Capitolo otto. Svoltare e cambiare direzione

Il suo corpo vibra

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capitolo-8-svoltare-e-cambiare-direzione

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Netflix pubblicò sui suoi vari profili social la prima foto promozionale della serie e a breve cominciò a essere condivisa ovunque, intanto che gli animi si stavano esaltando. Si trattava solo delle mani di Root e Shaw intrecciate, legate l’una all’altra, e tanto bastava a far scatenare i fan e le loro fantasie. La foto promozionale non passò inosservata a nessuno, James compreso. Al contrario, tuttavia, non lo aveva elettrizzato come avrebbe fatto in altre circostanze. Non era arrabbiato, ma certamente abbattuto. Era quello lo stato d’animo che più si faceva strada in lui e lo distraeva durante le riprese, sperando di non trasmetterlo al suo personaggio. Era passato già un mese da quando Amy era venuta a trovarlo e gli aveva parlato a cuore aperto. Il mese più duro della sua vita. Non gli aveva dato un nome, non aveva parlato di un terzo fra loro, ma sapeva che c’era e chi era, non era certo stupido. Ma non glielo aveva fatto notare, aveva deciso di tenerselo per sé. Lei si era messa a piangere e lui non era riuscito a non abbracciarla, seppure il suo cuore fosse a pezzi.
«Sei il padre dei miei figli, il mio migliore amico… Ti ho amato, ti amo e ti amerò per sempre! Ma non posso stare con te sapendo che quello che provo è un’altra cosa: non è giusto per me, né soprattutto per te».
La amava. Mantenne per sé anche quello. Lo stava lasciando e sarebbe stato più difficile per lei farlo se le avesse detto di amarla. Non capì proprio come riuscì a essere lucido in un momento come quello, forse perché se lo aspettava, considerando le ultime chiamate, la sua voce, la sua stanchezza e la paura. Come poteva ferirla? Sembrava si fosse già ferita abbastanza da sola. E poi c’erano i bambini. Ancora non glielo avevano detto ma, appena lei avrebbe finito di girare, lui avrebbe chiesto un permesso e sarebbero andati da loro insieme per raccontare a entrambi di come le strade di due persone che si uniscono possano, a un certo punto, senza premeditarlo, svoltare e cambiare direzione. Stare insieme senza quel sentimento vero che li aveva uniti anni prima non avrebbe fatto bene a nessuno, bambini inclusi, che avevano bisogno di crescere capendo che l’amore non si forza, che può essere di varie sfumature, ma che non è a comando e può crescere e mutare così insieme alle persone che lo provano. Magari anche lui, un giorno, avrebbe ritrovato la giusta rotta; al momento si sarebbe accontentato di ricucirsi le ferite.

Sandra Mollier diede il via e Amy, in vesti di Root, camminò per la strada, seguita dalla telecamera in movimento. Si accovacciò dietro un muretto degli scalini di una casa e caricò il fucile, intanto che tre persone sparavano nella sua direzione. Dei passanti urlarono e scapparono via, uscendo dall’obiettivo della camera. Root si voltò per sparare e la regista urlò a tutti di fermarsi. Era venuta bene, avrebbero ripreso fra poco. Ormai erano agli sgoccioli, stavano girando le scene che avrebbero composto il penultimo episodio della stagione. Erano tutti eccitati e carichi, consci che fra due mesi appena, Netflix avrebbe rilasciato l’intera stagione in streaming. Sapevano di dover dare il massimo ora più che mai.
Amy si era allontanata e, richiamata da alcuni fan dietro le transenne sulla strada, si avvicinò. Le chiesero degli autografi e una ragazza in particolare le fece una domanda che non si aspettava:
«Sono uscite su internet delle foto che la ritraggono insieme a Kevin Chapman: eravate in vacanza?».
«Dovevamo sbrigare una cosa urgente».
«Posso chiedere un’altra cosa?». Amy aveva annuito, impacciata. «Alcuni fan dicono che eravate mano nella mano ma… non è che adesso state insieme, vero?».
Amy scoppiò a ridere, scuotendo la testa. «No, no, oddio, siamo solo amici», si portò una mano sul viso, con imbarazzo, «Come vi viene in mente? È sposato».
Se ne andò dopo che le scattarono delle foto, non rendendosi bene conto, nel momento, di come aveva risposto. E dell’impatto che di lì a poco avrebbe avuto sui fan nei social. Kevin era sposato, certamente, ma lo era anche lei. Le era sfuggito. Lei e James avevano deciso di divorziare ma era rimasto fra loro e pochi altri, Sarah ad esempio. E Amy non aveva ancora ben inquadrato come l’avesse presa. 

Ritornò alla sua roulotte e iniziò a spogliarsi, togliendo la giacca e gli stivaletti, poggiandoli contro una gamba del tavolino. Si sedette sul divano a guardare un video che le avevano mandato i suoi figli, mantenendo il volume basso, e lasciò il telefono, andando poi in bagno. Si spogliò ed entrò in doccia, pensando alle riprese che terminavano. Presto avrebbe lasciato quella roulotte e avrebbe iniziato una nuova vita che, non poteva non ammettere, la spaventava più di ogni altra cosa. Era decisa a mettere in chiaro che tutto quello che sarebbe successo da lì in avanti aveva lo scopo di migliorare la sua vita e non peggiorarla. Svoltare e cambiare direzione non era un male, ma doveva avere ben presente dove andare.
Uscì dalla doccia e richiuse la porta a vetri, involgendosi in un accappatoio. Allungò una mano verso lo specchio per pulirlo dal vapore quando la porta accanto si aprì e lei l’aspettò. Sarah indossava solo la maglia del baseball, era scalza. Si avvicinò a Amy e, senza dirle niente, la baciò e dopo ancora, di nuovo, toccandole i capelli e bagnandosi le mani. Si separarono appena, per poco meno di un secondo, riprendendo fiato, e continuarono a baciarsi. Sarah le andò addosso tanto che Amy finì per appoggiare sul lavandino.
«Mi sono appena fatta la doccia», sussurrò, poggiandole una mano sul petto per allontanarla.
«E io mi sono appena svegliata. O vieni nel letto a farmi compagnia, o dovrò farmi una doccia anch’io», replicò, «E tu sei ancora tutta bagnata». Amy alzò gli occhi e Sarah ne approfittò per sfilarsi la maglietta, restando nuda. Sorrise e si baciarono, nel frattempo che la liberava dell’accappatoio, buttandolo a terra.
Amy le portò via un labbro e Sarah la spinse di nuovo contro il lavandino, infilando una coscia fra le sue. Le loro mani si toccarono con forza, premendo con foga dovunque si posassero. Si carezzarono i capelli e se li tirarono delicatamente, per muovere la testa e baciarsi, mangiarsi. Amy spinse Sarah verso la porta della doccia e sbatterono piano contro il vetro, senza lasciarsi; si abbassò e posò la lingua sull’incavo del collo prima delle labbra, succhiando, per poi scendere gradualmente verso il seno.
Ogni volta che la lingua e poi la bocca di Amy sfiorava la sua pelle, Sarah rabbrividiva dalla testa ai piedi e la tirava verso di sé. Si sentivano come i poli di due calamite.
Amy le leccò un seno, intanto che la teneva con le mani premendo sulle natiche. Quando Sarah fu sufficientemente eccitata, aprì la porta a vetri della doccia e la trascinò dentro, aprendo l’acqua. Si baciarono con l’acqua che le colpiva sulla testa, studiandosi a vicenda, e Sarah lasciò che Amy appoggiasse la schiena contro la plastica della doccia, mentre lei si abbassava, tastando le curve del suo corpo intanto che le mani scendevano. Si fermarono sulle cosce e gliele aprirono, nello stesso momento che la sua bocca continuava a baciare. Amy sussultò e poi gemette piano, coperta dal rumore dell’acqua che scendeva.
Si erano lasciate ma solo a parole, poiché due giorni dopo che Amy rientrò dal parlare con James insieme a Kevin, lei e Sarah si erano riavvicinate tanto da baciarsi e, senza rendersene conto, tutto era tornato come prima, se non meglio. Amy le aveva detto di aver parlato con James e che avevano deciso di divorziare, ma l’altra aveva cambiato argomento. Forse non voleva che le ricordasse che al contrario stava tradendo suo marito, magari era l’insieme delle cose a darle fastidio e sperava che evitando di pensarci non avrebbe dovuto affrontarle, ma Amy non aveva insistito. Lei aveva deciso cosa fare e non poteva obbligare Sarah a prendere una decisione, poiché doveva farlo da sola.

Da real life a PoI

Daryl Boscoferro fu scortato e trattenuto in una delle salette delle interrogazioni, in centrale. I tre avevano discusso in disparte su cosa accusarlo dopo la detenzione di un’arma non registrata e l’aver colpito due agenti federali, perché in quel caso la cauzione sarebbe stata poco salata per uno come lui e avrebbero dovuto rilasciarlo troppo presto. Root chiese aiuto alla Macchina e insieme riuscirono a collezionare delle prove che lo inchiodavano in loschi affari come il commercio di armi dall’estero e l’assassinio sotto commissione di alcuni funzionari due annetti prima. Grazie a quei dati, la polizia avrebbe lavorato ancora dei mesi per scovare i committenti e la ricerca delle armi e chi altro era coinvolto. Daryl Boscoferro intanto si spazientiva, non aveva visto ancora nessuno, e le telecamere che lo riprendevano lo avevano registrato gridare dal nervoso. Root decise così di affievolire il suo supplizio ed entrare nella saletta. Quando la vide, lui si paralizzò sulla sedia, raddrizzando la schiena.
«Ecco a te». Gli poggiò accanto un bicchiere di plastica con del caffè fumante, sperando gradisse. «Lo preferivi con la cannuccia? Ci ho pensato dopo essere uscita dal pub», ammise, sedendo davanti a lui.
Daryl adocchiò il distintivo sulla giacca e accennò un sorriso. «Questo dev’essere un brutto scherzo… Tu non sei un’agente dell’FBI».
«Ti tratterremo per un po’, Daryl Boscoferro: sei accusato di traffico di armi rubate all’estero e per alcuni omicidi sotto commissione avvenuti nell’arco di quattro mesi, fra ventisei e ventidue mesi fa», disse lei, disinteressata alle parole dell’uomo, giocando con una penna.
«Ma è assurdo», biascicò. «Come hai fatto…?», si fermò da solo, scuotendo la testa, «E va bene, mettiamo caso che tu abbia le prove… perché mi stai facendo questo? Al pub ho cercato di scappare, non di ucciderti… E comunque ti avrei consegnata a Lars viva, Root», le disse guardandola negli occhi, «Non ti avrei mai fatto del male». Ansimò, guardando il suo bicchierone di caffè. «Potresti almeno levarmi le manette? Così posso bere come un comune mortale?».
Lei lo fissò un breve attimo, sorridendo e scuotendo la testa. «No. Sei un soggetto pericoloso, mi spiace».
«Ha parlato la suora», ringhiò, tentando poi di bere reggendo il bicchiere con le mani strette nei polsi.
Root pensò che le manette che in quel momento lo tenevano ancorato al tavolo non fossero resistenti come quelle a prova di Shaw che lui si era portato appresso, tuttavia non ne sembrava pratico e parevano bastare. Era un fatto curioso. Probabilmente il commercio di armi aveva dato a Boscoferro una marcia in più, qualche nuovo gioiello, ma nessuno si era premurato di addestrarlo a usarli.
«Hai ingannato tutti da queste parti, uh?», riprese lui, appoggiando il bicchiere, «Un bel faccino, un distintivo, e sei subito una di loro?».
«Come fai a dire che non sono una vera detective?».
«Non ti chiami Maria Dawson, per cominciare».
Root sospirò. «Ho cambiato nome. Per questa ragione non mi trovavi».
«Hai cambiato molti nomi, Root», si sporse sul tavolo, guardandola dritta negli occhi, intanto che lei faceva lo stesso sulla sua sedia, ferma. «È come se non avessi più un’identità tua. Nome, posto, ingaggio… Noi Marshall Mason sappiamo molto su di te, ormai. Ne abbiamo trovate parecchie solo di questi ultimi anni. Mi stupirebbe sentirti dire che sai chi sei».
Lei trattenne il respiro, fissando per un attimo la telecamera. Era certa che la Macchina la stesse osservando. Si alzò dalla sedia e, con rabbia, spinse la penna contro il tavolo, fermandosi a qualche millimetro dalla superficie e dalla faccia di Daryl Boscoferro, a cui mancò il fiato. «Io so benissimo chi sono», marcò le parole, stringendo i denti, «E lo sai anche tu: mi chiamo Root».
A quel punto la porta della saletta degli interrogatori scattò e Fusco entrò defilato, richiudendo dietro di lui. Le portò via la penna, aprendo la mano. «Questa la tengo io, okay? Tu e l’altra psicopatica qui fuori vi completate a vicenda, non c’è che dire. Perché non vai a vedere come se la sta cavando? Sta ancora giocando con quelle manette».
«Detective», Daryl Boscoferro lo chiamò immediatamente, «Questa donna non è una vera agente dell’FBI! Le dirò tutto, posso provarlo, se arriviamo ad un accordo».
Root si alzò e Fusco prese la sedia, accomodandosi. «Risparmia il fiato, damerino! Stai parlando con lo sbirro sbagliato». Si voltò verso lei, pronta per uscire, e si scambiarono un’occhiata: «Non fate idiozie. Se so qualcosa, vi chiamo». Lei annuì, riguardando Fusco, Daryl Boscoferro e la telecamera. Appena chiuse, Fusco diede un’occhiata alle cartelle che aveva in mano e dopo al prigioniero. «Bene. E adesso mi dirai tutto ciò che sai su un certo Philip Lars».
Si chiamava Root. Era Root. Il suo nome era Root. L’aveva deciso molti anni prima e da allora sapeva chi era. Samantha Groves era la figlia ignorata di una madre persa, un nome qualunque su un elenco scolastico, una ragazzina sullo sfondo di una foto ricordo: l’aveva abbandonata perché era Root ciò di cui aveva bisogno. A un certo punto aveva svoltato e cambiato direzione.
Entrò nella saletta accanto, trovando Shaw seduta sulla scrivania che trafficava ancora con quelle manette, dando solo uno sguardo fugace alla telecamera sul muro davanti che mostrava ciò che avveniva nell’interrogatorio, con Fusco che, a mani intrecciate, interrogava Daryl che si rigirava da una parte all’altra con fare scocciato. «Sei pronta, tesoro?».
Lei annuì. «Dammi un minuto», sibilò. Si alzò, fece un gesto con la mano e, pensando di esserci riuscita, prese passo, restando ancorata alla scrivania. Sbuffò.

Avendo abbandonato l’auto dell’investigatore privato quella mattina, le due salirono su quella di Fusco; ma stavolta avevano le chiavi. Girarono qualche isolato e si fermarono davanti a un palazzo in periferia. Mostrando il distintivo chiesero ai poliziotti di allontanarsi intanto che loro investigavano sul posto e si fecero fare strada. Il puzzo per le scale in quel palazzo era irrespirabile, tanto che si stupirono di non trovare un cadavere. Un uomo con una bottiglia in mano tornò indietro verso la porta di casa appena vide i loro distintivi. Salirono le scale fino al penultimo piano e saltarono il nastro giallo della polizia per entrare dalla porta già aperta. La polizia aveva messo a soqquadro l’appartamento di Boscoferro in giornata e non avendo trovato nulla si lamentarono dell’intervento dei federali. Era tutto sottosopra, dai quadri gettati a terra ai cuscini rotti che perdevano ovatta. Si guardarono brevemente intorno e Shaw chiuse la porta, proprio in faccia a un agente che non si era deciso ad allontanarsi. Root ripulì una poltrona e ci si sedette sopra, iniziando a lavorare su un pc portatile.
«Lo avranno già controllato».
Root la guardò, abbozzando un sorriso. «Superficialmente… sì. A me piace andare più a fondo».
Shaw sorrise con velata soddisfazione, girandosi, controllando il resto dell’appartamento. Saltò una sedia rovesciata al centro dell’andito e soppesò ogni rumore che sentiva. Sentì il distinto rumore di gocce che cadevano e si affacciò nel bagnetto, notando che il rubinetto del lavandino perdeva. Si diresse poi nella camera da letto, trovando, fra le altre cose a terra, un reggiseno particolarmente variopinto; lo saltò, controllando la stanza: la piccola cabina armadio era aperta e tutto il contenuto gettato a terra, il letto era smosso e i cassetti di un comò aperti. Guardò con attenzione, sentiva che c’era qualcosa che non andava: il tappeto sotto il letto era smosso, ma faceva una strana piega. Si allontanò, restando nell’andito. Appesantì i passi e si riaffacciò: il tappeto si era spostato. Sorrise.
Root guardava con concentrazione la lunga lista di nomi in bianco che le scorreva sullo schermo nero. Continuava a scorrere senza interruzioni. «Daryl ha un ruolo più grande nel progetto, non è solo un Marshall Mason: seleziona candidati per conto di Lars e li assume. Da quel che vedo, però, una grande maggioranza di loro deve ancora essere contattata per la conferma: siamo ancora in tempo. Potresti inviare per me una email?». Una delle lucette a led del portatile si accese e spense in un attimo. «Grazie. La scriverò questa notte». I nomi continuavano a scorrere, non mancando di notare la parola actived in verde sotto parecchi di loro.
«Muoviti!».
La voce di Shaw la destò e socchiuse il portatile, nascondendo con una mano la chiavetta usb che stava raccogliendo i dati che le servivano. Un ragazzetto smilzo entrò nel soggiorno spinto da Shaw, che lo manteneva con i polsi dietro la schiena.
«Abbiamo un ospite?», domandò Root.
«Una spia». Shaw lo spinse con il sedere su una sedia e lui la guardò storto.
«No! Non è vero, l’ho già detto, sono solo Brandon! Sono venuto qui a prendere… la mia cuffietta». Fece per alzare una mano e poggiarla sulla cuffietta sulla testa quando Shaw gliel’acchiappò al volo e gliela spinse giù con la forza. «Dico davvero», aggrottò le sopracciglia, «Abito di sotto: l’avevo lasciata qui dal signor Boscoferro, c’ero a giocare alla play, ma poi lui è stato arrestato, c’erano gli sbirri e avevo paura di venire coinvolto».
«Perché sei coinvolto», ribatté lei. Prese un foglietto che sbucava da una tasca interna della giacca di una misura più grande che indossava e, quando tentò di strapparglielo dalle mani dicendo che era suo, lei gli girò il polso, bloccandolo e riportando la mano in basso.
«Sei manesca, donna», si lamentò dal dolore.
Era un foglio a quadri strappato, probabilmente da un bloc notes. Sopra erano riportati alcuni numeri, dei conti, e qualche nome scritto a penna. «Sapevo che non potevi essere rimasto appeso sulla rete del materasso come un ragno per una cuffietta».
Il ragazzetto guardò entrambe e poi la finestra, provando una rapida fuga: balzò dalla sedia e uscendo dalla finestra si arrampicò per la scala antincendio, ma Shaw lo fermò per un piede, trascinandolo di nuovo dentro. In quel momento, Root staccò la penna usb dal pc e la portò all’interno della sua tasca con disinvoltura. Vide la luce led illuminarsi due volte di fila ma non le diede ascolto, spegnendo il portatile. Il ragazzetto per poco non pianse mentre veniva trascinato di nuovo sulla sedia.
«Dai, bella, lasciami andare! Sono solo numeri», brontolò accarezzandosi la caviglia, attento a non muovere troppo la mano dolorante.
«Non hai idea di quello che abbiamo passato per dei numeri», rimbeccò.
Root diede un’occhiata al foglietto e guardò il ragazzo con attenzione, dopo si voltò a Shaw. «Daryl gli deve dei soldi, a quanto pare».
«Dei soldi? A me?».
«A lui e ad altri disadattati, probabilmente».
«Ehi!», sbottò di nuovo. Shaw lo scrutò con minaccia e lui si accovacciò su se stesso, mantenendosi la testa.
«Lo portiamo a Fusco», sibilò lei con decisione, ma Root scosse la testa, facendo una smorfia con le labbra.
«Lo lasciamo andare. È solo un ragazzino e potrebbe creare scompiglio, non ci serve», la guardò negli occhi, toccandole un braccio.
Brandon squadrò prima l’una e poi l’altra, facendo segno affermativo con la testa. Lasciarono che scivolasse via dalla scala antincendio ma Shaw non ne era convinta: lo tenne d’occhio finché non scappò alla vista di due poliziotti, girandolo di corsa l’angolo del palazzo.
«Hai trovato qualcosa nel portatile?», le chiese dopo, ritornando dentro dalle scale. Root stava controllando in giro con disinteresse, tenendo le mani nelle tasche dei jeans.
«No», scrollò le spalle, «Daryl avrà ripulito il suo computer in vista del nostro incontro. C’era da aspettarselo».
Shaw non le domandò altro e tornarono in centrale per restituire l’automobile a Fusco prima di pernottare in un hotel: avevano prenotato una camera usando ancora la loro identità di detective; sapevano che era rischioso usare la stessa troppo a lungo, prima o poi qualcuno poteva imbattersi in qualche falla, ma al momento era troppo comodo per entrambe, troppo vicine a Lars per lasciarsi sfuggire l’occasione di interpretare ancora quel ruolo.

Bear dormiva ai piedi del letto, su un tappeto; Shaw era sdraiata quasi al centro del materasso, sotto le coperte, aveva gli occhi chiusi e una mano di Root le carezzava la testa, muovendole i capelli e ogni tanto arricciandone una ciocca su un dito. Lei era seduta dentro le coperte con un cuscino che le faceva da schienale e, con una mano sola, scriveva, illuminata dalla fioca luce dell’abat-jour che aveva sul comodino a fianco. Non avrebbe avuto difficoltà a spacciarsi per Daryl Boscoferro per buttare giù i Marshall Mason inattivi dalla panchina, dicendo loro che l’affare era saltato. Quelli attivi tuttavia restavano un problema: un’email per dire a tutti loro di tornare a casa non avrebbe sortito l’effetto sperato, al contrario poteva aiutarli a risalire a lei, poiché non sapeva come si erano messi in contatto le precedenti volte e cosa si erano detti; poteva mandare a monte ogni cosa.
«E se diventassi realmente una Marshall Mason?», esclamò Shaw all’improvviso, spaventandola: Root credeva stesse dormendo.
La donna abbassò il monitor del portatile, girandosi. «Vuoi ammanettarmi e portarmi da Lars?».
«Sì». Rialzò la schiena, sedendo sul letto. «È chiaro che questo tipo non si fermerà e a questo punto l’idea del tuo amico non mi sembra poi tanto malvagia: gli chiediamo come contattarlo e ti porto da lui. Lo facciamo fuori e finisce la storia».
Root rise, guardandola dritta negli occhi: «Sei sempre stata per le soluzioni semplici», le strizzò una guancia.
Shaw si allungò verso di lei e le prese il portatile dalle mani, poggiandolo sul comodino e spegnendo l’abat-jour. Si avvicinò sensualmente al suo viso e, con una mano, le tirò su entrambi i polsi. «Non mi hai ancora detto cos’hai trovato nel portatile del tuo amico».
«A cosa ti rif-», si bloccò, sospirando, quando si accorse che Shaw l’aveva ammanettata sulla spalliera del letto. «Sameen… lasciami andare».
«Te l’ho già detto che odio che mi nascondi le cose. E poi anche a me piace andare più a fondo».
«Oh, andiamo», sorrise, «Sai che per quello puoi anche fare a meno delle manette».
Shaw scosse la testa, mantenendo un sorriso malizioso, riprendendo il pc e risollevando il monitor. Lesse velocemente il testo dell’email e abbassò la testa. «Aspiranti Marshall Mason?», soffiò, «Mi tenevi nascosto di aver trovato i nomi di aspiranti Marshall Mason?»
«Daryl faceva da tramite tra loro e Lars».
«E cosa aspettavi a dirmelo? È una cosa fastidiosa». Sospettava che anche quel ragazzo magrolino ritrovato in casa di Boscoferro dovesse essere un aspirante Marshall Mason e per questo motivo lei lo aveva lasciato andare. Richiuse il portatile e lo riportò sul comodino, guardando attentamente Root. Non poté fare a meno di sorridere ancora. «Sai, avrei dovuto ammanettarti prima».
«Ah, sì?».
«Sì», annuì. «Non so, è una bella sensazione, di quelle che ti suggeriscono la pace nel mondo… Oltre a una soddisfazione niente male».
«Mi libererò di qui».
Shaw si lasciò scappare una risata sarcastica: «Ma figurati! Non ci sono riuscita nemmeno io».
Si avvicinò e iniziò a sbottonarle la maglietta del pigiama, bagnando la pelle, appoggiando la lingua e poi la bocca, fra le clavicole. Root sobbalzò, irrigidendosi e lasciandosi andare a un sospiro. Shaw spostò le labbra verso il seno, alitandole sulla pelle già bollente. Dopo le slacciò il reggiseno nero e glielo strappò, gettandolo a poco da Bear, che lo degnò di mezzo sguardo appena. La baciò ancora, succhiandole un capezzolo, abbassando la coperta e leccandole l’ombelico.
«Sameen, liberami…», biascicò l’altra in un gemito, «Li… berami».
L’altra nemmeno provò a rispondere, godendo di come il suo corpo si contraeva sotto di lei a ogni tocco, dei sospiri e dei versi involontari. Spostò tutta la coperta e le scese i pantaloni, poco a poco, lasciandoglieli raggomitolati sulle caviglie; si divertì a vedere la pelle della sua coscia sinistra che, mentre passava l’unghia di un mignolo, raggricciava, rizzando i peli fini e biondi.
«Ti stai divertendo, tesoro?».
«Mh, in effetti sì».
Root mosse le gambe per grattarsi e lei risalì, ridendo, segnandole le labbra con l’indice destro, incontrando i suoi occhi lucidi. Si guardarono come se si stessero studiando. Shaw aprì la bocca e la mantenne a poco da quella di Root, per poi addentarle un labbro e lasciarlo appena prima che lei potesse provare a baciarla. Abbozzò un sorriso compiaciuto e Root sorrise a sua volta, scuotendo brevemente la testa; approfittò di una sua distrazione per avvicinarsi in fretta e fare quella bocca sua, trattenendola a sé per un po’. Quando Shaw si scostò, lei le sussurrò sul naso:
«Fra poco mi libero».
Shaw scosse la testa, mordendosi il labbro inferiore. «Sei sicura?».
La vide sussultare e trattenere il fiato, scrutandole gli occhi che si abbassavano e riaprivano di scatto; l’indice destro di Shaw si era insinuato in basso, sfiorando la pelle dell’altra lungo il suo tragitto, il seno, lo stomaco, la pancia, curvando in basso, strisciando sugli slip e finendo su un punto ben preciso, premendo all’improvviso. Toccò di nuovo e la guardò: aveva il respiro pesante. Non si voleva perdere nemmeno un secondo. Per un attimo, Shaw capì che sarebbe potuta restare a fissarla così per ore. Era bella, perfetta, e le mozzava il fiato. Lo faceva davvero. Per lei sentiva qualcosa e non la spaventava più.
Decise di sollevare un elastico della coscia e di infilare la mano all’interno degli slip, così come di dividere la distanza che separava la sua bocca da quella di Root e concedergliela, poggiare le sue labbra sulle sue e poi inspirare, premere di nuovo il dito e sentire il fiato di lei che cambiava, che si faceva più veloce e corto.
Shaw si mosse, stava per cambiare strategia, e Root si diede una spinta, afferrandola saldamente per le spalle in modo repentino, capovolgendo la situazione, gettandola sotto di lei. Shaw spalancò gli occhi con stupore intanto che lei le mostrava le manette, lanciandole sul tappeto vicino a Bear.
«Beh… te l’avevo detto che mi sarei liberata».
«Non è possibile».
«Sì», inclinò la testa, sorridendo, «se hai le chiavi».
Shaw rise e Root si lasciò cadere su lei, rubandole un bacio, affondando la bocca nella sua, tirando la canottiera fino a fargliela togliere. «Dov’eravamo rimaste?», le chiese piano, sprofondando lentamente sul suo petto nudo, baciandole un seno per volta, ansimando. Le strinse i polsi per mantenerla bloccata contro il materasso, squadrandole il viso arrossato a poco dal suo, prima di baciarla ancora, tirando le sue labbra e riprendendogliele con la forza un istante più tardi.
Le loro pelli nude si incontravano e scontravano, bollenti. Root si liberò dei pantaloni raggomitolati alle caviglie muovendo i piedi e le leccò l’ombelico come per prendersi una rivincita, ma non contenta ci appoggiò anche le labbra e succhiò, non mancando di notare come la pelle si contraeva, insieme a tutto il corpo, sotto il suo.
Shaw restò ferma e si guardarono di nuovo. Profondamente, osservando ogni sfumatura dei loro occhi, la piega delle loro labbra, come si muovevano le guance e il naso, notando il ritmo dei loro respiri, la smorfia delle sopracciglia. La mano destra di Root le carezzò una guancia morbida, il labbro inferiore e il mento. Le dita di entrambe le mani di Shaw si distesero lungo la schiena calda di Root e la strinsero con tanta forza da lasciare la pelle bianca intorno e il freddo improvviso dal distacco quando i polpastrelli della mano sinistra si fermarono sul fondoschiena e quelli della destra viaggiarono senza fretta ma tastando con impeto fin sulla coscia. Si ripresero piano, respirando e respirandosi affannosamente, appoggiando le labbra senza premere e lasciandosi desiderare, sollevando la lingua per assaggiare. La mano di Root calò verso il ventre e sollevò gli slip, infilandosi, così come quella di Shaw, abbandonando la coscia. Non smisero di guardarsi finché non chiusero gli occhi per affondare l’una sull’altra.

Lasciò il letto solo quando si convinse che Shaw stesse davvero dormendo, ascoltando il suo respiro pesante. Sperò non la imbrogliasse di nuovo. Si mise qualcosa addosso e osservò che anche Bear dormiva, sentendolo persino russare. Riprese il portatile e lo attaccò alla spina poggiandolo sul tavolo nella stanza accanto, divisa solo da un’arcata, e si allontanò per riprendere la penna usb dalla giaccia che aveva indossato quella sera. Tornando indietro vide che il led del portatile si illuminava con intermittenza, così attese.
DEVI DIRLE TUTTO.
Sullo schermo apparve quella scritta e Root scosse la testa, avvicinandosi. «Intendi dei Marshall Mason attivi?».
SÌ .
«A che pro?».
LASCIA CHE TI AIUTI.
«No, devi ascoltarmi…», si passò due dita sugli occhi nel tentativo di calmarsi, «Non capisci, è già tanto se l’ho messa al corrente di tutto. Non voglio che le succeda qualcosa e più sa e più è in pericolo, lo sai».
HAI SCELTO LEI.
«Che vuoi dire?».
È ORA CHE LA ASCOLTI E LASCI CHE ANCHE LEI SI PRENDA CURA DI TE.
Root non rispose, guardando verso il letto. Shaw si era mossa solo un secondo, facendo un verso con la bocca e il naso. Le venne da sorridere. Con la coda dell’occhio vide che la Macchina stava scrivendo ancora, così si voltò.
SONO CONTENTA.
«Per cosa?».
È GIUSTO COSÌ.
«Cosa?».
CHE TU SIA FELICE CON LEI. Pausa. SAMANTHA.

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angolo autrice

E rieccomiiii ^_^ Questa volta ho aggiornato ad un orario decente, brava me (?).
Questo capitolo è più incentrato su Root e Shaw, ma di Amy e Sarah sappiamo che sono ancora insieme. Sono belle le parole ‘è finita’ (no, non sono belle, a dire il vero, ma…), però restano solo parole, poi coi fatti si parte per un’altra direzione XD Per il resto… la Macchina ha chiamato Root Samantha, quest’ultima ha bloccato definitivamente i Marshall Mason inattivi e Shaw si è divertita… cioè, Shaw è innervosita del fatto che Root le tenga nascoste le cose. E come darle torto.

Ci si rilegge il prossimo lunedì con il capitolo nove: incendio colossale!
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