Capitolo nove. Incendio colossale

Il suo corpo vibra

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capitolo-9-incendio-colossale

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Si era passata il pettine più volte nei suoi capelli lisci e color grano, guardandosi allo specchio. Si era assicurata che non ne fosse rimasto attaccato nemmeno un capello e guardò la sua amica Hannah attraverso lo specchio, a fianco a lei, che si truccava. Si metteva il rossetto e apriva e schiudeva le labbra. Era così perfetta. Si voltò di nuovo alla sua immagine per capire che non era affatto come lei.
«Hannah?», le aveva avvicinato il pettine, «Grazie».
Hannah le aveva sorriso, riprendendo il pettine e infilandolo nel suo beauty case. «Stai così bene, Sam», le aveva passato le mani sulle braccia, per poi sistemarle la camicia sul colletto. «Adesso devo andare a lezione. Ci vediamo dopo». Aveva ripreso tutte le se cose ed era uscita dal bagno.
Samantha aveva preso in mano i libri che aveva appoggiato sul lavabo ed era uscita dal bagno anche lei, mentre due studentesse entravano, passandole accanto senza accorgersene. Ci era abituata. Solo Hannah si accorgeva di lei. All’uscita da scuola, le aveva detto che si sarebbero riviste in biblioteca di pomeriggio e Samantha si era appoggiata sul muretto per aspettare che la passassero a prendere. Aveva visto tutti i ragazzini e le ragazzine andarsene, persa fra i suoi pensieri. La professoressa stava per uscire, era l’ultima, ma l’aveva vista e si era fermata:
«Samantha? Cosa fai ancora qui? Stai aspettando qualcuno?».
«No», aveva scosso la testa, sistemando lo zainetto sulle spalle, «Sto andando a casa».
Si era avviata da sola, non era certo una novità. Aspettava e, quando era stanca di farlo, tornava a casa. Poi si chiudeva nella sua stanza e ci restava finché non era arrivata l’ora di andare in biblioteca e raggiungere Hannah. Fino a quando un giorno Hannah non c’era più ed era rimasta solo lei.
«La tua amica Hannah?», aveva sbottato la segretaria a scuola, per poi passarsi la mano sulla fronte, ricordandosi. «Ah, sì, ho capito: Hannah! È vero che ha sempre te appresso… Non ti avevo riconosciuta! Comunque no, oggi non è venuta a scuola e abbiamo già avvertito la famiglia: torna in classe».
Lei se lo sentiva, se lo sentiva dentro ed era diventata rossa dalla voglia di gridare: gliel’avevano ammazzata. L’uomo di cui lei si era fidata l’aveva uccisa.
Hannah era morta e lei era rimasta sola con se stessa, una se stessa che non era abbastanza fino a quando, anni più tardi, decise di essere Root.

«Quello è un osso duro», sbuffò Fusco, scuotendo la testa, «L’ho torchiato per tutta la sera, ieri, e non c’è stato niente da fare. Ha ammesso di conoscere Lars, dice che è un brav’uomo, che sta ricominciando una nuova vita, bla bla, tutte fesserie… Intanto ha richiesto un avvocato», precisò, sedendo più a fondo sulla sedia davanti alla sua scrivania, «Verrà fra poco. È una gran seccatura».
Root scrollò di spalle, poggiata accanto allo schermo del pc. «Ho bisogno di parlarci un attimo».
«Non puoi», sbottò, «Insomma, hai sentito cos’ho detto? Ha richiesto un avvocato e non possiamo fargli domande prima del suo arrivo: siamo con le spalle al muro».
«Hai ragione: sarebbe così se fossi una vera poliziotta», gli fece l’occhiolino. Si allontanò e lui restò senza fiato, decidendo di lasciar perdere. Root camminò spedita verso la sala con le celle dei detenuti in attesa di sistemazione e lui, appena la vide, si alzò, mostrando un sorrisetto soddisfatto.
«Il tuo amico non ti ha aggiornato? Voglio un avvocato, principessa, non dirò più nulla se non in sua presenza».
«E funziona, amico mio… con i veri poliziotti, s’intende».
Daryl Boscoferro si avvicinò alle sbarre, annuendo. «Finalmente! Mostri la tua vera faccia, Root», sibilò. Alzò gli occhi e guardò dritto la telecamera a poco dalla sua cella, indicandogliela con un cenno della testa: «Lo sa tutto il distretto? Ti fai riprendere mentre lo dici così tranquillamente?».
«Non preoccuparti della telecamera», scosse la testa, mettendo le mani nelle tasche dei jeans. «Sul tuo computer ho trovato una lunga lista di nomi. Ho rimandato a casa i Marshall Mason inattivi: spero non ti dispiaccia».
Lui alzò lo sguardo al soffitto e gonfiò le guance, avvicinandosi ancora per appoggiarsi alle sbarre, stringendole. Sbuffò. «Sapevo che avrei dovuto trasferirli da un’altra parte. È che tutto questo non sta andando affatto come mi aspettavo quando mi hai contattato. Ad ogni modo, sono curioso di capire come ti sei mossa a riguardo di quelli attivi».
«Ci sto pensando».
«Devi pensare in fretta, Root. Il tempo sta per scadere: sanno dove sono e sanno dove sei tu. A meno che non intenda scappare ancora, non ti resta che affrontare ciò che avverrà! Verranno a prenderti ma, prima di ucciderti», sorrise, scuotendo brevemente la testa, «e sai che Lars lo vuole con tutte le sue forze, ti porteranno via tutto ciò che hai».
«Non ho molto: ne rimarrà deluso».
«Si accontenterà», scrollò di spalle. «Sai a cosa mi riferisco. Sì che lo sai».
Root deglutì, forzando un sorriso. Certo che lo sapeva. Tempo fa non avrebbe avuto paura di incorrere a simili minacce, non aveva nulla se non se stessa, ma ora era diverso. Aveva qualcosa per cui era finalmente felice di vivere, aveva lottato per proteggere le persone a lei care, era cambiata, e di una cosa era certa: non avrebbe permesso a nessuno, e sicuramente non per un errore del suo passato, di fare del male a Shaw.
La porta della sala si aprì d’improvviso portando con sé una donna, interrompendo i suoi pensieri. Sicura della sua valigetta e dai passi pesanti e incisivi, la donna si frappose fra loro, impedendo a Root di vedere Boscoferro. «Basta così», tuonò, per poi mostrarle la mano per stringergliela, «Detective Dawson, immagino. Il mio cliente ha parlato fin troppo: non sono stati rispettati i suoi diritti».
«Non importa, avevo finito».
Se ne andò.
Per un attimo, l’idea di scappare ancora era diventata particolarmente allettante: avrebbe portato Shaw e Bear in un’altra città, avrebbero indossato i panni di qualcun altro, una nuova identità, un nuovo lavoro, una nuova casa, forse. Ma Lars non si sarebbe arrestato e i Marshall Mason l’avrebbero trovata ancora, e di nuovo. Lui aveva soldi e risentimento. Lei invece cos’aveva? Lei e Shaw insieme potevano farcela, ma si sentiva sicura a rischiare? Intanto, stava già formulando un piano alternativo…
«Puoi farmi avere l’indirizzo?», domandò con un mormorio, tornando verso Fusco. Udì la Macchina risponderle ma, come al solito, le diede problemi e udì un fischio terribile, stringendo i denti e passandosi una mano sulla fronte. Poggiò una mano su una spalla dell’amico e per poco lui non saltò dalla sedia, reggendosi poi il petto per lo spavento. «Lionel, devi fare una cosa per me».
Lui la fissò per un breve istante prima di cedere. «Devono spararmi addosso?».
Si abbassò sulla scrivania e prese un foglietto e una penna. «Devi andare qui per prendere un pacco. Nessuno ti sparerà addosso, te lo prometto», gli sorrise.
Lui sbuffò, roteando gli occhi e prendendo il foglietto in mano, dandogli un’occhiata: Root gli sorrise e lui, per leggere, strinse gli occhi, con la bocca aperta. «Un pacco? Mi hai preso per il tuo fattorino?».
«È molto importante per me».
«E va bene», sbottò, piegando il foglietto e infilandoselo in una tasca. «Ma non ci andrò prima di aver finito il turno».
«Grazie, grazie! Sei un tesoro», gli baciò una guancia e Fusco, diventato rosso, la scacciò:
«Sì, vai, vai, ci guardano tutti», se la staccò di dosso e lei prese passo per andarsene. «Te l’ho detto: non ci andrò prima di aver finito il turno».
«Te ne sarò riconoscente», gli gridò.
«Prova a non morire», ribatté ad alta voce e molti si girarono. «Mi basta questo», sussurrò poi per sé, scuotendo la testa, tornando a trafficare con il suo computer, «Non finirò di nuovo dal coroner per identificare il tuo cadavere». Sfogliò due pagine nei documenti sulla scrivania, mosse il mouse e lo fermò, ricercando il foglietto sulla tasca e leggendo, così si alzò e sfilò la giacca dalla sedia, andando subito.

Root attraversò e la strada, cercando ancora una connessione con la Macchina, seguendo i cavi del telefono. «Sì, sono un po’ arrabbiata», inclinò la testa, «Un po’. Non voglio che mi chiami con quel nome». Strinse i denti, toccandosi l’orecchio buono. «So come mi chiamo! Ma-», si fermò, sospirando. Era la prima volta che non era d’accordo con la Macchina e aveva una discussione con lei: le sembrava così strano. Era più Root o più Samantha? Root non aveva bisogno di nessuno, era stata una killer, un hacker informatica solitaria e ora… Root era cambiata e probabilmente l’aveva avvicinata a Samantha più di quanto si aspettasse. Forse la Macchina non sbagliava a chiamarla così, dopotutto.
Salì su un tram in mezzo alla folla e scese appena in tempo per non perdere un autobus, da cui si fece fermare in periferia. Sorrise ai tre uomini sporchi e trasandati che la fissarono scendere dal bus e camminò con sicurezza lungo il marciapiede, con loro che la seguivano. Un altro passo e il cellulare nella tasca posteriore destra vibrò, così controllò subito chi era. Rispose, svoltando un angolo.
«Ehi, amore, com’è andata dal veterinario?». S’imbronciò, ascoltando la risposta, intanto che uno dei tre uomini svoltava e le veniva addosso: lei lo prese per un braccio, tirandolo fino a farlo sbattere contro il muro, lasciando che cadesse a terra. «Davvero? Questa mattina sembrava stare piuttosto male, forse-», lasciò il cellulare, che cadde a terra, mentre uno dei tre tirava fuori un coltello: gli diede un calcio sull’addome e lo prese per mano, aspettando l’arrivo del terzo che voleva aggredirla a braccia aperte, pugnalandolo con la mano e il coltello del compagno. Il terzo si distese a terra e così anche il secondo, colpendolo ancora, lasciandogli cadere l’arma. Riprese il telefono, inchinandosi verso di loro, frugando nelle tasche delle giacche e dei pantaloni. «Forse ha mangiato qualcosa che non doveva! Beh, se non ha nulla è meglio così», sorrise, trovando un pacchetto di sigarette, infilandoselo in sua tasca, «Non sto picchiando nessuno! Devi aver sentito male: Lionel si sta ingozzando con un panino». In una tasca del terzo trovò un cellulare e digitò il 911, appoggiandoglielo addosso con la chiamata aperta. «Non morirà», sussurrò verso la telecamera, spostando il cellulare dall’orecchia. Riprese a camminare, lasciando i tre stesi sul marciapiede con un ultimo calcio al primo che tentava di rialzarsi. «Pensavo di portarlo io, ma sai che Bear preferisce te per queste cose. Non ti sto nascondendo nulla. Sai, stavo ripensando a una cosa: voglio che diventi un Marshall Mason», attese, fermandosi davanti a una porta fintamente chiusa da un lucchetto rotto, «Avevi ragione! Mi sono fatta dire da Daryl dove possiamo andare. Certo che lo ha detto, il mio vecchio amico penserà di averci incastrato entrambe, troveremo dei Marshall Mason attivi ovunque… Ma noi ce la possiamo fare», sorrise, dondolando, «Adesso devo andare, Lionel mi sta chiamando, vorrà che lo aiuti con il caso di Daryl. Va bene, raggiungici dopo aver preso il pranzo. Ciao, ciao», pigiò sulla cornetta rossa, guardando di nuovo verso la telecamera: «Lo so che non approvi, ma capirai anche tu che è meglio così». Aprì la porta nera e la richiuse dietro di lei, scendendo gli scalini bui.
Un grosso uomo, seduto su una seggiola in un tunnel scarsamente illuminato, la vide e si alzò, venendole incontro. «Ehi, no, è proprietà privata», enunciò con voce grossa, «Non puoi passare: torna indietro».
Lei sospirò, infilando una mano in tasca. «Io devo andare a trovare un amico e lui mi ha detto che vai matto per queste», gli mostrò il pacchetto di sigarette rubato poco fa, «Possiamo trovare un accordo». Lui sembrò pensarci più del dovuto ma alla fine acconsentì, tornando a sedersi. Lei lo sorpassò. In quel tunnel sentiva solo i passi dei suoi stivali. Ignorò tutte le porte, fino a trovare quella più grande di un magazzino. Passò attraverso scatoloni, udendo le voci di più uomini che ridevano, scherzando e bevendo. Finalmente li vide, facendo qualche passo in avanti, intanto che, seduti intorno a un tavolo, intagliavano polvere bianca.
«Toc toc! Spero di non disturbare», sorrise e Brandon si alzò dalla sedia in modo brusco, gettandola a terra, spaventato. Tutti gli altri le puntarono addosso una pistola.
«Oh, merda! È uno sbirro», brontolò lui. «Ehi, sorella, hai fatto male a venire qui», continuò, pur guardandosi intorno, forse per paura di veder comparire Shaw, «Siamo troppi e tu sei una. Vuoi arrestarci?». I suoi amici risero, brindando con la bottiglia di birra o gettando a terra la cenere delle loro sigarette.
«Al contrario», sorrise dolcemente, alzando le mani in resa, «Daryl Boscoferro vi deve dei soldi e io ho bisogno di uomini pronti a tutto, un po’ come voi! Beh, vi offro un accordo: aiutatemi e vi darò Daryl Boscoferro. Tutto per voi».
Il gruppo abbassò le armi, guardandosi fra loro.

da PoI a real life

Tutti applaudirono, mentre nel grande schermo della sala veniva proiettato il primo teaser trailer da cinquanta secondi della serie: i primi momenti appartenevano alla serie madre, dall’apparente morte di Root alla prigionia di Shaw nelle mani di Samaritan, e così all’incontro: la Macchina che chiama Shaw per l’ultima volta, il suo sorriso, le istruzioni e la passeggiata con Bear al guinzaglio per ritrovarla; due bus e una camminata nei bassifondi, una corsa sotto la pioggia dopo aver perso Bear, fino a una casa abbandonata. Una fioca luce blu la porta in una piccola stanza, illuminata dal monitor di un computer portatile e lei è lì, che saluta Bear che l’ha trovata per primo. Il viso stanco, ma sereno. Felice.
«… sei viva», sussurra Shaw, immobile sui suoi passi. L’acqua le cola sul viso.
«Adesso sono certa di esserlo», ribatte Root.
Veloce, lo schermo cambiò sequenza e mandò in scena una sparatoria, Shaw che colpiva qualcuno, Bear con la mantella da cane poliziotto che riceveva un dolcetto, Root che caricava una pistola, le due che si baciavano e lo schermo divenne nero. La voce di Root, nel buio:
«Non voglio più sentirmi come a dodici anni… Adesso posso fare qualcosa», una breve pausa, «Adesso posso proteggere chi amo».
Dal buio comparve una scritta in rosso, sotto lo sparo di una pistola: Shoot: ultimate chance.
Il teaser trailer finì e lasciò sullo schermo il posto a foto del dietro le quinte, una dopo l’altra in uno slideshow, intanto che tutti i presenti applaudivano entusiasti. Sarah e Amy si guardarono una volta sola, di sfuggita, e risero, mentre molti facevano loro i complimenti, stringendo le mani e quelle dei produttori. Anche Steve, a fianco della moglie, diede le sue congratulazioni prima a lei, accompagnate da un bacio in cui Sarah parve a disagio, e poi a Amy, allungandogli la mano per fargliela stringere. Lei ricambiò subito la stretta, sorridendogli. Sarah parve a disagio anche per quel gesto, grattandosi dietro un’orecchia e distogliendo lo sguardo. A poco da loro, Kevin sorseggiava del vino bianco tenendo d’occhio entrambe.
Le riprese erano finite da due giorni ma la loro relazione nascosta non lo era altrettanto. Approfittavano di ogni momento per guardarsi con complicità, per sorridersi, per fare battute che solo loro potevano capire, per tenersi la mano, per baciarsi, anche se solo a fior di labbra, un contatto rubato in un attimo dedicato ad altro. Il set ormai stava venendo smantellato, ogni membro del cast aveva fatto le valigie e dopo l’evento di chiusura di quella sera, in una sala appositamente noleggiata per una cena di fine prima stagione, si sarebbero salutati. Tutti ritornavano alla propria vita, o almeno quasi. Ormai ognuno di loro sapeva dell’imminente divorzio di Amy e la notizia era trapelata anche in rete, anche se lei né James avevano confermato ai giornalisti o sui social. Per una volta, all’evento di chiusura era sola, e odiava ammettere che un po’ le mancava, soprattutto il suo appoggio. Di tanto in tanto guardava il cellulare, forse sperando in una notifica di un suo messaggio, ma sapeva che non sarebbe arrivato: non sarebbe stato giusto ed era meglio così.
Steve circondò sua moglie con un abbraccio e le diede un altro bacio su una guancia. Sarah tentò di discostarsi avendo lo sguardo di Amy su di lei, e perfino quello di Kevin. Si sentiva particolarmente infastidita, ma più cercava di toglierselo di dosso, più lui diventava appiccicoso, tentando, a suo modo, di darle il suo appoggio. Lui non sapeva nulla e non poteva fargliene una colpa, ma sentiva quasi di non riuscire a respirare.
«Mi spiace per il divorzio, Amy», disse Steve a un certo punto, riprendendo a mangiare. Sarah gli aveva dato un colpo con un piede e lui rise. «Se non altro adesso tornate entrambi sulla piazza».
Kevin tossì e una signora davanti a lui gli passò un bicchiere d’acqua che accettò di buon grado.
Amy sorrise, masticando; forse lasciò il boccone in bocca un po’ più a lungo, in questo modo non avrebbe dovuto rispondere e il discorso sarebbe caduto. Sarah la guardò e spalancò gli occhi, ma Amy si limitò a sorridere.
«E con i bambini come fate? Gliel’avete già detto? Staranno da te…?». Steve non si perse d’animo e aspettò che finisse di ingoiare per porle altre domande.
Amy si ripulì le labbra e prese fiato. «Adesso che sono finite le riprese torno a casa e… James ha già un permesso per tornare anche lui, così… parleremo con loro».
«Quindi non lo sanno ancora?».
«Lo sanno… La notizia è arrivata ai giornali e gliel’abbiamo detto noi al telefono prima che potessero scoprirlo in quel modo».
«E come l’hanno presa?».
«Steve!», Sarah lo rimproverò, richiamandolo a bassa voce, ma lui scrollò le spalle con fare innocente: stava solo cercando di fare conversazione. Molti dei commensali intorno allo stesso tavolo stavano ascoltando in silenzio la loro discussione, intanto che Kevin scuoteva la testa in modo arrendevole.
Amy si sforzò di rispondere ancora, con la tachicardia ormai alta. «Non bene… Ma sono bambini, è normale che abbiano l’idea che i loro genitori si ameranno per tutta la vita! Un giorno capiranno».
Steve stava per aprire bocca di nuovo, così Sarah si alzò in piedi con il bicchiere in mano e forzò un sorriso verso Amy, chiedendo a tutti di fare altrettanto per un brindisi. Solo al momento del brindisi si accorse di avere il bicchiere quasi vuoto e che l’unica a non averlo potuto fare era lei. Dopo, fortunatamente, altri allo stesso tavolo presero a parlare a voce alta di serie tv e ascolti e così lui abbandonò l’idea di riprendere la discussione da dove l’aveva lasciata. A cena finita, aumentarono la musica e portarono il dolce, e finito il dolce quasi tutti lasciarono i propri tavoli per discutere e altri per ballare al centro della sala. Steve si alzò dalla tavola per chiederle di ballare ma Sarah gli disse di essere stanca e così lui si allontanò per bere qualcosa in compagnia di altri commensali.
Kevin passò dietro la sedia di Amy e le chiese se stesse bene, osservati da Sarah. Lei annuì con un sorriso e lui prese un altro bicchiere, sparendo in mezzo alla gente in centro sala.
«Scusa», esclamò verso Amy, che ancora finiva la sua fetta di torta. «Sai com’è fatto Steve: è curioso e ingenuo, non voleva ferirti».
«Lo so», annuì, «Non devi scusarti per lui».
Sarah la sentì distante e un po’ fredda e capì immediatamente perché: non era solo per il discorso di Steve, il problema erano le riprese che finivano e la loro relazione clandestina che era destinata a interrompersi a causa del trasferimento. Se avessero voluto, ora che lei divorziava da James e Steve che era sempre fuori perché le sue riprese non erano ancora finite, avrebbero potuto vedersi in ogni caso, anche se non come prima. Non che volesse continuare ad avere una storia d’amore dentro l’armadio e una all’esterno, perché sapeva che era una cosa sbagliata, ma l’idea di separarsi non piaceva nemmeno a lei. Non le piaceva per niente.
Si allontanarono per le interviste ma Sarah continuava a essere distratta: di tanto in tanto distoglieva lo sguardo e la cercava. La vedeva sorridere e ridere tanto che di riflesso lo faceva anche lei, dimenticando ciò che stava dicendo. Vedeva che il divorzio le stava facendo in qualche modo del male, era stata lei a lasciare James e quasi certamente si sentiva in colpa, e un po’ sola, e Sarah non riusciva a fare a meno di pensarci da quando glielo aveva confidato. Amy sorrideva e rideva e si sforzava di farlo come suo solito, ma che c’era qualcosa che non andava lo avrebbe capito anche un bambino. Vederla in quel modo le faceva venire voglia di stringerla e tenerla con sé, ma non poteva. Forse una parte di sé non voleva ammetterlo, ma la voglia di stringerla e tenerla con sé non avrebbe risolto niente: Amy stava divorziando e lei non riusciva neppure a dire a suo marito che a volte era indiscutibilmente invadente e inopportuno.
«E dunque cosa ne pensi: il pubblico gradirà il ritorno di Shaw e Root in un’avventura in solitaria, senza i protagonisti della serie madre?», le domandò la giornalista e lei guardò ancora verso Amy, accorgendosi che aveva fatto altrettanto e così si sorrisero, solo un attimo.
Ritornò seria, portandosi i capelli da un lato. «Sì, sì, penso che molti non vedano l’ora di vederle riapparire sullo schermo, quindi sì! Francamente, non vedo l’ora neppure io! Avete visto il teaser? Dev’essere interessante, insomma, lo voglio vedere», scoppiò a ridere e la giornalista con lei.
«Per quanto riguarda la tua collega Amy Acker, ho notato che, di tanto in tanto, distogli lo sguardo per cercare il suo. Siete diventate molto amiche sul set di Person of Interest: quant’è cambiato il vostro rapporto con Shoot: ultimate chance?».
Sarah restò a bocca aperta, poi si grattò la nuca, spostando di nuovo i capelli e giocando con le ciocche fra le dita. «Siamo molto amiche come prima ma più di prima», rise, ricercando il suo sguardo: ma lei non c’era più. «Per Amy e me è sempre stato come un conoscersi da sempre; non è stato difficile entrare in sintonia e capirci e quindi diventare intime… amiche, amiche intime… dicevo», prese respiro, «Un rapporto come il nostro è inossidabile. Siamo-», si fermò, guardandosi ancora intorno e non trovandola, vedendo Steve a pochi passi. Si grattò la testa e deglutì, decidendo che era abbastanza. «Scusate, devo andare», sorrise e la giornalista e il cameraman fermarono la registrazione.
«Ehi, piccola, vuoi un bicchiere d’acqua?», mormorò Steve addosso a lei, mentre Sarah si guardava ancora intorno, alla ricerca di Amy. «Ho notato che ti stavi un po’ impappinando, poco fa».
«Steve, per favore, non adesso», lo allontanò da sé con una mano ma lui le stava ancora addosso, per via della mole.
«E quando? Io ti credo quando mi dici che siete solo amiche ma solo perché sei tu a dirmelo, se dovessi dare retta al mio istinto-», lei lo interruppe, cercando di mantenere la voce più bassa che poteva per non dare spettacolo:
«Non adesso, santo cielo! Il tuo istinto non è un metro attendibile! Torno subito».
Steve la lasciò passare e lei si fece dire dov’era il bagno poiché, se Amy non c’era da nessun’altra parte, lì e l’esterno del locale erano le sue due ultime possibilità. Entrò nell’antibagno e una donna finì di lavarsi le mani: le diede le sue congratulazioni per la serie prima di uscire. Allora anche Amy uscì da una delle cabine e, vedendola, si bloccò, poi pensò di andarsi a lavare le mani.
«Ehi», le sorrise Amy attraverso lo specchio, prendendo il sapone, «Come sta andando? Le ultime interviste prima della Convention fra due mesi…».
«Già», si avvicinò ma sentì improvvisamente il suo corpo farsi come di legno, faticando a muovere i piedi o a piegare le ginocchia. Si sentiva sulle spine come non succedeva da tempo. «Ci andiamo insieme?», domandò, prima di scuotere la testa e riprovare: «Voglio dire, ci dobbiamo andare insieme per forza, ma con insieme intendo se andiamo insieme, ci troviamo prima e-».
Amy strinse le labbra, in disaccordo. «Ci vedremo direttamente lì».
«Ah», ansimò. Come immaginava, Amy stava provando a respingerla di nuovo e stavolta senza darle il tempo di capirci qualcosa. Sarah era tesa come una corda di violino, era stressata per via della gelosia di Steve, anche se stavolta aveva un fondamento, Amy voleva sicuramente troncare il rapporto anche se aveva chiesto il divorzio da James e… Puntò il suo sguardo in basso e prese coraggio, cogliendola intanto che si finiva di asciugare le mani con della carta. «Lo vedo che stai male e la cosa fa stare male anche me». Aspettò che la guardasse per continuare indisturbata: «Sto faticando a capirci qualcosa, davvero: hai chiesto il divorzio eppure mi rifiuti! È perché al contrario non ho detto nulla a Steve? Dannazione, Amy, io non volevo che arrivassimo fino a questo punto», si passò una mano sulla fronte, «Forse il tutto ci è sfuggito di mano, ma per me sei importante, lo sai, e non voglio vederti stare così, senza James…».
«Il problema per te è vedermi senza James?».
«No! Non è proprio questo che intendevo».
«È parso che intendevi proprio questo».
Sarah sbuffò, appoggiandosi al lavello. «No, ma James è tuo marito… lo è ancora per poco, e vi amate! Lo so che vi amate… E mi sento responsabile per quello che è successo! Io ti a-», si fermò, prendendo respiro, e a Amy mancò un battito. «Io ti voglio bene e non posso fare a meno di pensare di aver rovinato la tua vita… Ho rovinato la tua vita».
Sul volto di Amy si delineò un sorriso divertito e Sarah la guardò confusa. «Ci sto male? Mentirei dicendo il contrario! Certo che amo James, ma sono cambiata e il mio sentimento per lui è diverso da quello che lui prova per me e vorrebbe che io provassi per lui. Sei la responsabile, Sarah, è vero, ma solo di avermi fatto crescere e avermi dato modo di capirmi di più. Con il mio divorzio tu non c’entri niente», scosse la testa, «È una cosa che riguarda solo me e James! Io non lascio James per te: è chiaro questo? Lo lascio per me e per lui, perché si merita qualcuno che lo ami come io ho smesso di fare».
«Ah», emise di nuovo, annuendo debolmente.
Amy le si avvicinò addosso. Poteva respirare il profumo dei suoi capelli.
«Ti rifiuto perché ami tuo marito e lui ama te. Voglio stare con te, Sarah, ma tu non vuoi stare con me e io non posso farci niente», si morse un labbro, «È stato bello, ma…», lasciò la frase a mezz’aria e le diede un bacio sui capelli: Sarah ne approfittò per imprimersi nella testa l’odore della sua pelle, che la inebriava. Amy si staccò di colpo e Sarah sentì il vuoto. Stava per uscire dal bagno quando all’ultimo lasciò la porta, tornando indietro lentamente. «Fra una settimana parto con i bambini», confessò, «Li porto in vacanza in modo da poter passare del tempo con loro e spiegare ciò che succederà nelle loro vite da domani in avanti, quando io e James diremo loro perché divorziamo. Se vuoi venire, c’è un posto libero. Se verrai capirò che potremo stare insieme e se non ti vedrò… beh, se non ti vedrò è finita», deglutì, leccandosi un labbro, «E avremo un sacco di bei ricordi. Insieme, in tv, potremo ancora essere come un incendio colossale, dopotutto», non poté fare a meno di sorridere.
Sarah stava per spalancare la bocca, per dire qualcosa, ma Amy non le diede il tempo e uscì dal bagno. Si appoggiò meglio, perché ora non si sentiva più di legno, ma di budino. Amy le aveva dato un ultimatum: doveva scegliere. Ma aveva davvero una scelta?

Da real life a PoI

Shaw camminava con attenzione, pronta a tutto, brandendo la sua pistola. Si lamentava da quando avevano lasciato Bear a Fusco in centrale che non le avesse lasciato portare il cane con loro e così aveva tenuto il broncio.
Aprirono un tombino e scesero di sotto, attente a dove mettevano i piedi.
«Sorprenderemo i Marshall Mason passando di sotto», disse Root a Shaw che la seguiva. La guardò e scosse la testa, lasciandosi andare a un sorriso divertito. «Non essere arrabbiata, Bear è più al sicuro con Lionel».
«Poteva esserci utile», rimbeccò, «Sai, mi hanno detto che è esattamente a questo che serve un cane addestrato».
«Secondo me sta ancora un po’ male da stamattina».
«Il cane non ha niente. Mi hai fatto andare dal veterinario per niente».
Aveva ragione, era solo una scusa e, per quanto ne poteva dire, aveva funzionato. Non le rispose. Camminarono ancora per un po’, fino a ritrovarsi davanti a delle tubature. Root si avvicinò e Shaw la seguì subito, guardandosi intorno.
«Si può sapere dove diavolo stiamo andando? Ho come l’impressione di girare in tondo», sbottò Shaw a un certo punto.
Root si tirò dietro di lei e, in fretta, l’agganciò a una delle tubature, allontanandosi.
«Root, cos’hai fatto?», guardò le manette che la tenevano bloccata con la mano destra e irrigidì i denti, alzando gli occhi. «Sapevo che avrei dovuto tenerle io, quelle. È incredibile come non possa mai fidarmi di te. Liberami subito».
Lei fece qualche passo all’indietro, scuotendo la testa. «Mi spiace, Sameen, ma non posso. Ho bisogno di saperti al sicuro».
Shaw accennò un sorriso dal fastidio, per poi stringere le labbra. «Era tutta una montatura! Non hai mai smesso di nascondermi le cose, non hai mai voluto che ti aiutassi con tutta questa faccenda di Lars…», prese respiro, continuando a parlare nel tentativo di fermarla il più a lungo che poteva, intanto che entrambe le mani lavoravano per liberare quella destra dalle manette. «Non fare la stupida, sai che da sola non puoi farcela… Non sai quanti Marshall Mason potresti trovare! Insieme…», strinse le labbra, «Il messaggio criptato che mi avevi inviato durante la mia prigionia da Samaritan… Incendio colossale: ci hai mai creduto? Era quello che ti dissi prima di separarci la prima volta… Ha mai significato qualcosa per te, Root?».
I suoi occhi si inumidirono. «Lars vuole portarmi via tutto quello che ho… Sei tu l’unica cosa che ho».
Shaw ringhiò: «E non ti è per caso saltato per la testa che se ti uccide sarò io a perdere te?! Di nuovo! Non ti interessa? Sei la solita fottuta egoista!». Sudava, ma le manette continuavano a fregarla, non ci riusciva. «Non pensi mai al fatto che anche io ti abbia perso, una volta? Non hai pensato a come mi sentissi, ai miei sentimenti?».
«I tuoi sentimenti, Sameen?», sorrise, trattenendo le lacrime, e infine sospirò, «Quanto ho aspettato per sentirti parlare di sentimenti…», decise di avvicinarsi. «Potrei quasi pensare che ti sei innamorata di me».
Ce l’aveva quasi fatta. Poteva farcela. Le manette stavano per cedere. «Ho sentito il mondo cadermi addosso», confidò, guardandola negli occhi, tremando, «Ti avevo appena ritrovata e poi ti avevo persa di nuovo, credevo per sempre», strinse di nuovo i denti; anche i suoi occhi erano lucidi. «Ma cosa ti passa per quel dannato cervello? A questo punto era meglio se fingevi di restare morta…».
Root si avvicinò, inchinandosi. Le passò la mano sinistra sul viso e si baciarono. Shaw c’era quasi. C’era quasi. «Ti amo, Sameen Shaw», sussurrò. Shaw liberò la mano destra e strinse il braccio sinistro di Root, ma era tardi: si bloccò, mancandole il respiro, quando l’altra le infilò un ago nel collo, drogandola. La stretta al braccio sinistro divenne sempre più leggera, non riusciva a resistere.
«N-Non lo fare…», emise e l’altra la baciò ancora, un’ultima volta, riportando la siringa in una tasca.
«Farò di tutto per tornare da te. Come sempre». Si rialzò, facendo qualche passo, fermandosi per vederla accasciarsi a terra senza energie. «Non voglio più sentirmi come a dodici anni… Adesso posso fare qualcosa», deglutì, «Adesso posso proteggere chi amo». Se ne andò, lasciandola sola.

Sola.
Sentiva sbattere qualcosa, era lontano. Davvero lontano. Era un fruscio, un tremolio, poi di nuovo un fruscio. Sentiva che si stava svegliando e aveva un mal di testa fortissimo. Pensò dovesse essere per via dell’odore nelle fogne, o a causa della puntura, o entrambe insieme. Era stordita e provò a girarsi, con ancora gli occhi chiusi, strizzati. Provò a chiamarla ma non uscì una lettera dalle sua labbra indolenzite; a mala pena prese fiato. Stava male e singhiozzò prima ancora che riuscisse a capire di doverlo fare. «… Root?», biascicò, deglutendo. Singhiozzò ancora e si piegò in due dal dolore che diventava ogni momento più forte, e più forte, e allora si abbracciò, stringendosi, e diventava più forte, e singhiozzò di nuovo, di nuovo, strinse gli occhi e trattenne il fiato, la gola le bruciava, il suo corpo tremava, strinse così intensamente i suoi occhi che cominciò a vedere le forme e i colori e il dolore non smetteva, ancora e ancora, forse si ferì con le unghie, le nocche diventarono bianche, e il dolore era ancora più forte che, alla fine, gridò, aprendo gli occhi.
Si mosse di scatto e prese una boccata d’aria, spalancando gli occhi, spostando la coperta di dosso. Udì di nuovo il fruscio e guardò la finestra: la sentiva tremare. La camera era completamente buia. Respirò con pesantezza dalla bocca, tentando di calmare la tachicardia e, appena i suoi occhi si abituarono un po’ al buio, cercò di guardarsi attorno. Si trovava a casa di Root: riconobbe subito la disposizione dei mobili e l’odore di lei nell’aria, inconfondibile. Credeva di averla lasciata con lei per via dei Marshall Mason. Si scoperchiò e si sedette sul materasso, scorgendo non poco lontano Bear che dormiva sul suo materassino.
Si toccò il petto, ricordando quell’orribile sensazione che aveva provato poco fa, ma per fortuna era solo un sogno. Era come aver svegliato una parte di lei che credeva non esistere. Non si era mai sentita tanto vulnerabile, triste; come se avesse potuto rompersi da un attimo all’altro per aver perso l’unica persona della sua vita. Ma era solo un sogno. Un incubo, pensò. Ora doveva sentirsi meglio. Deglutì, toccando l’altra parte del materasso. Era fredda. «Root?», chiamò con un filo di voce nel silenzio. Doveva sentirsi meglio ma, non vedendola, cominciava a spaventarsi.
Decise di scendere dal letto e strisciò lungo il materasso, fermandosi non appena vide la giacca di Root appesa con la stampella sul muro e un’orribile sensazione le salì fin sulla schiena nuda.
«Root?!», chiamò di nuovo, mettendosi in piedi. «Dove diavolo sei finita…?», borbottò e si portò le mani alle tempie, girando intorno sul tappeto. Bear si era mosso e lei lo fissò alzare la testa e guardarla, poi emettere un lamento, piegandola da un lato. «No, no, no…», emise con voce strozzata, correndo verso la giacca con passi pesanti. Aveva capito. Si era svegliata e aveva capito. La strappò con furia dalla stampella che lanciò a terra, e così la fissò stringendola con quanta più forza avesse in corpo. Lei non c’era. Si era sentita tanto sola che aveva sognato un modo per riaverla indietro. Aveva sognato di doverla proteggere perché non era riuscita a farlo quando ne aveva avuto l’occasione. E si era sentita in colpa. E ferita. E vuota.
Era la sua Root e non era riuscita a salvarla. Proprio come nel suo sogno: aveva fatto di testa sua e non aveva potuto fare niente. Le era scivolata dalle mani per inseguire un destino ingiusto. Come poteva arrendersi a quello?
Urlò e infilò le unghie nella giaccia, gettandosi con le ginocchia sul pavimento; la sfilacciò e creò un buco, allargandolo, strappando tutto. Il sangue le salì al cervello.
Era tutto finto e tutto finito. Il suo ti amo era una menzogna prodotta dalla sua testa proprio come le simulazioni. La voleva indietro ma era morta. Era morta. E niente poteva cambiarlo, neppure le sue lacrime.

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angolo autrice

Eccomi di ritorno ^_^
Root ha fatto di testa sua e ha lasciato indietro Shaw ma… lei all’improvviso si sveglia e realizza che tutto ciò che era successo fino a quel momento non era altro che un sogno prodotto dalla sua testa! Voleva talmente salvare Root e rimettere a posto le cose che un lungo sogno le era sembrato realtà.
Intanto, all’evento di chiusura della prima stagione, Steve mette in difficoltà Amy e lei e Sarah parlano della loro relazione, mettendo dei punti in chiaro, finalmente!
Ah, e poi abbiamo scoperto il nome di questo spinoff (alla buon’ora): Shoot: ultimate chance!

Piccola nota/precisazione:

  • Steve è così perché è proprio così che io lo immagino: invadente e inopportuno. Spero di non trasmettere eccessiva antipatia anche a voi che leggete 😀

Al prossimo lunedì con il decimo capitolo: Forse un giorno!

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