Capitolo quattro. Cambiamento

Il suo corpo vibra

.

capitolo-4-cambiamento

.

Il cambiamento fa sempre paura, eppure mai niente resta per sempre com’è. È questione di solo un secondo e noi non siamo già più quelli che eravamo un secondo prima, ma non ce ne rendiamo conto. Quello che c’era prima non è detto che resti poi. Le persone crescono e diventano altre. Le situazioni mutano con noi. La vita cambia per noi.
E così, mentre Root, il cane Bear con Shaw alla guida di una macchina iniziavano un viaggio per incontrare il passato, Amy pensava al suo futuro con James e i loro figli. Con una foto di Sarah e dei suoi figli davanti. Sarah, dal canto suo, era convinta di sapere già tutto ciò che c’era da sapere, rinnegando che qualcosa era cambiato, che lei era cambiata, convinta di non aver bisogno di rivedere la sua vita da un punto di vista diverso perché la sua vita era proprio così come la voleva.

Da real life a PoI

Benvenuti ad Anemone Valley! Era bastato il nome a far entrare i brividi a Shaw, le case a schiera con i loro cortili e i cancelli bianchi, il silenzio del pomeriggio e gli uccellini che cinguettavano erano decisamente troppo.
«Questo posto sembra una cartolina… Ripetimi cosa ci facciamo qui», sussurrò.
«Calmati, Sameen, siamo qui solo di passaggio. Stando qui rallenteremo i Marshall Mason, e la Macchina ci ha dato un compito: abbiamo un numero».
Finse una risata sarcastica: «Non avevamo finito con i numeri?».
«Abbiamo finito», prese una pausa, «Maaa considerando che siamo qui…».
«Ho capito! Abbiamo finito ma è una di quelle cose che non finiscono mai…», brontolò a bassa voce, per sé. «Comunque mi stupisce un po’: un numero qui? Senti, ti avverto: se la vittima è una donna di mezza età che sta per venire strozzata da un’altra donna di mezza età perché non concordano sulla recensione di un libro al club del libro, ci vai tu… O finirei per ammazzarle io entrambe».
Parcheggiarono nel vialetto e Root rimarcò che sarebbero rimaste in quella casa ad Anemone Valley per un massimo di una settimana, ma per Shaw, impegnata a portare dentro i bagagli, una settimana sembrava già passata. La casa non era grandissima ma a Bear sembrava piacere molto, mettendosi a correre fra l’esterno e l’interno. Cominciarono a sistemare pc e qualche pistola nascosta per casa che suonò il campanello. Si scambiarono uno sguardo ed entrambe si armarono, avvicinandosi all’ingresso, quando videro un bimbo all’uscio dalla porta socchiusa allora le nascosero, aprendo. Una donna con il bimbo piccolo accanto porgeva loro un fagotto avvolto in un vassoio e le guardava estasiata, con il sorriso sulle labbra.
«Benvenute ad Anemone Valley», esordì, mostrando i denti bianchissimi. Spinse il fagotto e Root lo prese con sé, sorridendo e ringraziando. «Oh, sono così felice di conoscervi! Appena ho saputo che finalmente la vecchia casa degli Harrison era stata acquistata non ho chiuso occhio e vi ho fatto una crostata! Spero la gradiate! Ah, sì, io sono Melany Backary e lui è mio figlio Jack», proseguì senza riprendere fiato, abbracciando il bimbo che, timido, si nascondeva dietro la sua gonna. «Abitiamo davanti a voi! Mi sono fatta dire chi siete dall’agente immobiliare che ieri è passato a togliere il cartello “vendesi”, quindi non preoccupatevi, non avete bisogno di presentarvi, so già tutto su di voi».
Le due si scambiarono uno sguardo d’intesa.
«Magari ad alcune famiglie farà strano avere una coppia lesbica nel quartiere, ma non a me, potete starne certe», rise, guardando prima una e poi l’altra. «E, per qualsiasi cosa, sarò a vostra disposizione! Ma allora, ditemi un po’ di voi, sto parlando solo io».
«Ma no…», mormorò Shaw.
«Siete sposate? State già pensando di avere dei bambini?».
Shaw spalancò gli occhi e stava per rispondere con sarcasmo, quando Root iniziò per prima, ridendo: «Oh, magari! Ci piacerebbe».
«No», tuonò quasi sulla sua voce.
La vicina guardò prima Shaw e poi Root, scoppiando a ridere insieme alla seconda.
«Ci stiamo ancora pensando…», allungò una mano, accarezzando un braccio di Shaw, che aveva alzato gli occhi al cielo. «Sai, si tira indietro, ma la mia Lena è così capace con i bambini».
Shaw corrugò le sopracciglia, abbassando lo sguardo e scoprendo che il bimbo la fissava. In quel momento passò Bear per entrare in casa e Melany Backary per poco non saltò, prendendo Jack per le spalle e allontanandolo. «Ecco, lui è il nostro bambino», Shaw prese il cane e lo abbracciò con fierezza, mentre la vicina la guardava stizzita e Root scuoteva la testa.
A quanto sembrava, erano arrivate ad Anemone Valley nella settimana giusta: la sera dopo avrebbero festeggiato la patrona e tutto il paese si sarebbe riversato in piazza, con palloncini, stelle filanti, fuochi d’artificio, giochi e banchetti stuzzicanti. Melany Backary aveva promesso alle due che avrebbe fatto conoscere loro un po’ tutto il paese in quell’occasione e non che sembrasse divertente, ma potevano cogliere l’occasione per tenere d’occhio il loro numero.
«Abbiamo appena conosciuto il nostro numero», sorrise Root, infatti, mettendo la crostata in frigo, senza neppure aprirla. Si appoggiò a un mobile della cucina e aspettò di avere l’attenzione di Shaw.
«Lo sapevo… mi toccherà uccidere due donne al club del libro», la sentì borbottare.
«Non Melany. Il bambino: Jack Backary è il nostro numero».
Shaw spalancò la bocca dalla sorpresa, ma poi scrollò di spalle. «Almeno sappiamo che non è il carnefice. Ma chi farebbe del male a un bambino?».
«Ci sto lavorando. A parte il suo certificato di nascita e qualche visita medica, non si trova altro su di lui».
Shaw si avvicinò piano, mentre l’altra la fissava. «La Macchina che dice?».
Root strinse le labbra, vagamente infastidita. «Non lo so. Non sono riuscita a sentirla e non mi vuole chiamare».
«Può chiamare me».
Shaw era tanto vicina che Root allungò la schiena per appiattirsi meglio sul mobile della cucina, aspettandola. Le venne da sorridere ad averla quasi su di lei. «Lo sai», scosse la testa, «Ti ha detto addio, non ti chiamerà più».
«Ha ancora la tua voce?», le chiese a un certo punto.
«No. Era solo un prestito». Alzò la mano destra e stava per accarezzarla e poi baciarla, quando Shaw si spostò all’improvviso, senza neppure guardarla. La vide aprire il frigo e prendere la crostata, svolgendola dalla carta stagnola. «La mangi davvero?».
«È cibo, no?». Si sedette davanti al tavolo e si tagliò una fetta con le mani, iniziando a mangiare, lanciando dei pezzi a Bear che li acchiappava al volo.
Root scosse la testa e le arrivò accanto, pizzicandole una guancia.
Con la bocca piena, Shaw alzò gli occhi al soffitto e poi accennò un sorriso, seguendola con lo sguardo mentre si allontanava.

da PoI a real life

Scoppiò a ridere, con le briciole della crostata che le cadevano dalle labbra. Amy rise a sua volta, poco dopo, tornando indietro.
«Piccola pausa», gridò qualcuno in fondo e lo staff abbandonò tutto ciò che aveva fra le mani, riempendo una zona della casa. Il produttore Mark Hadford si avvicinò e prese un pezzo della crostata, sbriciolando sulla sua folta barba. Guardò le due con fierezza, che erano ai lati opposti del tavolo.
«Fantastiche», borbottò con la bocca piena, «La chimica che emanate, in special modo quando siete vicine, credo sia la miglior cosa dello show». Le due si guardarono, sorridendosi a vicenda.
Erano passati già due mesi da quando avevano ripreso a lavorare sul set e tra una risata e l’altra sembrava essere tornato tutto com’era un tempo fra loro e Sarah ne era felice. Non che non ne fosse lusingata, anche se era difficile da ammettere, ma lavorare al suo fianco sapendo una cosa del genere l’aveva messa un po’ sotto pressione quando erano ritornate e non poteva permettersi distrazioni. Non ne avevano più parlato e Amy si comportava come suo solito. Di tanto in tanto, Sarah la sorprendeva a fissarla, ma non era certo una novità e non ci dava peso.
Il piccolo che interpretava Jack le arrivo accanto e Sarah lo prese in braccio quando la madre del bambino, avvicinatasi, le chiese se potesse farle una foto con lui. Ne fecero una con il bambino che le baciava una guancia e, prima di andare, ne approfittò per rubare un pezzo di crostata. Ne prese un altro anche lei e si girò alla ricerca di Amy, ma era scomparsa. Voleva fare una foto con lei da mettere su Instagram. La chiamò e chiese a una ragazza della crew se l’avesse vista. Le indicò l’esterno e, prendendo il suo cellulare dalla sua sedia pieghevole lasciata in soggiorno con quelle del resto del cast, si avvicinò fuori, sentendo la sua voce. Parlava al telefono, sembrava. Non voleva origliare, ma era troppo vicina.
Amy rise. «Hai ragione, sì… Hai sempre ragione», prese una pausa, «Lo sai! Sì, ci sentiamo stanotte, ti chiamo io. Ti amo», rise di nuovo, poi il silenzio.
Sarah cercò di tornare indietro in fretta, più di ogni altra cosa al mondo non avrebbe voluto che la trovasse lì, ma successe: Amy riaprì la porta socchiusa e le sorrise, trovandosela davanti. «Ah, eccoti, ti stavo cercando», le mostrò il cellulare; ormai non aveva importanza. «Ci facciamo una foto per Instagram?».
«Certo».
Era meglio così, si disse più tardi, ripensandoci. Amy amava suo marito esattamente come lei amava Steve e una cotta per lei non lo avrebbe minato in alcun modo. La loro vita stava riprendendo proprio laddove aveva tentato di cambiare, perché era proprio così che doveva andare.
Allora perché le aveva fatto una strana sensazione?
Un gruppo di donne di mezza età entrò in casa e si misero a parlare con gli addetti della crew: dovevano essere le vicine, avevano un copione in mano. Sarah sorrise, scuotendo la testa: Shaw non ne sarà stata felice.

Avevano continuato a girare finché non si era fatto buio, fra errori, sviste, scene da rifare, risate e qualche incomprensione sul copione. In veste di Shaw, Sarah si era seduta sul divano e si era messa a guardare la televisione, chiamando Bear che le si era sdraiato accanto. Come Root, anche Amy si era avvicinata, appoggiando la testa sulle gambe piegate dell’altra, cercando al portatile qualcosa che le potesse essere utile con il loro nuovo numero. Sul sito del comune di Anemone Valley erano state depositate le foto dei bambini nel giorno della loro nascita catalogandoli in anni e, guardando la foto di Jack, le era parsa piuttosto strana: il copione diceva che la foto del bimbo era stata tagliata e ritoccata con un programma di grafica. Root aveva salvato la foto e, facendo una breve ricerca, aveva trovato la fonte, constatando che il bimbo sulla foto non era Jack Backary.
«Perché rubare una foto e postarla come se fosse sua?», si era domandata, come da copione.
C’era qualcosa di strano su quella Melany e suo figlio, come se non fossero mai esistiti prima del loro arrivo ad Anemone Valley un annetto prima. Doveva vederci chiaro.
Il giorno dopo, con la luce del sole alta, avevano girato la scena con le vicine di mezza età, che erano andate a trovare le due in compagnia di Melany Backary e il figlioletto. La coppia doveva tenere d’occhio il bambino, constatando quanto non ci fosse nulla di strano in lui.
«E così voi due state insieme?», aveva domandato una delle signore, guardando Shaw dalla testa ai piedi. «Lo sapete che Gesù non vuole?».
«Che strano…», aveva bofonchiato l’altra, masticando il boccone di un panino, «Eppure non me ne ha mai parlato».
La signora l’aveva guardata con la faccia tanto corrucciata da andarsene, lasciando la porta di casa aperta mentre usciva. Jack si era allontanato ed era uscito fuori. Shaw lo aveva seguito. Era questione di un attimo e un uomo si era avvicinato e aveva iniziato a parlare con lui ma, appena vista lei sull’uscio della porta, lo sconosciuto se n’era andato. Lei aveva preso il piccolo per mano e lo aveva riportato dentro.
«Jack!», aveva gridato Melany, prendendolo fra le sue braccia. Doveva essere preoccupata oltre ogni misura e lo aveva dimostrato bene.
«Il bambino stava parlando con un adulto sconosciuto, fuori», aveva detto Shaw a Root, a bassa voce. «Gli ho chiesto chi era… non mi ha risposto».
Lei aveva guardato attentamente entrambi, prima di parlare: «Stasera, alla festa della patrona, non dovremo togliergli occhio di dosso».
«Che qualcuno possa avercela con lei tanto da fare del male al figlio?», aveva accennato Shaw in una risata sarcastica, «Non mi stupirebbe». La voce di Melany infastidiva Shaw anche quando non parlava con lei.
«Dobbiamo scoprirlo».
La festa avrebbe coinvolto l’intero paese e sia Amy che Sarah si erano innamorate di come erano riusciti a sistemare le luci e i colori, le bancarelle, gli abiti che ogni cittadino coinvolto nel progetto indossava, eleganti ma non pomposi. Stavano provando la musica da suonare su un palco con gli addetti ai suoni, intanto che faceva buio; sotto ci sarebbe stata la pista da ballo.
Sarah aveva inquadrato Amy da lontano che parlava con Garrett della crew e si era avvicinata, camminando con sicurezza nonostante avesse i tacchi alti. Fermandosi la chiamò ed entrambi si girarono, restando senza fiato.
«Oh, wow», emise Amy con un filo di voce, sorridendo.
Indossava un abito nero scollato e stretto sulle cosce. Tanto scollato: Garrett non riusciva a guardarla negli occhi.
«È un commento di Amy o è quello che dirà Root in scena?».
«Mh… Entrambe», rispose prontamente Amy, ridendo, «Credo che Root non vedrà l’ora di metterci le mani», rise e così Sarah.
Anche Garrett rise e le due lo guardarono. «Garrett, sai cosa direbbe Shaw in questo momento?».
«Vado, signora Shahi! A dopo», le fece un cenno di saluto, «E comunque complimenti».
Le due risero di nuovo. «E tu non vai a cambiarti?», le chiese, vedendo che stava ancora indossando i jeans del pomeriggio.
«Fra poco».
Sarebbe stata una bella scena e Sarah non vedeva l’ora di girarla. Tutto era in posizione, le luci, le telecamere, i cittadini, Melany Backary e il piccolo Jack, vestito elegante con tanto di farfallino, le altre vicine di mezza età con i loro mariti, mancava solo Root. Sarah ogni tanto si guardava intorno ma Amy non era ancora arrivata. Immaginò stesse ancora parlando al telefono con James. Magari parlavano dei bambini o di quello che stavano girando in questo periodo, scambiandosi suggerimenti e idee. Forse si stavano ripetendo ti amo perché la lontananza cominciava a farsi sentire e dovevano ricordarselo. In ogni caso, li aveva sempre ritenuti una bella coppia, lei e James. Erano usciti tutti e quattro una sera e le erano sembrati così innamorati, così affiatati, così intimi da farle provare imbarazzo. Per fortuna c’era Steve e non aveva dovuto provare a interessarsi ai loro discorsi, quando parlavano a voce bassa, abbracciati, chiusi in quel mondo solo loro. E perché avrebbe dovuto, dopotutto: interromperli solo perché la mettevano in imbarazzo? Sarebbe stato assurdo, comunque. Forse avrebbe dovuto allontanarsi anche lei, ora, prima di iniziare a girare e parlare con Steve almeno cinque minuti, se avesse risposto al cellulare. Avrebbe dovuto. Sì, sarebbe stato meglio e doveva fare in fretta. Mosse appena un piede e sentì dire a tutti che era ora di ripartire, che era arrivata. Allora si girò e, vedendola con quel lungo e stretto vestito, quasi le mancò il fiato. Le risaltava le forme e la facevano sembrare ancora più alta, se non fossero stati abbastanza i tacchi sulle scarpe.
«Accidenti, scusa, la truccatrice era al telefono e ha fatto un po’ tardi», disse Amy, sistemandosi un orecchino e lamentandosi che le prudeva.
Sarah deglutì e l’aiutò, abbassandole le mani.
«Grazie».
Si sorrisero e aspettarono il ciak per cominciare.
Krystal, che interpretava Melany, si resse le braccia fingendo di avere i brividi. «Con queste belle giornate di sole mi aspettavo anche una sera un po’ più calda, e invece…», guardò il bambino abbracciato al suo vestito, «Per fortuna ho messo la giacchetta a Jack».
Root guardò Shaw con aria maliziosa, prendendole poi la mano. Era così calda. «Ehi, dolcezza», la chiamò, «Che ne dici di un ballo?».
«Io non ballo», sorrise con sforzo, digrignando i denti.
Amy fece ridere Root, guardata da Melany. «Non essere timida», insisté, «Ti vedo un po’ stressata e hai bisogno di rilassarti un po’».
Un attimo e Root trascinò Shaw sulla pista da ballo, prendendola per un braccio. L’aveva avvicinata a sé ma lo aveva fatto con un po’ troppa forza, mettendosi a ridere e così avevano dovuto rigirare il momento. E di nuovo. Poi si erano messe d’impegno e Amy l’aveva presa con sé, così Sarah si era lasciata trasportare. Avevano dei fotografi vicino, i ragazzi delle luci, quelli dell’audio, le telecamere, ma i paesani intorno a loro che fingevano di ballare davvero e la musica lenta le aveva aiutate a calmarsi. Cosa c’era da calmarsi, poi, Sarah non lo sapeva. Amy amava suo marito, magari la cotta per lei le era passata. Eppure il suo corpo vibrava ancora, di tanto in tanto.
«Melany ha una cicatrice sul braccio destro».
«Cosa?», rispose Sarah, destata all’improvviso dai suoi pensieri.
Amy scoppiò a ridere e presto si ritrovarono a girare la scena per l’ennesima volta.
«Melany ha una cicatrice sul braccio destro», ripeté e Sarah era ritornata a essere Shaw, guardando un punto distante. Secondo il copione, Shaw avrebbe guardato Melany che, inchinata, puliva la bocca del piccolo Jack che si era sporcato di sugo con una pizzetta. Avrebbero girato la scena in un secondo momento.
«Non ce n’eravamo rese conto ieri e stasera perché indossava le maniche lunghe», disse quest’ultima, «Tenta di coprirsela. Hai notato?».
«Non sembra a suo agio», annuì Root, prima di girarsi e guardare Shaw con attenzione, sorridendo con soddisfazione, «Ma non è la sola a esserlo».
Shaw accennò un sorriso, guardandola negli occhi. «Te l’avevo detto che non ballo».
Root le circondò il collo e alzò lo sguardo, lasciando che il viso le si illuminasse delle lucette colorate intorno alla pista da ballo. Shaw doveva fissarla con incanto. Doveva vederla felice. E esserlo anche lei. Nonostante tutto erano insieme ed erano entrambe vive. Però non era solo Shaw quella che la guardava. Era strano, ma quelle luci, quello sguardo, quel quasi sorriso, il suo viso pulito e dolce, quasi più da Amy che da Root, avevano incantato anche Sarah. Era come averla scoperta di nuovo ma come una prima volta, ricordando quando era accaduto davvero: conosceva Amy Acker solo dalla televisione e anche se si erano già viste in passato non avevano mai avuto l’occasione di parlarsi, così quando gliel’avevano presentata, una volta sul set di Person of Interest, era un po’ sotto pressione; doveva girare con lei una scena importante proprio per il primo episodio in cui sarebbe apparsa e temeva di fare una brutta figura, ma quando se l’era trovata davanti, le aveva come dato la sensazione di conoscersi da sempre e avevano legato all’istante.
«Sono felice di conoscerti», le aveva detto Amy quel pomeriggio di anni fa.
«Piacere! Sai, mi sembra di averti già incrociata o mi sbaglio?».
«Probabilmente. Magari a un evento».
Le aveva sorriso; era così dolce, tanto diversa dalla Root dei primi tempi, che l’aveva colpita subito e Sarah aveva capito che tutto sarebbe andato a gonfie vele. Allora ancora non sapevano come sarebbero cambiate le cose per i loro personaggi, quello stesso cambiamento che poi le aveva portate fino a lì, quella sera, a ballare o a fingere di farlo non lo sapeva neanche più, l’una davanti all’altra.
Amy era davvero bella. Lo sapeva, se n’era resa conto varie volte, ma in quel momento lo era di più, lo era come non lo era mai stata e lo era più di ogni altra persona sulla Terra. Lo era tanto che, a fissarla, le era venuto da sussultare e lei doveva esserne accorta, poiché la guardò come sorpresa e poi le sorrise. Sapevano cosa dovevano fare adesso e Sarah capì che non era il momento, che non ce l’avrebbe fatta: rise di colpo e Sandra Mollier, la regista, fece fermare tutto.
Lo aveva fatto apposta? Si era chiesta Sarah. Lo aveva fatto apposta per interrompersi? Oh, no.
«Tutto bene?», chiese Amy, poggiandole una mano sulla spalla, «Hai fatto un movimento strano, prima».
Sarah annuì, abbassando lo sguardo. Doveva andare a lavarsi la faccia. Adesso.
«Tutto a posto?», domandò anche la regista, «Possiamo riprendere? Andava bene».
«S-Sì! Devo solo… Devo solo andare a risciacquarmi la faccia un attimo», disse Sarah in fretta, cercando di allontanarsi il più possibile da Amy, «Sto attenta al trucco».
La truccatrice la seguì lo stesso.
Oh, no. No. No. Non poteva essere vero, continuava a ripetersi mentre si tamponava il viso rosso, guardandosi allo specchio. Amy era affascinante, bella, dolce, così adorabile che a volte aveva faticato a trattenersi dall’abbracciarla, ma a tutto c’era un limite. Lei amava Steve. E Amy amava James. Ed era tutto.
La truccatrice le sistemò il viso un attimo e dopo la riaccompagnò sul set. Sarah si rese conto di aver sospirato e non era un buon segno. Le due ripresero la posizione e così si ritrovò di nuovo a guardarla e a immaginare che, di lì a poco, avrebbe dovuto baciarla.
«A cosa pensi?», le domandò come Shaw.
«Che è bellissimo qui. Che è bellissimo stare così», le rispose Root, «E che darei qualunque cosa perché tutto questo non finisse mai».
Shaw piegò la bocca in un sorrisetto dei suoi, scuotendo brevemente la testa. «Allora diamoci qualcosa per cui rendere questo momento immortale». Si avvicinò, dapprima lenta e poi veloce, ma mancò la bocca ed entrambe scoppiarono a ridere.
Il ciak scattò e ricominciarono.
«… questo momento immortale». Si avvicinò ma risero di nuovo tutte e due.
Il ciak scattò e ricominciarono.
«… questo momen- okay, no, non va bene».
Presero un bicchiere d’acqua entrambe, il ciak scattò e ricominciarono.
«… questo momento immortale». Si guardarono e Sarah si avvicinò ma questa volta Amy rise per prima, contagiando l’altra.
Riprovarono altre due volte senza successo, mancavano la bocca e ridevano, così tutti fecero una breve pausa per dare il tempo alle due di riprendere fiato. Mark Hadford si era avvicinato dicendo che, se avessero continuato in quel modo, avrebbero reso davvero quel momento immortale.
«Vi vedo agitate», disse, «Ma tranquillizzatevi, non siete più con la CBS; lo so che dovevate stare attente a ogni vostra mossa, che dovevate coprirvi e fare senza fare… ma qui potete fare», rise, «Potete fare e strafare, renderlo reale senza preoccuparvi di nascondervi. Okay?».
Le aveva lasciate dopo due pacche sulle braccia di entrambe e Amy e Sarah si erano guardate.
«Quante volte ti sei lamentata che dovevamo coprirci davanti alla telecamera?», rise Amy, ritornando sulla pista da ballo.
«Oh, ero abituata con The L Word… per questo».
«Va bene, allora pensa a me come Shane».
Si fermarono. L’una davanti all’altra.
Il ciak scattò e ricominciarono.
Come Shane? A Sarah veniva da ridere nel pensarci, probabilmente Amy lo aveva detto senza pensarci, una trovata delle sue; ma non poteva permettersi di ridere davvero di nuovo o non sarebbero più riuscite ad andare avanti. «Allora diamoci qualcosa per cui rendere questo momento immortale», si accostò a lei. Oh, cavolo. Amy non era affatto come Shane. Spalancò la bocca per accogliere la sua e piano si trovarono. Socchiusero le labbra lentamente, accompagnate dai loro occhi, assaporandosi senza fretta. Sarah e Shaw alzarono la mano destra e la poggiarono su una guancia di Amy e Root. Era una mano che tremava un po’, toccandole la guancia e poi i capelli, raccogliendoli dietro l’orecchia. Anche Amy e Root socchiusero le braccia intorno al collo dell’altra e si avvicinarono di più, aprendo la bocca e riprendendo fiato, lasciando che le loro lingue si toccassero, si gustassero con desiderio. Respiravano a fatica, sentendosi, lasciandosi trasportare l’una dall’altra con fervore, socchiudendo le labbra e infine staccandosi piano, guardandosi. Non erano state solo Root e Shaw a baciarsi in quel momento immortale, lo avevano fatto anche Amy e Sarah e i loro occhi spaventati e al contempo sorpresi lo confermavano. Si erano fissate a lungo, forse molto più di quanto era parso agli altri, prima che riuscissero a interromperle.
Mark Hadford e altri avevano applaudito, perfino imbarazzati, ricordando però che il bacio avrebbe dovuto interrompersi, a un certo punto.

Da real life a PoI

Shaw le premette sulla guancia sinistra e Root spinse la testa di lei su di sé con le braccia intorno al collo. Non si erano mai baciate così prima d’ora. Ripresero fiato per poco e si unirono di nuovo, finché un urlo spezzò la scena e il loro bacio, voltandosi alla ricerca di Melany Backary: era stata lei a urlare. Accorsero e la ritrovarono singhiozzante che si guardava intorno; anche le signore di mezza età e i loro mariti sembravano piuttosto scossi. Il bambino non c’era.
Root e Shaw si scambiarono un’occhiata complice e quest’ultima tirò fuori dalla borsetta una pistola, caricandola davanti a loro, che urlarono, allontanandosi.
«Non devono essere andati lontani», mormorò Root.
«Vado a sinistra».
Shaw sparì di corsa in mezzo alla folla, togliendosi le scarpe, e lei restò lì per parlare con Melany ma, appena la chiamò, si rese conto che era sparita anche lei. «Dov’è andata Melany?», domandò alle vicine; loro però erano ancora spaventate per la pistola e temevano che anche lei avesse potuto far loro del male, così la ignorarono, iniziando a cercare il piccolo. Root decise di lasciar perdere, vedendo una telecamera di sorveglianza. «Dov’è Jack?», chiese, «Aiutaci a ritrovarlo». La Macchina stava parlando con lei, riusciva a sentirla anche in tutto quel trambusto e senza apparecchio auricolare se si concentrava, fino a risentire quel fischio e si resse la testa.
Shaw vide un uomo sospetto e lo seguì. Quando vide che il bambino era in braccio a lui mirò alle gambe ma sparò una sola volta e tutta la gente alla festa iniziò a urlare e a scappare, impedendole di prendere la mira di nuovo. L’uomo passò Jack a un altro e, non facendosi la stessa premura, cominciò a sparare contro la folla per colpirla. Shaw mise al sicuro due persone in traiettoria e si nascose qualche secondo dietro un cassonetto; quando si rialzò era però troppo tardi e i due uomini e il bambino erano scappati su di un furgone.
Root caricò la pistola e aspettò. Dietro quel parapetto la visuale era libera, illuminata dai lampioni accesi. Il furgoncino sfrecciò velocemente, la strada era deserta, e Root si accertò di aver preso bene la mira. Sparò verso l’autista e, dopo qualche colpo per rompere il vetro, lo ferì al petto, impedendogli di continuare la sua corsa. L’altro uomo uscì dalla vettura e stava per correre ad aprire il portello e prendere il bambino: lo fermò con un colpo alla schiena, così abbassò la pistola. Se la Macchina non l’avesse chiamata non ci sarebbe riuscita, pensò.
Udì in ritardo che qualcuno dietro di lei aveva caricato una pistola, così alzò le mani.
«Chi sei?», domandò Melany Backary con affanno, avvicinandosi con la pistola puntata alla nuca, «Chi siete veramente voi due?».
«Buffo, stavo per farti la stessa domanda», intervenne Shaw, puntandole una pistola a sua volta.
L’altra si vide costretta ad abbassare la sua arma, intanto che Root si girava e sorrideva a Shaw.
Riportarono il bambino a casa. Jack aveva un po’ di tachicardia ma nel complesso stava bene, dicendo che non conosceva quegli uomini. Fortunatamente, Melany Backary sembrava avere un’idea.
Le fece accomodare sul divano di casa sua ma solo Root prese posto, Shaw preferì restare in piedi. La guardarono con concentrazione, mentre il piccolo era davanti alla tv e ai cartoni animati, con le cuffie nelle orecchie.
«Dov’è la vera madre di Jack?», domandò Root prima che l’altra riuscisse a proferire parola. Shaw guardò con curiosità entrambe, capendo di essersi persa qualcosa.
Melany deglutì, sedendo sulla poltrona, portandosi le mani alle tempie. «È morta», confessò, «Era mia sorella. La mia sorella gemella. Pensavo che nessuno lo avrebbe mai scoperto».
Nessuno a parte la Macchina, pensò Root. Ma di certo non glielo avrebbe detto.
«Gli uomini che hanno cercato di portare via Jack sono stati sicuramente assoldati da suo padre: da quando è nato ci dà la caccia. Pensavo che Anemone Valley sarebbe stato un luogo sicuro, in questi posti non succede mai niente…».
Shaw concordò e finalmente prese posto accanto a Root, interessata a sentire la sua storia.
«Mia sorella è morta dando alla luce Jack. Suo padre è un signore della droga e appena ho saputo che lui avrebbe ottenuto la custodia di mio nipote sono corsa a portarlo via».
«Lo hai rapito», esclamò Shaw.
Melany annuì, con sguardo duro. «Ero una spia, nessuno si era accorto di me quando sono entrata, né quando sono uscita con lui. Ma ho sottovalutato le risorse di quell’uomo e ci sta rendendo la vita un inferno. Non si arrenderà finché non avrà riottenuto Jack. Non posso permetterglielo. Ho cercato di affrontarlo, ma da sola, con lui così piccolo…», si voltò, guardandolo muoversi, cantando a bassa voce una canzoncina dei cartoni animati. «Quando ho visto la pistola ho pensato foste state assoldate anche voi da quell’uomo…», sospirò. «Anche voi delle spie? CIA, FBI?», guardò le due.
«Niente del genere», rispose Root.
«Freelance», aggiunse Shaw.
Melany guardò ancora il bimbo, sorridendo. «Quante cose ho fatto per lui… Ero l’ultima persona a cui io stessa avrei affidato un bambino, ma Jack… appena l’ho visto… Non ci rendiamo conto di come siamo cambiati finché non guardiamo quanto è cambiata la nostra vita. Cambiamo sempre per le persone che amiamo, eh?», guardò le due.
In quel momento, Root si sentì in colpa: dovevano cambiare vita e invece avevano ricominciato ad avere a che fare con i numeri. Shaw sembrava averla capita poiché la fissò per un istante, ma non disse nulla.

Avevano dormito con un occhio aperto quella notte, aspettando da un momento all’altro una rappresaglia da parte degli uomini assoldati dal padre di Jack, che non arrivò. Grazie alla sua telefonata con la Macchina, seppur breve, Root era riuscita a risalire alla vita di Melany Backary prima che diventasse Melany Backary e una spia, di cui era difficile reperire materiale. Aveva un altro nome e una gemella, proprio come aveva raccontato. Per il resto, sembrava essere stata brava a far sparire i dati sconvenienti e a ricrearsi una vita, anche se aveva trovato delle falle: decise di sistemargliele e dare una maggiore copertura a lei e a Jack.
La mattina seguente decisero di pranzare insieme a casa di Melany, aspettando l’arrivo dei rapitori. Shaw aveva notato subito, alzandosi dal letto, che intorno alle case passeggiavano dei volti sospetti. Ispezionavano il territorio, probabilmente, poiché dovevano aver capito che Melany non era sola a proteggere il bambino da loro. Forse in una città avrebbero potuto nascondersi meglio, ma in un paese come quello, dove non accadeva mai niente, erano un punto nero su un foglio bianco. Shaw aveva sistemato un fucile dalla finestra della camera da letto e Root non era uscita di casa senza le sue due pistole. Anche Melany aveva la sua sotto un maglioncino, anche se sperava di non doverla usare.
Alla fine, era successo tutto molto in fretta: delle persone avevano circondato la casa e avevano cercato di entrare con la forza; Shaw aveva iniziato a sparare colpendo qualcuno di loro dall’alto e, una volta accorti di lei, avevano iniziato a sparare a loro volta. Sembravano stare particolarmente attenti a dove rivolgevano le loro armi, non dovevano colpire Jack, ma se spronati rispondevano per rabbia.
«Non siete dei professionisti», sussurrò Shaw mentre ricaricava il fucile e prendeva la mira, attenta che gli spari non la colpissero.
Al piano di sotto qualcuno riuscì a entrare e, intanto che Melany nascondeva Jack in un ripostiglio per tenerlo al sicuro, Root sparava agli invasori. Il loro punto forte era sicuramente il numero, così anche loro due si ripararono dietro un tavolo rovesciato e il divano, sparando. Melany sembrava preoccuparsi per dove finivano i proiettili, tutta la casa stava andando distrutta e forse avrebbe dovuto traslocare ancora. Scorsero alcuni uomini andare verso il ripostiglio e tentarono di fermarli, ma gli spari contro di loro erano troppi e non avevano copertura. Shaw scese dal piano superiore e li mise k.o., aprendo la porticina e prendendo il bambino con sé. Vedendo che la donna aveva in braccio il piccolo, gli uomini si distrassero e Root e Melany ne approfittarono per colpirli meglio, davanti a Shaw, che teneva Jack stretto a sé.
Prima che potessero battere in ritirata, riuscirono a trattenere uno degli uomini ferendolo a una gamba, decidendo di porre fine a quella storia una volta per tutte.
«Adesso noi ci facciamo una chiacchierata», gli sorrise Shaw, una volta che Root aveva finito di legarlo contro una sedia.
«Chi diavolo siete?».
«Il tuo peggiore incubo», rispose Root in un sorriso, battendogli una pacca su una spalla.
Sembrava che l’uomo fosse stato pagato per rapire il bambino e uccidere chiunque si mettesse in mezzo, ma non abbastanza da non tradire chi aveva commissionato i servigi suoi e dei suoi amici. Melany strinse Jack contro il suo petto con un po’ più forza quando sentì dire dal rapitore che il padre del piccolo era a una sola città di distanza, in un albergo, che aspettava gli riportassero il bambino.
Era ora di entrare in scena: collegata tramite un’auricolare con Root e in compagnia dell’uomo che zoppicava, Shaw entrò nell’albergo con in braccio quello che sembrava il bimbo addormentato, coperto fin sulla testa dalla sua giacchetta. La telecamera di sorveglianza aveva momentaneamente smesso di registrare. I due uomini di guardia davanti alla camera del signore della droga li fecero passare e Shaw sparò a entrambi, con il silenziatore, intanto che il rapitore con lei bussava alla porta usando un codice particolare.
«Finalmente», rise l’uomo, che si spostò per farli entrare. Non si avvicinò neppure per controllare come stesse il piccolo e si sfregò semplicemente le mani dall’emozione. «La strega che ha rapito mio figlio è morta? Dove sono tutti gli altri?». Era cicciotto e con i capelli spettinati.
Il rapitore, impallidito, indietreggiò. Shaw lanciò il bambolotto contro il signore, che si era spaventato, e dopo lo servì con un pugno in pieno volto, entrando nella camera con lui e richiudendo dietro di lei.

da PoI a real life

Portò il rubinetto dalla parte dell’acqua calda al massimo e lasciò che la sentisse sulla pelle, gocciolando lungo le curve del suo corpo, all’interno della doccia della roulotte. Accaldandosi, la pelle bruciava. Sarah si passò le mani sul viso e aspettò di nuovo di avere l’acqua in faccia, respirando a pieni polmoni, ripassandosele di nuovo. Non poteva fare a meno di pensare a ciò che era successo. Non era neppure riuscita a parlare con Steve al telefono e aveva finto di non sentirlo suonare. Lo avrebbe richiamato più tardi, pensava, quando ne sarebbe stata in grado. Uscì e si coprì con l’accappatoio, poi si nascose il viso con le maniche ed emise un grido sommesso, lasciandosi andare solo quando era pronta a riprendere aria, sventolandosi. Uscì dal bagnetto e richiuse la porta a scomparsa, decidendo di prendersi qualcosa da bere dal frigo. Il copione era aperto, sul divano: nella camera d’albergo del signore della droga, Shaw aveva trovato una fotografia di Root accompagnata da indicazioni su di lei. E una taglia.
Sarah si sedette sul divano e spostò il copione, dando un sorso al suo bicchiere di tè. Prese un grande respiro e appoggiò il bicchiere sul tavolino, abbandonando la testa contro il divano.
Era confusa, forse un po’ sorpresa da se stessa ma pensandoci nemmeno troppo. L’aveva baciata di nuovo e non era un bacio da set. L’aveva baciata perché voleva baciarla e aveva sentito qualcosa; era inutile e deleterio negarlo. Era chiaro: la cotta di Amy per lei era ricambiata. Qualcosa era cambiato: tutto.

.


.

.

.



.

angolo autrice

Eccomi di ritorno con il capitolo quattro 🙂
Sarah si è svegliata dal torpore e lei e Amy si sono baciate ancora mentre lo facevano Shaw e Root e, dall’altra parte, nella camera d’albergo del padre del piccolo Jack, Shaw ha trovato una foto di Root con taglia a seguito. Cosa accadrà ora che Sarah ha capito di provare qualcosa per Amy? Riuscirà, e vorrà, fare finta di niente? E Shaw come prenderà il fatto che Root le abbia di nuovo nascosto qualcosa?

Una piccola nota:

  • Sembra che io ce l’abbia con la CBS (e forse un po’ è vero, nel senso che per delle cose mi è rimasta “antipatica”, al di là di Person of Interest), però ci tengo a precisare che non so realmente come siano andate le cose per quanto riguarda i baci di Shaw e Root, solo mi serviva una scusa per spingere sul discorso e la CBS cadeva a fagiolo :>

Ci rileggiamo la settimana prossima con il capitolo cinque: la verità ~♥

Annunci