life

Sarah aprì la cabina armadio, sovrappensiero. Sei giorni. Erano già passati sei giorni e Amy non aveva risposto a nessuno dei suoi messaggi; a un certo punto aveva dovuto smettere o avrebbe pensato di non volerla lasciare in pace e non voleva essere pesante. Ma le mancava, sentiva un vuoto nel petto che non riusciva a colmare in nessun modo e capì come doveva essersi sentita Shaw quando si era risvegliata su quel letto scoprendo che lei non c’era. Prese un abito a fiori e lo squadrò senza reale interesse, rimettendolo a posto. Non riusciva a smettere di pensarci: la differenza era che, almeno Shaw, poi si era risvegliata davvero scoprendo di poter ancora fare qualcosa per rimediare. Lei invece cosa poteva fare? Fra poche ore Amy sarebbe partita con i suoi figli per una vacanza lunga due settimane e le avrebbe detto addio per sempre. Non che non le avrebbe più rivolto la parola, lavoravano insieme, ma il rapporto fra loro non sarebbe mai più stato lo stesso. E chissà come avrebbe evitato ogni tentativo di nuovo approccio da parte sua. E aveva ragione lei, lo sapeva bene, non poteva continuare a volere un piede in due scarpe, ma non riusciva a dire addio a nessuno dei due. Era ancora lì, indecisa su una decisione che in fondo aveva già preso, fra una vita certa e al sicuro con Steve e una incerta e piena di imprevisti con Amy. Era tutto una scommessa, un capire per chi il suo cuore batteva più forte, a chi pensava per primo la mattina e l’ultimo la notte prima di dormire, con chi dei due immaginava realmente un futuro.
Steve era a casa dal giorno prima e com’era nervosa lei lo era lui. Non sembrava essere il lavoro, stavano facendo una breve pausa e sarebbe tornato sul set l’indomani, e allora doveva esserlo solo perché con molte probabilità pensava ancora all’evento di chiusura della prima stagione di Shoot: ultimate chance, a quando l’aveva sorpresa a parlare tanto bene del suo rapporto con Amy. Ma cosa si aspettava? Che dicesse di amarlo nel frattempo che parlava di Amy e di come andavano d’accordo? La sua gelosia a volte rasentava il ridicolo, ma non poteva fare a meno di pensare che questa volta avesse ragione: lei lo aveva tradito, era inutile girarci intorno. Lo aveva fatto consapevolmente più volte. Non era riuscita a farne a meno. Non voleva smetterla e basta, perché Amy… perché amava Amy. Oh, accidenti, la amava tantissimo. Le sue guance calde la mattina ancora sotto le coperte. Il suo imbarazzo e come tentava di nascondersi il viso. La sua voce che ogni volta che la chiamava era un battito del cuore. Le sue preoccupazioni e la frustrazione, la sua fragilità che faceva esplodere in lei un senso di protezione mai provato. Il suo viso duro e dolce allo stesso tempo, come inarcava le sopracciglia. Il suo sorriso sempre diverso per ogni occasione. La tenerezza dei suoi occhi, l’innocenza di ogni suo sguardo. Il suo corpo che vibrava sotto ogni suo tocco. Era stata con lei perché per quanto amasse Steve, amava Amy. E né lui né potevano farci niente. Non voleva farci niente.
Richiuse la cabina armadio e si precipitò a guardare il cellulare, scoprendo che Amy non le aveva inviato ancora alcun messaggio. Lei doveva essersi arresa all’idea che sarebbe rimasta con suo marito e non aveva torto, poiché era proprio ciò che aveva deciso di fare… prima. Esattamente fino a poco prima.
Scese le scale di casa con il cuore che le batteva furiosamente, torcendosi le mani. I bambini giocavano fuori con la nonna e Steve era in cucina a bere il suo bicchierone di caffè, leggendo un giornale, in piedi davanti alla penisola. Lei lo guardò per un po’, ferma sulla porta, cercando di prendere coraggio. I suoi occhi erano umidi. Doveva davvero farlo? Sentì il suo corpo nutrirsi di adrenalina al solo pensiero di correre da Amy. Era ciò che voleva, ma aveva paura. Guardandosi attorno solo un attimo, capì che avrebbe perso tutto o quasi ciò che aveva; che avrebbe stravolto ogni cosa non solo nella sua vita ma in quella di tutte le persone che amava. Che probabilmente era egoista a pensare solo a sé. Ma il tempo scorreva e doveva essere coraggiosa, doveva provare a pensare anche lei che forse un giorno lui avrebbe capito, e con lui i loro figli quando sarebbero stati più grandi, e la sua famiglia che, a causa della paura provata quando era adolescente, non era mai venuta a conoscenza di una parte di lei.
Lui alzò lo sguardo, sentendosi osservato. «Che c’è?», sbottò, «Pensavo volessi portare fuori i bambini con tua madre… non ti sei cambiata?».
Era arrivato il momento. Deglutì, avvicinandosi. «Steve… dobbiamo parlare», si passò due dita sulla fronte.
Era come se lui avesse capito al volo, senza che gli dicesse altro, poiché abbassò la scodella e l’appoggiò al banco, fissandola in modo contrariato. «Mi hai preso per un visionario, un pazzo geloso, e invece… era tutto vero. No?», sibilò con la voce che gli tremava. Si allontanò dalla penisola e si appoggiò con fare stanco al mobile dietro, scuotendo la testa, alzando gli occhi al soffitto. «Dimmelo che non mi stavo inventando le cose», alzò la voce.
«No…», emise a fior di labbra, come liberandosi di un peso, e lui scosse la testa ancora, «Ma non è sempre stato così! È solo che… che…».
«Che ti sei innamorata di lei?», domandò, passandosi una mano sul viso.
«Sì».
Lui sembrò trattenersi, chiudendo gli occhi, e dopo calciò a terra, sfiorando un mobile. «Oh, dannazione, Sarah… Siete state a letto insieme? L’avete fatto?», si morse un labbro, osservando il viso di Sarah abbassarsi, «Cosa stai cercando di dirmi, uh? Che lei ha divorziato per te? Che tu vuoi divorziare per lei? Mi stai lasciando, per caso?».
Sarah strinse i pugni e si tirò in avanti, decidendo di agire: doveva sbrigarsi o Amy sarebbe partita senza di lei. «Sì, ti sto lasciando», iniziò a piangere e si asciugò le lacrime, tirando su con il naso. «Ti sto lasciando perché amo lei più di te e non posso stare con te sapendo questo! Non lo merita nessuno dei due».
Incuriositi dai rumori verso la cucina, sia la nonna, con i braccio i gemellini, che William, guardarono attraverso la porta a vetri; capendo che stavano discutendo, la signora pensò di distrarre il bambino, dando comunque un occhio all’interno.
«Oh, quindi stai cercando di farmi credere che se mi lasci è per me? Per il mio bene?», s’indicò il petto, «Devo essere davvero un uomo fortunato…».
«Per favore, Steve, non gira sempre tutto intorno a te».
«Quindi cosa dovrei fare? Devo essere paziente, stare zitto e accettare il fatto che mia moglie mi abbia tradito? Devo fare così?».
Sarah si passò la mano sulla fronte, abbattuta. «Ho sbagliato… lo so».
«Una cosa giusta l’hai detta», si passò di nuovo le mani sul viso, riprendendo fiato, e Sarah non riuscì più a guardarlo in faccia.
«Adesso devo andare».
«Adesso?»,
«Adesso! Se non vado adesso-», le scappò un singhiozzo, trattenendosi, facendo una smorfia con la bocca.
Lui la interruppe, stringendo gli occhi: «Sai una cosa? Ho capito! Non entriamo nei dettagli che non mi interessano! Sono frustrato, sono incazzato e sono deluso, non voglio sentire un’altra parola! Devi andare? Vai! Ne riparliamo quando torni, cosa vuoi che ti dica?», sbottò. «Tornerai, no?».
Annuì, sospirando. «I bambini…».
«Vuoi portarti dietro anche loro?».
Fissò verso l’esterno e sua madre stava guardando nella sua direzione, così uscì. Prese i piccoli in braccio uno alla volta e li baciò stringendoli forte, poi William, a cui disse che sarebbe tornata presto, che andava a fare una cosa importante e che si sarebbero sentiti per telefono. Gli consigliò di continuare a disegnare perché al suo ritorno avrebbe voluto vedere tanti suoi capolavori. Erano abituati a vederla andare via per lavoro e il piccolo le diede la buona fortuna per la videocamera. Dopo abbracciò anche sua madre, chiedendole di badare ai bambini e che anche loro si sarebbero sentite per telefono per spiegarle la situazione. La signora era molto incerta e tentò di parlarle ma lei, che tremava, non si lasciò fermare. Per un attimo, Sarah si rivide una ragazzina spaventata al pensiero che sua madre scoprisse la verità, ma erano passati tanti anni e le cose non erano più come prima, ed era arrivato il momento di affrontare tutto: poteva farcela. Era inutile nascondersi, a maggior ragione da se stessa.
Stava per andare, fermandosi un’altra volta verso il marito, con decisione: «Se non altro… adesso tornerai sulla piazza». Gli diede le spalle.

Guidò suonando il clacson ad ogni curva, ad ogni intoppo, facendo innervosire qualcuno. Era in ritardo. Amy sarebbe partita senza di lei e l’avrebbe ufficialmente lasciata. Non poteva permetterlo. Le aveva inviato un messaggio prima di prendere l’auto e aveva provato a chiamarla mentre metteva in moto, ma Amy non rispondeva come al solito, e forse non aveva neppure il cellulare vicino. Corse più che poteva, stando attenta a non superare il limite, e alla fine arrivò al porto. Forse era ancora in tempo. Una nave ancora in mare si stava avvicinando e probabilmente sarebbe attraccata dopo che quella da crociera avrebbe lasciato il porto, ora stazionata davanti a tantissime automobili. Sarah dovette fermarsi e riprendere a camminare più lentamente per via della fila di auto. Scorse una pattuglia che fermava le automobili a caso e faceva domande, sperando di non essere una dei prossimi. Non aveva biglietto. Non aveva valigia e indossava una maglia larga, un pantalone da casa e delle scarpe da ginnastica sporche di fango ai lati, che solitamente indossava per potare piante in giardino: non sembrava certo pronta a partire per una vacanza. Guardò la fila, la nave, la gente che si era radunata davanti, e poi il cellulare sul sedile del passeggero, provando a chiamarla ancora.
«Forza, Amy… rispondi, ti prego, ti prego… Non farmelo, per favore…».
Si affacciò al finestrino e un poliziotto incrociò lo sguardo con il suo, mettendole ansia. Rigettò il cellulare sul sedile e mise in moto; proprio quando sperava di averla fatta franca, i poliziotti le fecero cenno di fermarsi e lei si morse un labbro dall’agitazione. Scese di più il finestrino, intanto che il poliziotto con cui si era scambiata uno sguardo le chiedeva di mostrargli i documenti e il biglietto d’imbarco.
«Viaggia da sola?», le chiese un altro, mentre lei cercava i documenti all’interno del cruscotto, togliendo fazzoletti e peluche, disponendoli sul sedile; non era nemmeno certa di averli presi. Non poteva credere di essere davvero uscita senza patente.
«N-No, io… a dire il vero devo raggiungere la mia-», si fermò, grattandosi un orecchia e tirando indietro i capelli, «con i bambini», s’impappinò e alla fine sbatté il cruscotto per richiuderlo, non trovando i documenti. Prese la borsa sperando di fare meglio, tirando fuori altre cose come ciucci e giocattoli.
I tre uomini guardavano con attenzione, spazientendosi, intanto che le altre macchine della fila passavano avanti. «La sua…? Ha il biglietto e i documenti?».
Sarah sbuffò, rialzando la testa e scrutando i loro visi corrucciati uno per uno. Sorrise. «Sì… No, il biglietto deve averlo la mia-», s’interruppe ancora, mentre loro la fissavano con concentrazione. «Sentite, se mi lasciate passare e andiamo insieme dalla mia fidanzata, che è già dall’altra parte…». Pensò di aver detto qualcosa di sbagliato, o di troppo, poiché i tre cominciarono a guardarsi fra loro e a sorridere, e Sarah continuò a cercare nella borsa almeno la patente.
«Ha una faccia già vista, signorina…?».
«Signora», rispose, sorridendo d’impaccio, rialzando il viso, «Va bene anche signorina! Shahi, Sarah Shahi, e finalmente ho trovato la patente», la passò ad uno dei tre, che ancora sorrideva. Fissarono il documento e se lo passarono di mano in mano, esaminandolo, e Sarah guardò fuori con smania, poiché sentiva la gente gridare e le salì ancora più ansia. «Mi avrete vista in tv! Non vorrei mancare di rispetto a nessuno, ma ho davvero fretta, non vorrei che la nave…».
«Se la stanno aspettando, non partirà senza di lei».
«Il problema è questo: non penso mi stia aspettando», mormorò, ansimando.
I tre continuarono a chiacchierare e a ridere, a dirle di averla già vista e cercando di ricordare dove, le chiesero perfino l’autografo e dopo la lasciarono passare, anche se con qualche perplessità.
La nave era ancora lì ma alcune automobili si stavano già spostando per liberare la zona e Sarah parcheggiò come poté, con il cuore in gola. Uscì senza nemmeno assicurarsi di averla chiusa, doveva averlo fatto in automatico, e corse, ma non vedeva più nessuno che potesse aiutarla. Scorse un uomo e lo fermò, ma le disse che avevano già fatto salire tutti e che la nave si stava preparando per salpare, poiché l’altra stava arrivando. Si guardò in giro e, spaventata, pensò di provare a richiamarla, accorgendosi di aver lasciato il telefono in macchina. Non poteva davvero partire senza di lei. Corse indietro e aprì la portiera, cercandolo in fretta sotto le cose che aveva tolto dalla borsa e dal cruscotto e, quando finalmente lo prese in mano e tentò di comporre il numero, udì un rumore e si voltò, vedendo che la nave si stava preparando a lasciare il porto.
Non ce l’aveva fatta. Era finita. Aveva fatto tutto per niente. Si passò una mano sulla fronte e poi anche l’altra, stringendo i denti, ansimando. Forse stava sudando. Aveva passato giorni a perdere tempo, persa nell’indecisione e allo stesso tempo convinta di voler restare con Steve, e alla fine aveva perso nell’unico giorno in cui proprio non poteva permettersi di perdere. Amy era partita e ora là, da qualche parte, a pensare a lei che aveva scelto Steve.

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angolo autrice

Nuovo lunedì, nuovo capitolo!
Ma davvero davvero vi aspettavate che tutto ciò che era stato finora non era altro che un sogno di Shaw? Oh, non posso non dire che per un attimo piccolino piccolino io abbia pensato veramente a questa opzione, ma a mio dire non sarebbe stata una grande scelta perché non solo tutta la storia di Philip Lars non avrebbe avuto alcun senso (e quindi perché arrivare fin lì?), ma anche e soprattutto perché il mio intento era quello di costruire una trama che le avrebbe portate a ritrovarsi. Dunque ci stava come effetto trama, ma non come finale, che lo trovo atroce… Io stessa poi sono rimasta a dir poco traumatizzata da come si è svolta la quinta stagione, quindi volevo inventare qualcosa di diverso dalla solita tragedia 😛
Alle note per tornare sull’argomento!
Invece, ritornando al capitolo… Shaw pensa di aver perso Root ma se la ritrova davanti all’improvviso e lei le spiega che ciò che sta vivendo è qualcosa che le hanno lasciato dalla sua prigionia da Samaritan, che ci sta ancora lottando e che sta vincendo, poi la stordisce (è un sogno) e finalmente si risveglia, stavolta davvero, ritrovandosi nelle fogne. Nel frattempo Root ha messo in atto il suo piano, servendosi di Brandon e il suo gruppo per creare caos e mettere a tappeto i Marshall Mason. Dall’altra parte, Sarah esplora se stessa e dopo tanto rimuginarci capisce di amare Amy più di suo marito e che deve andare da lei prima che sia troppo tardi, ma purtroppo si fa davvero tardi, perde la nave e con lei l’ultimatum che le aveva dato Amy lo scorso capitolo.

Le note:

  • Avevo scritto nelle note al primo capitolo che il titolo di questa fan fiction sarebbe potuto cambiare verso il penultimo/ultimo capitolo ma alla fine ho deciso di tenere quello che c’è con una piccola differenza: il titolo della fan fiction esternamente resta quello, ma cambia all’interno da questo capitolo in avanti. Questo solo perché col capitolo 9 si viene a sapere il nome dello spinoff
  • Il decimo capitolo inizialmente doveva essere più lungo, ma in rilettura ho aggiunto qualche pezzo e ho deciso di dividerlo in capitolo dieci e undici
  • Il vero nome di Sarah è Aahoo Jahansouz Shahi ma non ho idea di quale usi nella patente, così ho mantenuto Sarah
  • Quello che è successo a Shaw quando perde conoscenza alla fine dello scorso capitolo e crede di aver sognato tutto è una cosa che, in realtà, era stata ‘predetta’ da alcuni momenti in due scorsi capitoli. Shaw continuava a ricordarsi della giacca di Root appesa al muro e aveva paura, non era sicura della realtà. Vediamole insieme:

“All’improvviso le venne il dubbio e le immagini si ripresentarono prepotentemente nella sua testa: la finestra che diventava bianca, il rumore della pioggia e le gocce che precipitavano sul vetro, lei sul materasso, con solo il lenzuolo addosso. Era sola. La giacca di Root appesa con una stampella su un chiodo nel muro. Deglutì. La notte stava sognando o quello era un sogno e Root era morta?” [Capitolo 2]

“Si preoccupava, accidenti, e non che Root non sapesse badare a se stessa, in special modo ora che poteva contare su ambe le orecchie, ma si sentiva irrequieta in ogni caso. La giacca di Root appesa con una stampella su un chiodo nel muro continuava ad apparirle nei pensieri come un monito, accompagnata da un’orribile sensazione che tentava di strapparsi di dosso ogni giorno. Era il suo tormento.” [Capitolo 6]

Era una cosa che Shaw prima o poi avrebbe dovuto affrontare. Mi sarebbe dispiaciuto vedere che una volta tornata in libertà dopo la prigionia da Samaritan, dopo tutto quello che le avevano fatto, non avesse riportato un qualche ‘piccolo’ danno collaterale. Ma Shaw è forte e, come le dice Root nel sogno, sta vincendo. Non per niente in questo capitolo, al risveglio, si stufa e semplicemente decide di continuare la sua vita, sfidando il suo cervello a farle credere di essere di nuovo in un sogno.

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Il prossimo capitolo è… l’ultimo! E questa fan fiction mi manca già. Spero che vi sia piaciuta leggerla fin qui e che il prossimo capitolo (e l’epilogo) non vi deluda ^^
E quindi ci si rilegge lunedì con l’undicesimo capitolo: Il suo posto sicuro.
Bye ~♥