Capitolo sei. Come può essere sbagliata una cosa tanto bella

Il suo corpo vibra

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capitolo-6-come-puo-essere-sbagliata-una-cosa-tanto-bella

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Sarah si era tirata indietro i capelli lunghissimi, arricciando intorno al dito un boccolo, aspettando davanti al suo armadietto il passaggio del quarterback Anthony Carlston, quello che aveva da sempre definito il ragazzo più figo della scuola. Era alto, muscoloso, pelle bronzea, capelli castani e arruffati, che tanto avrebbe voluto stringere sulle sue dita. Peccato che lui non l’avesse nemmeno mai guardata. Si fermava sempre a qualche armadietto più avanti, quello di Lauren McGarry. Lui si era appoggiato davanti a lei e le aveva parlato, Sarah era troppo lontano per sentire cosa si erano detti, e poi se ne era andato, facendole l’occhiolino. Era così bello quando lo faceva. Poi Lauren si accorgeva di essere guardata e le sorrideva. Cosa aveva da sorriderle? Quella maledetta aveva il ragazzo dei suoi sogni in pugno e la prendeva addirittura in giro? Sarah aveva chiuso il suo armadietto e si era allontanata, ignorandola.
Tornò alla realtà dai suoi ricordi scuotendo la testa, notando che Amy, a pochi metri da lei, la guardava. Appena la vide le sorrise. Le stavano dando il nuovo abbigliamento, dovevano provare tutto prima di girare.
«Ecco: queste sono per te, Sarah». Sentì quella voce un attimo dopo e prese le scarpe che la ragazza della crew le stava tendendo con una mano. «Sono della tua misura, ma devi provarle perché questo modello fa un po’ il furbetto: potrebbero stringere dai lati».
«Le provo subito. Grazie». Rise e guardò verso Amy che parlava con due ragazzi della crew prima di voltarsi e raggiungere la panchina davanti alle stampelle con vari costumi di scena. Iniziò a slacciarsi le scarpe che Amy la raggiunse a breve, sedendo accanto e facendo lo stesso.
In silenzio, senza dirsi una parola né guardarsi, si erano sentite più vicine che mai. Sapevano che quello che era successo era sbagliato, era la prima volta che tradivano i propri mariti, ma nessuna delle due era sufficientemente pentita, al contrario non facevano che ripensarci sognando in segreto di toccarsi ancora, ed era quello il più grande tradimento di tutti.
La mattina dopo, quando aveva cercato di tornare alla sua roulotte mancando il resto del cast e la crew che gironzolavano dappertutto trasportando caffè, Amy aveva deliberatamente ignorato le chiamate perse di James e si era subito fatta una doccia in modo che fosse pronta per tornare al lavoro. In verità aveva pensato di richiamarlo, ma farlo l’avrebbe fatta ritornare alla realtà dove lei era sposata con lui e così ci aveva rinunciato. Poverino, pensava, erano due chiamate appena, non aveva neppure insistito poiché doveva immaginare che era impegnata se non rispondeva al telefono. Amy voleva restare ancora un po’ in quel modo, sospesa in una storia d’amore vietata che sapeva di adolescenziale, prima di tornare a essere un’adulta.
Si erano sfiorate i gomiti e si erano guardate, ridendo senza motivo.
«Le mie vanno bene», disse Amy, ritornando in piedi e battendoli a terra.
«Le mie no», si lamentò Sarah, «Accidenti, aveva ragione Rebecca: stringono ai lati». La guardò, non riuscendo a fare a meno di lasciarle un sorriso: «Vado a farmele cambiare», indicò dietro di lei mentre camminava al contrario. Per poco non inciampava su un borsone a terra e Amy rise, scuotendo la testa, perciò Sarah decise saggiamente di camminare come si conveniva.
Era come essere tornate ragazzine e non voler pensare ad altro che a loro due insieme. Insieme. Suonava così bene quella parola.
«Stupide scarpe da poliziotti», tuonò Rebecca, la ragazza della crew. Abbassò la testa per trovare sullo scaffale una scatola con il numero successivo a quelle che Sarah le stava restituendo, e questa intanto guardò indietro, ma Amy non era più sulla panchina. Cercò intorno a lei ma non la vedeva da nessuna parte. «Eccole qui, trovate»: la voce di Rebecca la destò. «Prova queste, devono andare per forza».
Sarah le prese e s’incamminò verso la panchina, continuando a guardare ovunque ma non la vedeva da nessuna parte, né con gli altri ragazzi della crew né da sola. Immaginò fosse andata a telefonare godendosi di un momento di pausa e, il solo pensiero, le aveva dato fastidio. Ma dopotutto non stavano insieme e si domandò per quanto tempo avrebbero continuato a fingere di esserlo. Poggiò le scarpe sulla panchina e Amy le apparì accanto, spostando un cappotto. Era dall’altra parte delle stampelle.
«Vieni, Sarah, devo farti vedere una cosa», le mostrò la mano e lei si guardò attorno prima di stringergliela e lasciarsi portare dall’altra parte.
Era illuminato dai colori caldi riflessi sulla parete dai costumi più disparati che filtravano le luci del magazzino. Era uno spazietto intimo e confortevole, ma soprattutto lontano da occhi indiscreti. Dovevano restare sulle ginocchia, però, per non essere viste. Sarah sorrise e Amy la tirò verso di sé, portandole una mano dietro la nuca, baciandosi ancora.
«Oh, sì, è davvero bello», esclamò Sarah quasi sulla bocca dell’altra.
«Ti piace?».
«Tanto».
Si baciarono ancora, appoggiandosi al muro, stringendosi e accarezzandosi.
A entrambe non mancò il pensiero che lo stessero facendo solo per il brivido del proibito. A chi non piaceva sentire addosso l’adrenalina che dava quel senso di una legge non scritta infranta, con la paura di essere scoperti. Era eccitante. Non si erano mai sentite tanto irresponsabili ma non riuscivano a fermarsi, come un treno a tutta velocità sulle rotaie che non può frenare. Quel contatto fra loro le faceva sentire bene, complete; e si domandavano come potesse essere sbagliata una cosa tanto bella.
Sentirono dei passi vicino, dall’altra parte delle stampelle, e per paura di essere viste uscirono con il cuore in gola, prima l’una e poi l’altra, spostando il cappotto.
«Ah, queste mi stanno meglio». Sarah riprovò le nuove scarpe, facendo un gesto con la mano alla ragazza della crew più avanti, che aveva ricambiato.

Da real life a PoI

Le dava un certo prurito. Adesso che Root si stava abituando a restare senza, il nuovo apparecchio acustico le dava un qualche fastidio, ma sapeva che sarebbe stata solo questione di tempo e abituarsi nuovamente; intanto, l’importante era sentirci bene come non ricordava fosse possibile.
Tre Marshall Mason le avevano trovate nel motel ma la Macchina aveva avvertito Root e li sorpresero, stordendoli e infine legandoli alla spalliera del letto. Immaginavano la faccia della donna delle pulizie che si era ritrovata a dover andare a sistemare la loro camera e aveva trovato i tre che, con la bocca tappata dal nastro adesivo, la supplicavano di liberarli. Se non si fosse comportato bene, la tentazione di lasciare con loro anche il ricercatore che prima lavorava con Samaritan era alta, ma lo abbandonarono in città insieme alla loro automobile, con tanta paura ma illeso. Salirono su un autobus per disperdere le tracce.
Come Root aveva detto, la sua comunicazione con la Macchina non era migliorata neppure con il nuovo dispositivo, immaginando che il suo fosse un problema più radicato. Aveva provato più volte a chiedere alla Macchina cosa potesse fare per risolvere, ma Lei non le rispondeva e così Root si arrendeva fino a chiedere di nuovo più avanti, sperando che le cose prima o poi cambiassero. Ma non cambiavano mai. Forse una cura non esisteva e Root cercava di non pensarci per non disperarsi; almeno non era sola.
Nel frattempo aveva dato alle due un nuovo numero e aveva aiutato Root a certificare le loro nuove identità online. Si erano fermate a un pub per pranzare, prendendo un tavolo vicino al muro, davanti a una finestra. Shaw guardò ancora fuori, verso la strada a una macchina parcheggiata in particolare, poi ai dati sul loro nuovo numero che avevano disposto sul tavolino, accanto ai piatti.
«Ecco un buon dolcetto per un buon cane poliziotto», esordì la cameriera, servendo su un piattino un dolcetto colorato per Bear, accarezzandolo. «Chiaramente è un dolcetto fatto apposta per cani; li serviamo su richiesta, ma questo è un regalo da parte dello staff».
Le due donne sorrisero, ringraziando.
«Oh, hanno provato a rapinarci sette volte quest’anno, ma grazie a cani poliziotto come lui non l’hanno mai fatta franca», aggiunse lei, dandogli un ultima carezza prima di andarsene.
«Sette volte», commentò Shaw a bassa voce, leccando il suo cucchiaino, «Fortunati».
Indossavano tutte e due delle camicie bianche, ordinate come i loro pantaloni dritti e ben stirati, e una giacca diversa entrambe, Shaw con chiuso qualche bottone; nella cinta risaltavano i loro distintivi.
«Ora dovrebbe essere a scuola», disse Root, riguardando la foto del numero, una donna di colore, «Ci andiamo adesso».
«Fammi finire», brontolò, ordinando un’altra coppa di gelato. «E lui?», indicò dopo con un cenno della testa fuori dalla finestra, ancora verso quella macchina.
Root sorrise: «Subito». Si alzò, lasciando i soldi sul tavolo e prendendo Bear per il guinzaglio.
Shaw roteò gli occhi e gridò di lasciar perdere la nuova ordinazione.
Attraversò la strada togliendosi i capelli dal viso e aprì la portiera dietro, facendo sedere Bear, poi aprì anche lo sportello davanti e sorrise al conducente di mezza età, che si era allarmato svegliandosi dal suo torpore, chiudendo lo sportello dietro di lei. «Salve».
«Samantha Groves», biascicò lui, cercando di mettere velocemente mano alla pistola nascosta nello scomparto del suo sportello; dovette lasciar perdere quando sentì un grilletto puntato su una tempia: Shaw aveva allungato il braccio dal finestrino aperto.
«Salta dietro, Marshall Mason: guido io».
L’uomo, identificato come un investigatore privato che sapendosi bravo nel suo mestiere pensava di non essere stato notato, si vide costretto ad obbedire e si appiattì nell’angolo sinistro dell’automobile, fermo, osservato da un’imperscrutabile e ringhioso Bear.
«Puoi chiamarmi Root», sorrise di nuovo, mettendosi la cintura.

Lasciarono scendere l’investigatore davanti a un parco giochi, chiedendogli in prestito l’auto, e ripartirono verso la scuola media Harris, dall’altra parte della città. Prima di scendere, Root indossò gli occhiali da vista e Shaw mise quelli da sole salendo le scale per l’istituto. Con Bear al guinzaglio, entrarono mostrando il distintivo e chiedendo di poter parlare con Claire Weller. Le lasciarono detto di andare in cortile e un’insegnante le accompagnò fino alla porta a vetri aperta, indicandole la donna che, in piedi, controllava i suoi alunni che giocavano fuori con un pallone. Le due ringraziarono e scesero gli scalini, affiancando il loro numero.
«Claire Weller?», chiamò Root, mostrandole il distintivo, «Sono il detective Dawson, FBI. Lei è la mia collega Vashaw. Abbiamo da farle qualche domanda».
«Su cosa?», guardò le due con meraviglia, stringendosi le braccia. «N-Non capisco… Non ho fatto niente, non-».
«Non si agiti, sappiamo che non ha fatto niente. Ma pensiamo possa essere in pericolo».
«Cosa?».
Root si guardò attorno, poi si scambiò uno sguardo d’intesa con Shaw. «Pensa che potremmo parlare in privato da qualche altra parte?».
«Non abito lontano, ma… non posso lasciare gli studenti-», si girò animatamente, corrugando lo sguardo.
«Non si preoccupi», proseguì, «Ci metteremo qualche minuto appena e la mia collega si occuperà di loro: è bravissima con i bambini».
Shaw irrigidì le labbra e le rivolse uno sguardo d’odio, intanto che lei portava via il loro numero. «Posso almeno avere il cane?».
«Non ci provare, Vashaw: è stato affidato a me», le fece l’occhiolino.
Shaw scosse la testa, accennando un sorriso irritato. Rivolse lo sguardo alla classe che correva dietro al pallone e sbuffò, scuotendo le braccia e poi infilando le mani nelle tasche dei pantaloni, non sapendo cosa fare. Decise di camminare su e giù per il cortile e poi di tenere d’occhio la partita, anche se decisamente non le interessava; non c’era molto altro da fare. Pensò di non piacerle affatto l’idea di Root da sola con un numero: la sua fedina penale era pulita e la Macchina non aveva dato loro dettagli sul suo conto da tenere presente, e nientemeno, decisamente non sembrava una killer, ma d’altronde non lo sembrava nemmeno Melany Backary che si era scoperta una spia e con i Marshall Mason a ogni angolo si preoccupava un po’. Si preoccupava, accidenti, e non che Root non sapesse badare a se stessa, in special modo ora che poteva contare su ambe le orecchie, ma si sentiva irrequieta in ogni caso. La giacca di Root appesa con una stampella su un chiodo nel muro continuava ad apparirle nei pensieri come un monito, accompagnata da un’orribile sensazione che tentava di strapparsi di dosso ogni giorno. Era il suo tormento. Almeno aveva Bear con sé. Non sapeva perché la Macchina avesse dato loro il numero di quella donna ed era ansiosa di scoprirlo.
Un urlo improvviso interruppe i suoi pensieri e vide a terra uno dei ragazzini che prima giocava a pallone, mentre si manteneva un ginocchio. Nessuno prestava soccorso, tutti stavano a guardare a parte altri due che ridevano, allontanandosi da lui con il pallone che rimbalzava fra le mani.
«Cos’è successo, qui?», domandò, avvicinandosi. Si portò gli occhiali da sole sui capelli, in modo da vederli bene in faccia.
«Nulla, è caduto», rispose uno di quei due, scrollando le spalle.
«Il solito imbranato», aggiunse l’altro, spalleggiato dall’amico.
«Pensate che sia scema?», chiese, guardandoli in faccia. Probabilmente pensavano di farla franca: non c’era la loro insegnante ma una poliziotta annoiata, pensò Shaw. «Datemi il pallone». Si rifiutarono entrambi, spingendolo alle loro spalle. Lei lo prese con la forza, strappandoglielo dalle mani e, tirando fuori dalla sua tasca anteriore un coltello a serramanico, lo accoltellò fino a sformarlo, davanti allo scontento generale. Una volta finito, lo gettò a terra. «Se non sapete giocare sportivamente, forse è meglio se non giocate affatto».
Una ragazza in fondo frignò che il pallone era della scuola ma Shaw non la degnò di un’occhiata. «Adesso andate a fare qualcosa di più costruttivo, via». Gli studenti si dispersero e in questo modo risentì di nuovo i lamenti del ragazzino ferito, ancora a terra, dietro di lei. Si girò, prendendo un bel respiro. Tutto avrebbe voluto meno che confortare un ragazzino: non ci sapeva di certo fare. Ma vedendolo in quel modo, da solo, non immaginava che l’avrebbe fatta sentire così strana. Il suo cuore aveva battuto in modo diverso, come se le avesse risvegliato qualcosa, e deglutì. Finora l’unica persona al mondo a esserci riuscita era Root. Lo scrutò attentamente, immobile, prima di pensare di avvicinarsi, inchinandosi verso di lui. «Cos’è successo?», domandò.
Lui la guardò e poi richiuse gli occhi dal dolore. Sembrava trattenersi, non solo dal parlare.
«Senti, lo so che ti hanno spinto o qualcosa del genere, non devi fare la spia. Detto fra noi, neanche mi interessa davvero sapere cos’è successo, pensavo solo che ti avrebbe fatto sentire meglio parlarne, ma se non è così, possiamo chiuderla qui». Fece per alzarsi ma lui la fermò, riuscendo a sillabare qualcosa:
«Mi prendono in giro», sussurrò. Si voltò indietro e, vedendo che erano lontani, proseguì: «Mi prendono in giro perché… perché gioco con le bambole di mia sorella».
«Ah», emise, spalancando gli occhi. Non se lo aspettava. «Beh, è un po’ strano…».
«Non mi sta aiutando», s’imbronciò.
«Volevo dire che è un po’ strano, non che è sbagliato».
Lui abbassò la testa, guardandosi il ginocchio con una sbucciatura. «Mia sorella ha sette anni e giochiamo insieme. Mi piacciono le sue bambole e mi piace giocarci con lei ma… sono un maschio».
Shaw sospirò. «Sono l’ultima persona al mondo capace di consolare qualcuno, credimi, ma se c’è una cosa che so è che se ti piace, allora non c’è nulla di cui vergognarti. Loro ti prendono in giro ma sono certa che in segreto hanno qualcosa che a loro piace ma che hanno paura di farlo sapere a tutti. E allora tu diventi quello coraggioso, mentre loro restano dei vigliacchi». Lui annuì lentamente, riflettendoci. «Se per te è una cosa tanto bella, allora non può essere sbagliata, non credi?».
Il ragazzino accennò un sorriso ma si distrasse sentendo ancora il dolore al ginocchio sbucciato, così Shaw ci diede un’occhiata.
«So cosa ci vuole qui», disse, cercando qualcosa dalle tasche della sua giacca. Tirò fuori un fazzolettino usato e guardò il ginocchio, ripensandoci poi e continuando a cercare, trovando il pacchetto. Ne prese uno e ne strappò un rettangolino, mostrandoglielo. «E adesso sputa».
«Sputaci», le aveva detto suo padre dandole il pezzo di un fazzoletto, indicando il suo ginocchio sbucciato. «Dai, Sameen, fidati! È l’unica cura».
La se stessa bambina lo aveva guardato e, anche se con titubanza, ci aveva sputato sopra; dunque suo padre l’aveva aiutata con la mano sulla sua ad applicarlo sopra la sbucciatura, premendo per farlo aderire.
«Ecco, adesso guarisce. Guarisce presto», lui le aveva sorriso e Sameen l’aveva guardato, senza dire una parola. Quel fazzoletto strappato e il suo sputo erano una magia.
Il ragazzino lo applicò al ginocchio e sorrise, scuotendo la testa. «Che schifo».
«Sì, ma funziona». Lo aiutò a tirarsi su e lasciò che andasse per conto suo. Era solo. Per un attimo rivide di nuovo se stessa, da sola dopo la morte di suo padre, in una scuola non troppo diversa. Inginocchiata sulla terra, se ne fregava di chi la prendeva in giro per i suoi capelli spettinati, perché mangiava molto, perché non aveva amici, perché non sorrideva mai e perché c’era e basta ed era troppo diversa da loro, quindi continuava a importunare ogni formica che vedeva, e stava per conto suo. Stava bene per conto suo. Era sempre stata bene finché non aveva conosciuto Root e si era accorta di non esserlo mai stata.

Claire Weller aprì la porta di casa e fece entrare all’interno del suo appartamento quella che secondo lei era una poliziotta con il suo cane poliziotto. Root si guardò attorno circospetta. Di Claire Weller sapeva che era single, l’uomo che doveva diventare suo marito l’aveva lasciata all’altare cinque anni fa, non aveva figli, i suoi genitori vivevano in un altro Stato, di cui anche lei era originaria, aveva un fratello maggiore morto in guerra, non aveva animali e il suo ultimo appuntamento con un uomo risaliva a tre anni fa, da allora non l’aveva più rivisto né risentito. Prima di essere assunta alla scuola media Harris lavorava in una biblioteca per aiutarsi a pagare gli studi universitari. Era una donna comune e con un buon carattere, sfortunata con l’altro sesso, e di sicuro non aveva nemici. Se non fosse che la vedeva piuttosto spaventata e sorpresa per essere stata prelevata dalla polizia, le sarebbe passato per la testa che potesse essere lei il carnefice, magari per vendicarsi di un ex. Inoltre aveva seriamente creduto alla sua nuova identità, dunque doveva escludere si trattasse di una Marshall Mason. Doveva scoprire perché la Macchina le aveva fatto avere il suo numero.
Si accomodarono: lei su un divano, con Bear accanto, e l’agitata padrona di casa su una poltrona vicino, rialzandosi per chiederle se poteva offrirle qualcosa, risedendosi tirata come una corda di violino quando rifiutò.
«Qualcuno di recente l’ha minacciata?».
«No», scosse la testa, accigliandosi, «Chi avrebbe potuto?».
«La polizia sta scandagliando varie piste a riguardo, da quando ci è stato segnalato il suo caso».
«Quale caso?», sgranò gli occhi, sporgendosi dalla poltrona e portandosi una mano sul cuore. «Senta, agente…».
«Detective Dawson».
«Detective… non so come siamo arrivate fin qui, ma io ho non ho fatto niente di male, nessuno mi ha minacciato, non ho un caso e non so chi possa averle parlato di me! Dev’essere un equivoco, o un brutto scherzo».
Root annuì. «Forse è come dice, e lo spero per lei, ma è mio dovere scavare a fondo per la sua sicurezza, se capisce cosa intendo. Spero possa collaborare». La vide annuire con rassegnazione, passandosi una mano sulla fronte. «Quand’è stata l’ultima volta che ha sentito Bryan Randall? Doveva diventare suo marito, se le mie fonti sono esatte».
La donna ansimò, rispondendo con pacatezza e a volte stanchezza alle domande di Root sui suoi ex partner, sui suoi genitori, sui suoi colleghi di lavoro, e perfino sul fratello morto in guerra molto tempo prima. Non riusciva a capire perché le avesse dato il suo numero quando non c’era davvero nulla nella vita di quella donna che potesse minacciarla in alcun modo. Alla fine le chiese se per caso uno dei vecchi commilitoni di suo fratello potesse aver espresso un parere negativo su di lei o sulla loro famiglia e, a seguente risposta negativa, Claire Weller decise di mostrarle comunque una foto del gruppo prima di partire per la guerra, in modo che la poliziotta potesse farsi un’idea. Si alzò dalla poltrona e sparì in un’altra stanza, così la curiosità di Root fu catturata da qualcosa che prima non aveva potuto vedere, coperto da Claire. Seguita dallo sguardo apprensivo di Bear, Root camminò fino alla poltrona e si affacciò allo scaffale dietro, prendendo un portafoto in mano. Claire Weller era in compagnia di un gruppo di persone, ma quella che le interessava era una sola.
«Ah, quella è una vecchia foto di quando lavoravo per la biblioteca municipale», esclamò Claire in un sorriso, arrivandole accanto. «Come avevo i capelli corti, accidenti… ».
«Quest’uomo», lo indicò sul vetro, «Quest’uomo è Philip Lars. Come lo conosce?».
«Philip?», sgranò gli occhi, «Lavorava con me», rispose subito, per poi continuare, scuotendo la testa e appoggiando sul tavolino la foto che era andata a prendere da un’altra camera. «Lo so, lo so cosa pensate voi poliziotti: siccome è un ex galeotto è una persona pericolosa… e invece no! Quell’uomo è una delle persone più gentili che io abbia mai conosciuto! Philip Lars mi ha aiutato a non buttarmi giù quando pensavo che all’università non ce l’avrei fatta; mi è stato vicino sempre, in ogni momento, e mi ha aiutato a studiare sui tavoli della biblioteca quando eravamo in pausa. Mi ha offerto il pranzo quando lo dimenticavo… E mi ha dato perfino dei soldi per pagare l’affitto quando non potevo. È sempre stato buono con me».
Più l’ascoltava, e più Root capiva perché Lars avesse fatto tutto quello: aveva visto una ragazza in difficoltà che aveva l’età di sua figlia quando era morta. Lars aveva aiutato Claire Weller adottandola come figlia dopo la prigione. Ora era chiaro perché la Macchina le aveva fatto avere il suo numero.
«E così ha cambiato vita…», sussurrò, toccando sul vetro il viso di Lars, rosso come di chi si era tagliato baffi e barba da poco. Era invecchiato, riconobbe: meno capelli, e li aveva tutti grigi; non era magro neanche prima ma il tempo gli aveva fatto mettere su dei chili. Nemmeno la prigione poteva abbattere un uomo ricco e potente come Lars.
«Auguro solo il meglio a Philip Lars», concluse Claire. «E se lo chiede a me, agente, lui in quella prigione ci è finito per errore. Lo hanno incastrato».
A quel punto Root appoggiò di nuovo il portafoto sullo scaffale e si allontanò dalla poltrona. «Diceva così?», sorrise, sedendo sul divano.
«Sì», annuì, «Accusava una donna di averlo incastrato per soldi. Che era stata lei a uccidere sua figlia e il suo ragazzo», scosse la testa, «Davvero una brutta storia. Dovreste riaprire il suo caso». Si bloccò un attimo e alla fine ci pensò, spalancando gli occhi: «Non penserà che possa essere Philip Lars a minacciare la mia vita, spero?! Perché è ridicolo, agente, glielo giuro, Philip è il miglior-».
Root la fermò, con la voce sulla sua: «No, no, naturalmente no! A questo punto temo possano essersi sbagliati, alla centrale. Per accertarmene però le porgo ancora qualche domanda su Philip Lars, se non le dispiace». Root le sorrise e Claire Weller accettò, seppur con qualche esitazione.
Dove abitava, se aveva degli amici, in quali locali era solito andare e se si frequentava con una donna, o un uomo all’occorrenza; se era ancora in contatto con la sua ex moglie. A molte non sapeva cosa dire, ma altre risposte potevano tornarle utili. Continuò con tutto quello che le veniva in mente finché un ringhio da parte di Bear la mise in allarme. Ringhiava verso la porta e Root richiamò il cane, accostandosi: qualcuno saliva le scale e si avvicinava. Le chiese se aspettava qualcuno e Claire scosse la testa: lei non doveva neppure trovarsi a casa, in quel momento.
Infine bussarono. «Claire? Claire?», era la voce di una signora avanti con l’età, «Lo so che sei a casa, Claire, ti ho vista salire dalla finestra! Devi ritirare la tua posta, Claire».
«Oh, è solo la vicina», rise la donna, «L’anziana signora Dustin». Root si portò in un angolo e Claire aprì la porta, preparando un sorriso. «Eccomi, signora Dusti-oh».
La vecchina l’accolse con un paio di forbici affilate usate a mò di coltello e Bear le saltò addosso prima che potesse colpirla, mordendole un braccio. Root le tolse le forbici dalle mani e la spinse contro il muro fuori dalla porta di casa, nel corridoio, gridando al cane di lasciarla andare. Si voltò, sorridendo a Claire: «Abbiamo finito». Mise le manette alla nonnina, che inveiva per via del morso.
La donna annuì, visibilmente scossa, con la mano sul cuore.
Root riportò Claire Weller a scuola e lei e Shaw arrestarono formalmente l’anziana signora Dustin, facendola sedere nel sedile posteriore dell’auto, sotto la stretta sorveglianza di Bear. Parcheggiarono davanti alla centrale di polizia e la trascinarono dentro. Quando un poliziotto vide la signora si mise a ridere e chiamò altri per ridere a loro volta.
«Davvero l’FBI ci sta portando una vecchia?», domandò in risate.
«Cos’ha fatto?», chiese un altro, appoggiato al suo scrittoio.
Root sorrise, inclinando la testa. «Ha tentato di uccidere la sua vicina di casa con un paio di forbici perché non raccoglieva la sua posta».
Tutti si misero a ridere e la signora si stizzì non poco, agitandosi: «Tutti i giorni!», gridò, «Glielo ricordavo tutti i giorni! Claire, la posta! Claire, la posta! Ma lei nulla, e mi metteva pure male il tappetino dell’ingresso e io dovevo sempre rimetterlo a posto e quando lo facevo vedevo la posta ancora lì, sempre lì e si accumulava», finì per ringhiare e qualcuno le gridò di non esagerare, per non farsi saltare la dentiera.
Root e Shaw si guardarono. Stavano pensando di lasciare la signora e andarsene, quando udirono Bear abbaiare. Non era un abbaio nervoso, quanto festoso e mise curiosità a tutte e due, che si girarono.
Bear lo raggiunse e lui appena vide le due donne cambiò espressione, spalancando gli occhi e la bocca dallo stupore. Aveva delle cartelle fra le mani e gli caddero tutte a terra, pietrificato.
Shaw sospirò e lanciò uno sguardo a Root che sorrise felice, sussurrando: «Lionel».

da PoI a real life

Amy entrò nella saletta quasi in punta di piedi e, controllando con attenzione che non ci fosse ancora nessuno, si affacciò allo specchio appoggiandosi al banco dove erano disposti i trucchi e le spazzole che la stavano aspettando. Si abbassò il colletto della maglia e strinse le labbra, guardando con preoccupazione il segno violaceo sotto la clavicola destra. Accidenti, nonostante il ritocco era ancora troppo visibile e temeva che la truccatrice glielo avrebbe notato. Ricordò con un sorriso imbarazzato lo sguardo concentrato di Sarah nel tentativo di coprirlo con il trucco: bagnava il pennellino nel fondotinta e lo stendeva sulla sua pelle con attenzione, aggrottando le sopracciglia e mordendosi un labbro. Ci aveva messo tutto il suo impegno e sembrava davvero che avrebbe potuto funzionare.
«È freddo», le aveva detto Amy per interrompere quel silenzio imbarazzante. «Il pennello, dico», aveva sorriso, «Freddino».
Sarah aveva appoggiato il pennellino nella boccetta e si era allungata verso il letto per afferrare un indumento, passandoglielo così sulle spalle. Era la sua maglina di cotone e si era messa a ridere involontariamente vedendogliela sorreggere, intanto che riprendeva il pennellino e tirava un po’ più giù la bretella del reggiseno. «Ti sta bene».
Amy aveva sospirato, arrossendo. «Parli della tua maglina o del tuo succhiotto?».
L’aveva guardata solo un attimo, trattenendo un’altra risata. «Scusa, non pensavo che… È da molto che… Scusa», si era interrotta, accorgendosi che era meglio non aggiungere niente.
L’arrivo della parrucchiera nella saletta interruppe i suoi pensieri e si ricoprì accuratamente, in fretta, sistemando il colletto e allontanandosi dallo specchio con un movimento naturale. Poco dopo entrò anche la truccatrice che la invitò a cambiarsi, facendole notare ciò che doveva indossare sulla spalliera di una delle sedie. Le chiesero come mai avesse deciso di prepararsi un po’ prima e rispose solo che il tempo non sembrava passare mai e che si stava annoiando. Credeva di averle convinte entrambe. Temeva davvero che qualcuno avesse potuto vederle in atteggiamenti troppo intimi rispetto al loro solito e invece che aspettare di essere chiamata, era stata lei a chiamare loro. Si cambiò e si sedette sulla sedia quando vide attraverso lo specchio che la parrucchiera aveva notato qualcosa dalla scollatura e il loro sguardi si erano incrociati. Amy era impallidita e quando accorse la truccatrice faticò a raccontarle di come aveva sbattuto contro una sedia nella sua roulotte.
«Doveva venire subito da me, signora Acker», le disse, «invece di provare a nasconderlo da lei».
Le due donne si erano scambiate un’intensa occhiata e Amy era quasi certa di averle perfino sentite ridacchiare alle sue spalle. La parrucchiera, intenta a risaltarle i boccoli, l’aveva rassicurata che se anche si fosse visto in qualche scatto, qualcuno si sarebbe adoperato per rimuoverlo con la computer grafica. Oh, ora non si sentiva di certo meglio: poteva giurare quanto voleva di essersi procurata un livido sbattendo, ma si vedeva chiaramente che era un succhiotto. Cosa avrebbe pensato la gente? La truccatrice e la parrucchiera ne avrebbero parlato a qualcuno? E il fotografo? Un dannato succhiotto, accidenti, le sembrava di essere seriamente tornata indietro nel tempo a quando frequentava il liceo. Al liceo, sì, Sarah doveva essere un’ottima baciatrice già allora.

Lauren McGarry continuava insistentemente a sorriderle. Era irritante; quel suo modo di fare le metteva ogni volta un gran senso di inadeguatezza e allora Sarah si controllava addosso, ai jeans strappati e alle scarpe sportive, alla sua maglietta nuova. Non aveva niente che non andava, così una volta tanto pensò di affrontarla e aveva sorpassato i metri che le separavano: se Lauren non aveva il coraggio di dirle chiaramente cosa aveva contro di lei, allora non aveva soluzioni se non chiederglielo direttamente.
«Cosa guardi?», aveva cominciato, avvicinandosi al suo armadietto.
«Niente», aveva ribattuto l’altra, abbassando lo sguardo.
Sarah aveva notato subito quanto quella ragazzina non fosse poi tanto sicura di sé se si trattava di dire le cose in faccia. «Ce l’hai con me perché guardo Anthony Carlston?».
«Cosa? No», Lauren aveva energicamente scosso la testa, quasi in preda al panico. «Ti piace lui?».
«A chi non piace? È perfetto».
«Oddio, tu hai pensato…?», per poco non si metteva a riderle in faccia e Sarah si era incuriosita. «Tony è mio cugino». Le aveva dato una pacca su un braccio e Sarah ci era rimasta di stucco.
Suo cugino. Per un attimo le era completamente passato di testa lo scoprire il perché la fissasse tanto e le sorridesse, se ci fosse in lei qualcosa che non le piacesse o che le desse fastidio, perché la cosa più importante di tutte era farci amicizia: lei era la cugina di Anthony Carlston e niente era più importante di quello. O almeno all’inizio. In realtà non avrebbe mai immaginato la compagnia di quella ragazza così piacevole, tanto che se prima era solo una scusa per vedere il campione di football della loro scuola un po’ più spesso e avere l’occasione di parlarci, poi la loro si era gradualmente trasformata in una vera amicizia e Sarah aveva iniziato a smettere di pensare solo a lui. O a lui.
Quando aveva iniziato a pensare a Lauren in modo diverso dal solito, infatti, le era salito il panico; non le era mai successo prima di vedere una ragazza più che come un’amica, ed era bello e terrificante al tempo stesso. Non si vedevano spesso ragazze che stavano con le ragazze al posto dei ragazzi e, a quelle che lo facevano, non venivano che riservate occhiatacce e insulti. Non poteva fare a meno di pensare alle persone che amava e a tutti quelli che la circondavano che avrebbero cominciato a vederla in modo diverso, e a trattarla in modo diverso. Di certo allora non esistevano cose come il matrimonio fra due donne o due uomini e non bastava Ellen DeGeneres alla televisione che diceva che era okay essere gay per tranquillizzare i suoi feroci pensieri. Fra l’altro era certa di non essere gay perché anche se la cotta per Anthony Carlston le stava passando, i ragazzi continuavano ad attrarla parecchio. Era solo lei, Lauren, che le metteva addosso strani pensieri ogni volta che la vedeva e non poteva fare a meno di pensare di baciarla. Era così proibito. Così allettante. Così sbagliato e così bello.
Quella mattina erano rimaste le uniche all’interno della classe di scienze e stavano riordinando le loro bancate per uscire quando, a un certo punto, si erano ritrovate così vicine che ognuna aveva sentito il respiro dell’altra sul viso. Stavano per raccogliere lo stesso libro che era caduto sul pavimento e si erano bloccate, guardandosi. Probabilmente Lauren si sarebbe girata un secondo più tardi se Sarah non le avesse voluto mettere una mano su una guancia e così baciarla. Erano sole nell’aula e in un attimo erano diventate sole nel mondo: non esisteva più nessun altro che loro.
«Ecco fatto», la parrucchiera e la truccatrice finirono di sistemarla e Sarah scosse la testa, ritornando al presente, sorridendo a entrambe e guardandosi allo specchio.
Oh beh, pensò, in fondo Shaw non amava proprio truccarsi, quindi il suo look non aveva bisogno di molti ritocchi, neppure per per le foto promozionali della serie. Anche se la parrucchiera aveva appena finito di sistemarla, tirò la coda dei capelli per sentirsela più stretta e si guardò allo specchio, chiudendo le labbra e facendo la seria, immergendosi nel ruolo.
«Sarah? Pronta?». La testa di Amy sbucò da dietro la porta della saletta e la invitò a seguirla con un cenno della mano.
Amy pensò che avesse fatto proprio bene a prepararsi prima della collega: la truccatrice e la parrucchiera la guardarono con una luce strana negli occhi e allungarono la bocca in sorrisi divertiti. Pensò di fare finta di niente, ma si preoccupava realmente che pensassero a lei e Sarah insieme. Soprattutto dal momento che Sarah le sorrise come se al mondo non esistesse nient’altro e la raggiunse con un balzo.
Le avevano fatte sistemare al centro della sala, l’unico punto illuminato; davanti a loro la crew e il fotografo, dietro il pannello verde. Amy aveva notato Sarah che tentava di sbirciare dalla sua scollatura ciò che le aveva lasciato, ma la truccatrice glielo aveva mascherato piuttosto bene e si sentì sollevata. Avevano dato delle direttive a entrambe e il fotografo aveva iniziato a scattare. Una mentre sparavano e correvano, una imbracciando dei fucili, un’altra alle loro sole mani unite, un altro scatto mentre si sorridevano e, infine, con loro che si baciavano. Dovevano restare ferme per un po’, labbra contro labbra, intanto che il fotografo girava e scattava da angolazioni diverse. Ogni tanto si separavano per muoversi e respirare, poi riprendevano da dove si erano lasciate. Si guardavano negli occhi con attenzione, forse un po’ imbarazzate nonostante tutto, prima di chiuderli. Amy non poteva fare a meno di pensare di nuovo a ciò che stavano facendo, al succhiotto e a come il suo cuore batteva.
Si stava innamorando di Sarah? Era una domanda a cui doveva trovare una risposta e in fretta.
Una cotta per lei l’aveva da tanto anche se non lo aveva mai ammesso con facilità neppure a se stessa, e adesso sembrava tutto così bello da annebbiare il resto. Ma le avrebbero potute scoprire e cosa sarebbe successo? Per quanto avrebbe voluto, non poteva realmente accomodarsi in quella sottospecie di relazione segreta che stavano vivendo. Era assurdo. Poteva anche sentirsi felice come una ragazzina ma non lo era. Aveva quarant’anni, era sposata e aveva due figli: doveva svegliarsi e capirsi, farlo presto, perché non poteva restare in sospeso fra l’amore per Sarah e quello per James.
«D’accordo, adesso baciatevi in movimento! Muovetevi e io lo farò intorno a voi come ho fatto adesso», disse il fotografo. Le due si sorrisero e si avvicinarono, prendendosi piano.
Per quanto bello, quello che stavano facendo non era giusto. Aveva prestato giuramento davanti a lui, gli aveva detto di amarlo e che sarebbe sempre stata sincera, era l’uomo della sua vita e il padre dei suoi figli e lei lo stava prendendo in giro. I suoi sentimenti per lui erano cambiati? Forse, pensava. Ma il forse non era sufficiente. Il forse non avrebbe mandato avanti la sua famiglia. E il fatto che pensasse a un forse era già una risposta. Doveva parlare con James e essere onesta come lui si meritava. Ciò che lei e Sarah stavano facendo era bello, ma sbagliato. Dannatamente sbagliato.

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angolo autrice

Oh, yes ~♥ Capitolo in anticipo di un giorno perché sì!
Questo sesto capitolo fa qualche tuffo nel passato, sia per quanto riguarda la parte della realtà, che quella di Shaw e Root. Shaw ha scoperto di provare dei sentimenti, rivedendosi bambina e sola, e Sarah ricorda il periodo adolescenziale in combinazione a quello che sta vivendo con Amy. Root deve fare i conti con quello che ha fatto a Philip Lars e Amy deve farli con suo marito, cercando di capire cosa vuole realmente nella sua vita.

Piccola nota:

  • Avevo fatto i conti quando ho scritto il capitolo e credo di non essermi sbagliata: quando Sarah aveva circa 16/17 anni, Ellen DeGeneres aveva da poco fatto coming out. Non so precisamente cosa si dicesse alla tv allora, ma ho optato per un “gay è ok” che mi faceva comodo.

Alla prossima settimana con il capitolo sette e l’ingresso di un nuovo personaggio… o meglio, una vecchia conoscenza: Grazie ^^