Capitolo due. Destino

Il suo corpo vibra

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capitolo 2 destino

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Dicono che il destino non esista. E forse è così. Le cose capitano perché semplicemente capitano, come potrebbero non accadere con la stessa semplicità e casualità; eppure a volte succede quel qualcosa che mette in dubbio ogni tua idea a riguardo perché quel qualcosa, oh, quel qualcosa è così strano e sorprendente che non riesci a non chiederti se è successo perché doveva succedere, perché così doveva andare, invece che puro artificio della coincidenza. Molti, d’altronde, sono convinti che la coincidenza non esista.
Si erano incontrate la prima volta in quella che considererebbero una vita fa, in un largo corridoio di un luogo che trattiene i giovani per degli anni mentre prosciuga loro le energie vitali: l’università. Una delle due era una matricola, bassa, capelli disordinati, scarpe più larghe della sua misura. L’altra era all’ultimo anno, alta, con la riga in mezzo e la coroncina, una camicetta con un filo di pizzo. Opposte proprio come la direzione che stavano percorrendo e, nonostante ci fosse tanto spazio dove camminare, si erano lo stesso ritrovate a sbattere. Le loro braccia si erano toccate ed entrambe si erano girate d’istinto ma, come è facile pensare, non si erano viste. La porta davanti si era aperta proprio in quell’istante e un numeroso gruppo di chiassosi studenti si era frapposto intorno a loro e così avevano ripreso a camminare ognuna per la sua strada.
E così avevano continuato: entrambe avevano iniziato la carriera da attrici con ruoli minori, con un po’ di fortuna riuscendo a ritagliarsi uno spazio sempre maggiore sul piccolo schermo, entrambe si erano sposate giovanissime con dei loro colleghi conosciuti sul set, entrambe avevano avuto dei figli e, infine, entrambe avevano passato la selezione per un telefilm che avrebbero amato, Person of Interest. La seconda fin dalla prima stagione, la prima dalla seconda. Si erano incontrate e si erano conosciute come se già si conoscessero da sempre. Entrambe nate in Texas, entrambe avevano avuto un Jack Russell, entrambe avevano frequentato la stessa università. La loro chimica era esplosa e i loro personaggi si erano avvicinati fino al punto da spingere gli scrittori a creare per loro qualcosa che non era minimamente nei piani: una storia d’amore. Più Root flirtava con Shaw e più tutto sembrava evidente, sensato, giusto. Perfetto.

Da real life a PoI

Allungò la mano sinistra verso l’altro lato del letto, tastando fuori dal lenzuolo, ma non c’era niente. Shaw si scoprì gli occhi, spostando i capelli, ma l’unica cosa che vedeva era la pioggia che faceva tanto baccano per tutto l’appartamento; la finestra a tratti diventava completamente bianca: stava tuonando e la luce improvvisa e veloce illuminava tutta la stanza, permettendole di capire che Root non c’era. Non era sul letto ma non era neppure nel resto della stanza. «Root?», borbottò con la faccia schiacciata sul materasso. Mise forza sulle braccia per alzarsi il tanto di guardarsi meglio attorno. La giacca di Root era appesa sul muro tenuta con una stampella su un chiodo: i lampi la illuminavano. Non capiva: dove poteva essere andata a notte fonda, per di più sotto un temporale? Era a pancia contro il materasso così si girò verso la finestra, ricoprendo il corpo nudo con il lenzuolo, capendo di avere qualche brivido di freddo. Fissò le gocce di pioggia che si schiantavano contro il vetro per un po’, fino a riaddormentarsi.
«Ehi, tesoro».
Shaw udì la sua voce appena, era ancora troppo assonnata, finché non si sentì ballonzolare sul materasso e allora si sforzò di aprire gli occhi, infastidita: Root era già vestita e si era gettata sul letto. Era mattina.
«Ho comprato la colazione nel localino sotto casa: ho preso del succo d’arancia, delle brioche e dei pancake, tanti pancake», le sorrise, «Alzati finché sono ancora caldi».
«Dove sei stata stanotte?».
Root incurvò la testa, sorpresa, sdraiandosi il tanto giusto per allungarle una mano verso il viso, spostandole i capelli dagli occhi. «Ero qui con te, stanotte».
All’improvviso le venne il dubbio e le immagini si ripresentarono prepotentemente nella sua testa: la finestra che diventava bianca, il rumore della pioggia e le gocce che precipitavano sul vetro, lei sul materasso, con solo il lenzuolo addosso. Era sola. La giacca di Root appesa con una stampella su un chiodo nel muro. Deglutì. La notte stava sognando o quello era un sogno e Root era morta? No. Strizzò gli occhi con le dita. Root era lì davanti a lei. Non poteva credere di stare confondendo ancora la realtà a causa delle simulazioni della sua prigionia nelle mani di Samaritan. Credeva di esserci già passata: avevano vinto; Root era morta, John era morto, Harold era morto, la Macchina era stata liberata. Poi Root era tornata da lei. Era tornata da lei. «Mi sono svegliata e non c’eri», le fece notare.
«Forse ero andata in bagno?», le sorrise ancora, scuotendo la testa.
Ammise che poteva essere vero, per quanto ne sapeva. Si mise seduta e i capelli più corti le scesero lungo il seno scoperto. A Root cadde l’occhio e le portò una mano dietro la nuca. Stavano per baciarsi quando il viso addormentato di Shaw si accese di scatto, guardando l’altra negli occhi: «Hai detto pancake?». Si allontanò e ricercò i suoi slip, alzandosi dal letto per correre a fare colazione. Anche Bear le corse dietro lasciando il suo materassino, scodinzolando.
Root alzò gli occhi al soffitto e dopo sorrise, rimettendosi in piedi per raggiungerla.

da PoI a real life

Si svegliò di nuovo, scoprendosi fino alla vita, lasciando scivolare una mano lungo la vestaglietta fine. Non c’era verso: non riusciva proprio a prendere sonno. Allungò una mano e diede un’occhiata alla sveglia sul comodino: le 17:44. Amy sospirò. Se non dormiva ancora un po’ le sarebbe certo venuto sonno quando avrebbe dovuto girare fra qualche ora. Si spostò, mettendosi schiena contro il materasso e fissò il soffitto della roulotte, ripensando a ciò che era successo. E a ciò che non era successo. Lei e Sarah si erano baciate veramente, si erano baciate con le bocche che bruciavano per la cucina messicana, si erano baciate a lungo, si erano toccate, sentite, respirate, si erano… Si fermò. Si erano separate e avevano deciso che non sarebbe successo mai più. Oh, accidenti, era sposata! E anche Sarah era sposata! Rischiare di mandare a monte il suo matrimonio, no, quello di entrambe, per una cotta… era impensabile, faceva paura persino a pensarlo! Anche James era un attore e non aveva mai avuto problemi quando sua moglie si era ritrovata a baciare un altro, e un’altra in quel caso, ma un bacio sotto i riflettori era una cosa molto diversa da quello che era successo nella sua roulotte. Era stato uno sbaglio. Un terribile sbaglio.
Si portò una mano sulla fronte, sospirando. Erano già passati dei giorni e stavano provando a fare finta di niente, naturalmente, dovevano di continuo stare l’una con l’altra e non c’era tempo per imbarazzarsi e fare le ragazzine, ma accidenti se l’aria era diventata pesante. Tanto che l’unico momento in cui avrebbe dovuto dormire continuava a pensarci senza sosta, da sola, nell’ombra data dalle tende chiuse.
Quanto avrebbe dato per sapere cosa passava per la testa di Sarah.
Prese il cellulare e premette un pulsante, socchiudendo gli occhi per la luminosità troppo alta. Sospirò di nuovo, accennando un sorriso, provando a fare una telefonata. «Ciao, amore», sorrise e si imbronciò di colpo, sentendo dall’altra parte una vocina stizzita. «Davvero? E cosa è succe- Oh, al solito. Passami tuo fratello», si grattò la fronte, «Ava, passami tuo fratello! No… e va bene, ci sentiamo domani! Non litigate, per favore». Diede la buonanotte per errore e riattaccò. Quando se ne accorse rise da sola. Ah, ripensò che i figli di Sarah erano ancora troppo piccoli per litigare come facevano i suoi. Appoggiò il telefono sul comodino con uno sbuffo quando si accorse di aver di nuovo pensato a Sarah, che nemmeno parlare con sua figlia l’aveva fatta tornare alla realtà.
Si ricoprì fino al collo e sorrise, ripensando a vecchi momenti… Appena glielo aveva detto, era saltata di gioia:
«Incinta? Sei incinta?», le aveva ripetuto col cuore in gola, mentre Sarah annuiva, sorridendo. Le aveva toccato la pancia d’istinto ma era ancora troppo piccola affinché si sentisse qualcosa e si era tirata indietro chiedendole scusa, sorridendo, intanto che Sarah si piegava dal ridere.
«Tra un mese e mezzo o due sarà tutta tua», le aveva detto Sarah, dandole una pacca sulla spalla.
E lo era stata: appena finivano di girare una scena, a ogni pausa, Amy portava le sue mani alla pancia di Sarah che cresceva a vista d’occhio. Le era stata così vicina che, per una qualche strana combinazione delle cose, aveva sentito quei due gemelli anche un po’ suoi. E lo aveva dimostrato, rendendosene conto solo a danno ormai fatto, quando in un’intervista aveva parlato del finale felici e contenti che sperava per Root e Shaw includendo il cane Bear e i gemellini di Shaw. I gemellini di Shaw. Aveva detto proprio così, non ci poteva credere, confondendo non solo la realtà e la fiction, non aveva nemmeno distinto Sarah da Shaw. E non che fossero proprio uguali, se non l’aspetto. L’aveva presa a ridere e Sarah aveva riso lo stesso, quando l’aveva saputo. Perfino James. Era stata l’ingenuità del momento, un piccolo lapsus, eppure lei ci aveva rimuginato per giorni: che sentisse davvero tanto di essere in sintonia con Root da percepire il suo amore verso Shaw così reale da trasmetterlo a se stessa per Sarah? Era una sciocchezza. Aveva sepolto questi pensieri allora e poteva farlo di nuovo. Anche se c’era stato un bacio. Chissà cosa passava per la testa di Sarah…
Qualcuno bussò alla sua roulotte e Amy si spaventò, scoprendo di essersi addormentata, anche se per poco. Si alzò dal letto in fretta e si rivestì; avrebbe avuto del tempo mentre le sistemavano il trucco e i capelli per svegliarsi decentemente.

Il tre, il due, l’uno. Amy, in veste di Root, si era fermata di scatto. Secondo il copione doveva aver sentito dei passi a poco da lei ma, guardando indietro, non c’era e non doveva esserci nessuno. I ragazzi con la luce si avvicinarono tanto che le stavano quasi sui piedi, puntando al suo viso, mentre lei, dopo aver salito qualche scalino, si fermava davanti alla porta di un immenso hotel. I ragazzi delle luci erano vicini e così le telecamere, ma le bastava sapere di essere Root di nuovo per non farci caso. Guardò verso la strada, alle telecamere che stavano riprendendo, e tirò la maniglia verso di lei. Entrò nell’edificio e staccarono la scena, così ritornò Amy. Qualche operatore dentro l’hotel corse loro incontro, mettendosi al lavoro per sistemare cavi elettrici, microfoni, telecamere e pannelli della luce.
«Okay, abbiamo il permesso di girare anche all’interno, ma abbiamo firmato per questa notte soltanto», enunciò a gran voce Sandra Mollier, la regista.
La truccatrice si avvicinò a Amy e le controllò se il viso era ancora perfetto per le telecamere e poi le sollevò un poco i capelli, prima di lasciarla. Dopo che erano finite le riprese di Person of Interest anche lei, come Sarah, aveva tagliato i capelli. Root aveva i capelli così lunghi nella quinta stagione che ora le faceva quasi strano interpretare lo stesso personaggio con i capelli solo alla metà di come li aveva prima, come se avesse fatto un torto a Root, tagliandoglieli senza averla prima avvertita. O preparata. Se li sfiorò, nelle punte, ricordando che lo aveva fatto soprattutto perché pensava che non avrebbe più interpretato quel personaggio, anche se a malincuore: era un capitolo della sua vita che si chiudeva, e forse doveva averlo pensato anche Sarah.
Si girò e guardò al cielo, scoprendo che aveva iniziato a piovere. Qualcuno disse che lo avevano previsto e tutti si munirono di ombrelli, coprendo anche le attrezzature.
«Forza», Sandra Mollier batté le mani, «Si ricomincia».
Amy si riconcentrò, guardando attentamente il salone e facendo memoria. Tutti ritornarono al proprio posto ed era di nuovo sola anche se sola non lo era mai, diventando ancora Root. Entrò nell’hotel e si chiuse la porta alle spalle, camminando con sicurezza fino al portiere, poggiando i gomiti sul bancone. Gli sorrise.
«Ha prenotato?», domandò lui dopo averle dato il benvenuto. La telecamera aveva zumato sull’uomo, catturando nel vivo il sonno e il disinteresse del portiere.
«Numero quarantuno, Cassandra Hodges».
Lui controllò rapidamente al computer e sorrise appena, con sforzo, allungando una mano per prendere la chiave elettrica. Le telecamere si allontanarono intanto che lei le afferrava e salutava il portiere.
«Buonanotte, signorina Hodges».
Secondo piano, quarantadue. Non c’era tempo per fare altrimenti: Root scoperchiò il pannello elettrico accanto e spezzò due cavi, permettendo alla porta della camera di aprirsi, chiudendo di nuovo. Entrò, prima che passasse qualcuno per il corridoio. Si ritrovò davanti a una camera costosa ma completamente sottosopra. Amy aveva letto nel copione che la stanza era stata noleggiata da un certo Marshall Mason e che quella notte non ci sarebbe stato. Root pensava a un probabile alias e doveva assolutamente scoprire la sua reale identità. Era stata la Macchina a fornirle l’indirizzo. Dopo aver fatto un’altra pausa, ricominciarono a girare quando Root aveva già messo le mani un po’ ovunque, frugando fra i cassetti della biancheria a quelli delle caramelle, sotto il materasso e i cuscini, il divano, nel frigo, nel mobile del televisore. Infine trovò qualcosa semiaccartocciato su una poltrona davanti alla televisione, in mezzo a briciole di patatine: aprì ed era una foto, il soggetto Caroline Turing. Root fissò la foto con attenzione. Caroline Turing era l’alias che aveva usato anni prima per incontrare Harold e farsi dire dove si trovava la Macchina. Rimise tutto com’era e uscì dalla stanza, trovando quasi sui suoi piedi un facchino che spazzava l’andito, cogliendola di sorpresa. Il ragazzo trattenne il respiro.
«Uff, credo proprio di aver sbagliato stanza», gli mostrò la chiave magnetica ma lui non fece in tempo a dirle che con quella avrebbe dovuto aprire solo la sua poiché si immobilizzò, guardando alle spalle di lei, lontano. Root si voltò e, ancor prima di esserne certa, sfilò la pistola che teneva in vita nascosta dalla sua nuova giacca e tirò indietro il facchino, prendendo anche un’altra pistola, con l’altra mano. Le puntò all’uomo velocemente e lui aveva fatto lo stesso. Lo straniero sorrise, prima di aprire il fuoco.
«Stooop», gridò Sandra Mollier, fermando tutto.
«Spero che il progetto vada in porto, signora Acker! Auguri», disse il ragazzo che interpretava il facchino, stringendo la mano a Amy, prima di raggiungere il resto degli addetti ai lavori e iniziare a chiedere in giro se sapevano se il suo personaggio sarebbe stato ucciso, ferito o se se la sarebbe scampata.
E anche quella scena era finita, pensò Amy. Vide avvicinarsi anche il grosso uomo che fino a poco prima aveva tentato di sparare a Root: ogni volta che avanzava un passo i suoi stivali facevano rumore contro la bassa moquette del corridoio. Era simpatico, lo aveva conosciuto prima delle riprese e anche lui le strinse la mano, dicendole che sperava proprio di rivederla, anche se forse avrebbe tentato di ucciderla.
«In quanti ci hanno provato», ridacchiò lei. Poi le chiese una foto e accettò, prima che il set smontasse.
Avevano finito. Quella sarebbe stata l’ultima scena per testare il possibile spinoff, dopo aver lasciato a Sarah interpretare la scena da sola sul letto. Avevano del materiale e avrebbero accostato il tutto per sapere se avrebbe o meno funzionato. Il futuro di Root e Shaw era nelle loro mani e in quelle poche scene.

In realtà, di tempo prima del responso non ne passò molto. Il set aveva chiuso e avevano mandato tutti a casa ma passò meno di una settimana che su alcuni giornali online erano apparse alcune foto sfocate di Amy Acker in abbigliamento da Root entrare in un hotel, circondata da telecamere. Non poteva essere una vecchia foto di Person of Interest: Root non era mai stata in quell’hotel prima e non poteva essere una scena tagliata, poiché a essere tagliati erano chiaramente i capelli dell’attrice.
ROOT IS ALIVE. ROOT IS BACK? SHOOT SPIN-OFF ARE COMING? Citavano alcuni articoli sopra le foto. Dopo poco, altre foto ancora apparvero in rete e furono distribuite: ritraevano Root e Shaw che passeggiavano sopra un ponte. L’idea che potesse accadere sul serio una cosa del genere mandò in visibilio i fans e le foto circolarono in ogni angolo del web. Era il prezzo di girare all’aperto, lo conoscevano tutti, e i profili Twitter delle attrici furono bombardati fra domande e segnali di aiuto per capirci di più. Non accettavano il loro silenzio, ma nessuna delle due poteva dire niente, anche perché in realtà loro stesse sapevano molto poco: erano tornate a casa e avevano ripreso contatto con la loro vita fuori dagli impegni lavorativi, fra figli, spesa, compiti, amici. Entrambi i loro mariti erano impegnati a girare per altri show televisivi e così le due avevano preso l’abitudine di sentirsi ogni sera dopo aver cenato, magari dopo aver parlato con loro.
Era una sera piovosa come quella notte quando sul profilo ufficiale di Netflix su Twitter comparve un messaggio ben chiaro che diede il via a liste chilometriche di cinguettii del famoso social di fan esaltati: lo spinoff Shoot si sarebbe fatto. Sì, ci stavano lavorando. Era realtà. Amy e Sarah erano state avvertite la notte prima e non avevano dormito dall’eccitazione, ritwittando il messaggio di Netflix sui propri profili appena videro che era stato annunciato. Avrebbero avuto ancora due settimane e poi il set avrebbe riaperto: gli scrittori avevano già pronti sui cinque episodi e avrebbero cominciato da quello, proseguendo da dove si erano interrotte le scene di prova che, con molta probabilità, sarebbero state usate quasi tutte.
Ancora due settimane e tutto poteva cominciare di nuovo.

Il cellulare vibrò, muovendosi sul tavolino di vetro. Un altro messaggio. Era tardi e non ne arrivavano da un po’, così Sarah s’incuriosì, sporgendosi per fermare con il telecomando una delle partite di baseball che le avevano salvato, afferrando il cellulare e sistemando la piccola ciotola di popcorn in mezzo alle gambe incrociate, sulla larga maglietta con una palla da baseball disegnata sopra, che indossava. Accese e rise, portandosi un popcorn in bocca, spostando i capelli sciolti da un lato.
Sono troppo emozionata, non riesco a dormire! Ti avevo dato la buonanotte due ore fa e sono ancora sveglia sul letto che ci penso… Tu dormi?? (:
Nooo! Sto guardando il baseball. Amy dormi!! 😛
Ma non riesco a dormire 😦
Vieni qua! ;P Ho anche i popcorn e qualcosa da bere!
Non sfidarmi!! Ci riprovo! Buonanotte Sarah (:
Buonanotte, ti mando un messaggio domattina per sapere se hai dormito 😀
Appoggiò di nuovo il cellulare sul tavolo di vetro e sorrise, portandosi altri porcorn alla bocca.

Da real life a PoI

Scivolò giù dal letto e si rivestì in fretta, dando un biscottino a Bear per non fargli fare chiasso. S’infilò la giacca sopra la maglia a collo alto guardando Shaw che dormiva. Sarebbe rimasta lì a vederla dormire per sempre. Aveva fatto così tanto per ritrovarla, per inviarle un messaggio e ridarle speranza quando era nelle mani di Samaritan che ora quasi stentava a credere che fosse tutto vero, che lei era lì e che erano insieme. Poggiò un ginocchio sul materasso e si allungò per farle una carezza e darle un bacio. Un altro biscotto a Bear per comprare il suo silenzio e uscì.
Si mise in marcia guardandosi intorno, notando qualche passante. Anche se era tarda notte, sapeva che c’era una festicciola ed era diretta proprio lì. La Macchina le aveva fatto sapere che Marshall Mason era nelle sue tracce e che presto o tardi l’avrebbe trovata, così sarebbe stato meglio anticipare i tempi e coglierlo di sorpresa: sembrava che dovesse intrattenersi con qualcuno alla festa, la Macchina aveva intercettato una chiamata. Non era riuscita a sapere altro se non il nome del locale, poi la connessione con lei si era interrotta, ma era un buon punto di partenza. Camminò con sicurezza fino ad avvicinarsi a un’automobile parcheggiata: aprì il cofano anteriore e si accertò che il motore si accendesse, così richiuse e, appoggiandosi allo sportello del guidatore, lo aprì, partendo verso la festa. Capì di essere arrivata quando le luci colorate inondarono le strade, e i palloncini, gli striscioni, le urla dei bambini, le risate sotto la musica ad alto volume. Lasciò l’automobile e proseguì a piedi, mescolandosi nella folla.
Per un attimo, vedendo le famiglie con bambini che si divertivano, le passò per la testa di volere realmente una vita così, una vita normale. Credeva di stare combattendo per quello eppure, ancora una volta, si era ritrovata a stringere le sue pistole e a sparare. Cominciava a credere di non essere semplicemente capace di essere una persona normale. Fuggiva e si nascondeva da quando aveva dodici anni, dopotutto, e il suo rapporto con la Macchina era importante per entrambe, non sarebbe riuscita a smettere all’improvviso e basta, anche se non era stata capace di essere sincera con Shaw e dirglielo. Le aveva fatto credere di stare cercando un lavoro e di stare tranquilla, che avrebbe pensato lei a tutto perché era ancora provata da ciò che era successo nei mesi di prigionia con Samaritan e aveva bisogno di riposo, ma in realtà aveva provato una sola volta ad approcciarsi nel mondo del lavoro vero e aveva mollato. Sapeva fare di tutto perché aveva sempre fatto di tutto, ma era una cosa diversa se si trattava di farlo a lungo termine.
Udì che la Macchina stava cercando di mettersi in contatto con lei e si girò, trovando la telecamera di sorveglianza accesa di un negozio. Restò in ascolto per decifrare il codice morse ma sentì un fischio all’orecchio buono e si mantenne la testa fino a quando non lo sentì più. Si guardò attorno e, scoprendo che il locale che le aveva indicato era appena dall’altra parte della strada, andò spedita. A causa della musica troppo alta non poteva certo sentire lo squillo di un telefono pubblico non troppo lontano da dov’era. La Macchina probabilmente aveva saputo delle novità e voleva metterla in guardia, perché ciò che successe dopo non se lo aspettava, anche se forse avrebbe dovuto: il locale era pieno di coppie e giovani che si divertivano e bevevano intorno ai tavoli, ma nessuno appariva come sospetto, così uscì ma ancor prima di allontanarsi qualcosa si appoggiò contro la sua schiena, una pistola, e Root sorrise d’istinto. C’era troppa gente per improvvisare qualcosa lì in mezzo, così si mantenne ferma.
«Samantha Groves», sussurrò quella voce maschile e gutturale dietro di lei. «Finalmente siamo faccia a faccia; non sai per quanto tempo ho desiderato questo momento».
«Marshall Mason, presumo. Non sei l’uomo dell’hotel».
«Bisogna sapersi muovere preparati, soprattutto con te».
Le disse di camminare e lei obbedì, fermandosi nello spiazzo verde di un parco adiacente alle vie dove si consumava la festa.
«Ho saputo che mi cercavi», gli disse.
«Da anni», rispose, «Sei un camaleonte… Root. Ti fai chiamare così, no? Io ti conoscevo come Marguerite Yves».
Root spalancò gli occhi, spegnendo il suo sorriso.
«Hai perso la lingua, adesso?», incitò lui, battendole la pistola contro la schiena.
Non era solo. Sentiva la presenza di almeno altri quattro uomini che la tenevano sotto tiro, erano preparati, e si muovevano fra la vegetazione del parco. A quel punto doveva solo capire cosa voleva da lei quell’individuo: se portarla via o ucciderla. In ogni caso, lo avrebbe fatto sudare.
Riprese il suo sorriso e alzò le braccia, girandosi. Lui era alto, emaciato, con i capelli così corti da sembrare pelato, e aveva il segno scuro della barba. Non lo aveva mai visto prima. «Ti ha pagato bene?», domandò incurvando la testa, sorridendo.
«Non sai quanto». Alzò la pistola e gliela puntò alla tempia, a quel punto capì che era arrivato il momento di agire.
Alzò un braccio in fretta e gli spinse la pistola verso l’alto, lasciandogli sparare un colpo, che mise la gente della festa subito in fuga, in urla, mentre con l’altra prese una delle pistole che aveva dietro la giacca e sparò verso un cespuglio, colpendo un uomo che finì a terra. Si girò in fretta e sparò un altro colpo verso un lampione e ne colpì un altro, e così un altro ancora, velocemente, e per poco non sbagliava e prendeva un albero. Marshall Mason tentò di difendersi e la colpì con uno strattone; le puntò la pistola contro ma lei lo fece cadere a terra con uno sgambetto e lo colpì a un fianco con un calcio. Un uomo con la pistola sbucò alla sua destra all’ultimo e, per girarsi e colpirlo, non badò a Marshall Mason, che riprese la sua pistola e gliela puntò contro di nuovo. Sparò. Ma anche qualcun altro. Root cadde a terra e lo stesso la pistola dell’avversario, intanto che una macchia scura sbucava fuori all’improvviso dalle vie della festa e si gettava su Mason, afferrandolo al collo. Lui cercò di dimenarsi e buttò Shaw sull’erba, così lei riprese la sua pistola e sparò a un altro, a un altro ancora, finché tutti batterono in ritirata. Mirò all’uomo pelato ma era già lontano e non aveva tempo da perdere, preferendo aiutare Root.
Rientrò a casa reggendola su di lei. Il fianco aveva perso molto sangue durante la corsa in auto, sicuramente il proprietario non ne sarebbe stato felice, ma non aveva colpito nessun organo vitale. Root si sdraiò sul letto, Bear salì e si sdraiò accanto a lei come se sapesse e Shaw portò il kit di pronto soccorso, rimproverandosi di averla persa nella folla, alla festa.
Root la fissava con attenzione mentre lavorava con estrema precisione per estrarle il proiettile.
L’aveva seguita. Aveva finto di dormire e poi l’aveva seguita.
«Cosa sta succedendo?», le chiese finalmente, gettando il proiettile in un contenitore, prendendo dell’alcol: ne bevve un sorso e poi gliene gettò un po’ sulla ferita, per aiutarla a cicatrizzare. Root strinse i denti ma non perse il sorriso. «Potevi farti uccidere». Shaw ripensò al sangue che perdeva sul sedile dell’auto e strinse gli occhi, ricordando che l’ultima volta che l’aveva vista, prima di sapere della sua morte, stava salendo su un’automobile simile a quella, con Harold. Ma lei non era morta, allora. Non era morta.
«Quegli uomini sono stati pagati per trovarmi e uccidermi», confessò, «La Macchina mi aveva messa in guardia. Volevo trovarli prima che trovassero me, ma a quanto pare era una trappola».
Shaw non mosse nemmeno un muscolo facciale, come se sapere di Root che era ancora in contatto con la Macchina non la sorprendesse affatto. «Perché non mi hai detto niente?».
«Perché hai bisogno di riposo».
«Root», la richiamò, guardandola in faccia, «La verità».
Lei roteò gli occhi. «Non voglio perderti di nuovo, Sameen», scosse la testa, «Per mesi ti hanno trattenuta lontano da me e non sapevo se eri morta o se eri viva, cercando-», si fermò un secondo; tentò di trattenere il sorriso ma le venne difficile con gli occhi lucidi, così formò una smorfia con la bocca, «cercando un modo per andare avanti, per non impazzire… E adesso che sei qui, farei di tutto per tenerti al sicuro». Shaw la fissava senza dire una parola. «Dovevamo andare avanti, dovevamo costruirci una nuova vita e non volevo in alcun modo che tu tornassi a rischiarla là fuori, in special modo per me».
«Sei un’egoista. Non puoi decidere per me quello che devo fare».
Lei rise, con le lacrime che le rigavano il viso. Alzò una mano e le carezzò una guancia, scorgendo un luccichio negli occhi di Shaw. Stava per dire qualcosa ma l’altra la fermò, avvicinandosi: le prese il viso e la baciò. Piano, le portò via un labbro. La lasciò andare solo quando si accorse che si stava lamentando troppo dal dolore. Root allungò le braccia per farla avvicinare e Shaw si appoggiò su una spalla, portando una mano vicino alla ferita, senza premere né accarezzare, perché avrebbe potuto farle male.
«Sono rotta, Sam», confidò a un certo punto, nel silenzio.
Shaw la guardò con la coda dell’occhio, cercando di capire cosa volesse dire.
«Quando mi sono risvegliata dalla morte, non mi ero resa conto subito del danno che mi ha causato stare sotto farmaci per così tanto tempo. Mi sono dovuta staccare l’impianto cocleare perché mi dava problemi, ma adesso anche l’altro orecchio ha difficoltà ad ascoltare la Macchina». Il suo viso si ricoprì di nuovo di lacrime, riuscendo di nuovo a sorridere. Marguerite Yves, pensò. L’alias che usò quando aveva solo diciotto anni. «Se ci penso, è buffo perché fin da quando ero ragazzina ho sempre preferito le macchine alle persone e parlare con la Macchina, per me, era un sogno che si avverava. Era più di quanto mai avessi potuto sperare per la mia vita. Ma un giorno ho inscenato la mia morte per proteggere i miei amici. E te», la guardò, «Ho preferito le persone e, facendo quella scelta, ho messo a rischio la mia connessione con la Macchina».
Shaw sorrise, infine. Era così bello vederle fare quel sorriso, per Root. «Io sono stata ritenuta inadatta a diventare medico per scarsità di empatia. Le persone non sono mai state il mio forte. Eppure sono qui, adesso».
Root sorrise a sua volta. «Siamo proprio fatte l’una per l’altra, Sameen. Finalmente lo hai capito. Era destino che ci incontrassimo».
Shaw la baciò di nuovo e Root ricambiò, trattenendo il dolore. Quello poteva aspettare.

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angolo autrice

Bentornate/i! Cosa ne pensate al momento della storia? Passare da Amy e Sarah a Root e Shaw è complicato o vi ci trovate? Spero la seconda!
Lo spinoff è ufficiale, Amy ripensa al bacio che si sono scambiate lei e Sarah nello scorso capitolo e, dall’altra parte, Shaw aiuta Root a scappare da uomini che sono stati pagati per ucciderla. La trama comincia a prendere forma.

Le solite note…

  • L’università: sì, Amy e Sarah hanno frequentato davvero la stessa università ma non so se si sono o meno incontrate come nella fan fiction.
  • Ho scritto che entrambe hanno conosciuto i propri mariti sul set: in verità lo so per certo solo di Sarah, ma era comodo che fosse così per tutte e due.
  • Tutte quelle cose in comune fra loro sono vere. Hanno vissuto una vita in parallelo e fa un po’ ridere!
  • Ho scritto che Harold è morto perché Shaw sa che lo è ed è una parte scritta dal suo punto di vista.
  • Amy e ‘i gemellini di Shaw’ è un riferimento a una vera intervista! Ma Amy quanto è tenera?
  • Dopo tanto rimuginarci, ho deciso di usare i reali nomi dei figli di Amy e Sarah, che comunque non appariranno spesso.
  • Da che so, il baseball a Sarah piace particolarmente.

Ci rileggiamo la settimana prossima con il capitolo tre: Chi l’avrebbe mai detto!
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