Capitolo sette. Grazie

Il suo corpo vibra

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capitolo-7-grazie

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Appena Kevin Chapman mise piede negli studios sia Amy che Sarah gli corsero incontro per abbracciarlo come benvenuto, felicissime di riaverlo con loro.

Da real life a PoI

Quando lo vide lì impalato, un poliziotto lo chiamò per fargli ascoltare la storia della nonnina che voleva uccidere la vicina di casa con un paio di forbici, ma lui non riusciva a muoversi. Nemmeno il cane Bear che per poco gli saltava addosso dalla contentezza riusciva a smuoverlo. Lei era lì, davanti a lui. Viva. A un certo punto decise di fare qualcosa e si abbassò per riprendere le cartelle che gli erano cadute, tornando indietro.
Shaw scosse la testa e Root lo seguì. «Detective Fusco», lo chiamò e lui dovette fermarsi; guardandosi intorno scoprì che la sala era piena di colleghi e non poteva proprio fare scenate. «Sono felice di rivederti, Lionel».
«E io invece no». Si pentì di quella risposta data di getto e si passò i palmi delle mani sul viso, come per riprendersi. Non ci credeva. Non credeva ai suoi occhi. E poi, infine, l’abbracciò; imbarazzato, cercava di trattenere le lacrime. Lei ricambiò poco prima che lui si allontanasse, senza guardarla in faccia, fregandosi un occhio. «Maledizione…», bofonchiò, «Io ti ho vista ed eri morta! Morta», ringhiò, trattenendo la voce. «Eri morta, maledizione… Con i miei occhi ti ho vista, non- Non-».
«Mi dispiace».
Lui scosse la testa e la trascinò in una stanzetta degli interrogatori, in modo che potessero parlare liberamente. «Mi dispiace? È l’unica cosa che riesci a dire?».
Root prese respiro, incurvando la testa. «Non è stata una decisione facile, Lionel. Dovevano tutti credere che ero morta o non sarebbe servito a niente».
«Mi hai traumatizzato», l’accusò, «Tu eri morta e poi… il mio partner…».
«Lo so».
«Tu non sai niente», le puntò contro un dito, prima di pensarci: «Anche lui magari è…».
«No», esclamò decisa, «La Macchina ed io non abbiamo potuto salvarlo».
Fusco richiuse le labbra, abbassando lo sguardo con delusione. Prese la sedia davanti al tavolo e ci si sedette, incurvando la schiena. «Quando sei tornata? Quando pensavi di dirmi che eri viva?».
Non pensava affatto di dirglielo, rifletté Root. Non aveva idea che in quella centrale lo avrebbe ritrovato, essendo distante da dove lavorava prima. Al contrario, immaginò che la Macchina dovesse saperlo e non glielo aveva rivelato, le aveva lasciate andare, forse di proposito. La Macchina voleva che si rivedessero? «Sono contenta di vedere che stai bene, Lionel», sorrise.
Cambiò discorso e lui alzò gli occhi al soffitto, accennando una risata. «Dovevo allontanarmi, avevo accettato il trasferimento perché stare là mi faceva pensare troppo a voi, a tutte quelle cose che fate, al mio partner», annuì, «A te. E poi ti ritrovo qui, viva e vegeta, con la tua amichetta psicopatica e il cane», scosse la testa, «Facevo prima a prendermi una vacanza».
Root si avvicinò a lui e, senza pensarci, lo abbracciò ancora.
«Va bene, va bene… Ti perdono. Ti odio. Ma ti perdono», concluse lui e l’altra rise.
«Considerando che siamo qui, che ci sei tu e io devo trovare una persona…».
Fusco sgranò gli occhi, con fastidio, finché non cedette e annuì, rialzandosi.

da PoI a real life

«Allora… come state vivendo questo ritorno da Root e Shaw?», chiese Kevin alle due.
Avevano preso un tavolo esterno in un locale vicino al luogo delle riprese e si erano accomodati per sorseggiare un drink per parlare delle novità, del ritorno di Fusco e di quello che era stato, in nome dei bei vecchi tempi e di Person of Interest.
Amy e Sarah, l’una davanti all’altra, si scambiarono un’occhiata.
«Io non vedevo l’ora», rispose subito Amy, sorridendo.
«Ah, di te non c’erano dubbi… dovevo chiedere solo a Sarah», rise.
«Mi sta dando molte soddisfazioni», rispose l’altra e Amy la guardò.
Kevin annuì. «Eh, lo immagino…», bevve un sorso, «Con uno show tutto vostro avete molte più possibilità di far emergere i vostri personaggi. Francamente, appena l’ho saputo ho urlato di gioia; sono contentissimo per voi, ragazze».
Amy portò il bicchiere alle labbra e scrutò Sarah, che faceva lo stesso.
«E tu: come stai vivendo questo ritorno da Fusco?», gli chiese Sarah, sorridendogli.
Lui spalancò la bocca in un enorme sorriso e alzò le braccia al cielo, agitando i pugni. Fece ridere entrambe. «Sono tutto un fremito, non ci speravo! Appena mi hanno contattato sono saltato dalla sedia: sì, raggiungo le ragazze! Fusco-nator è tornato! Per il resto come ve la passate, tutto bene?».
Sarah guardò lei, che beveva piano, prima di parlare: «Benissimo. È tutto meglio di come lo immaginavo! Sai, ci divertiamo, ogni tanto mangiamo insieme…», sentì Amy ridere a bassa voce e così sorrise anche lei, «E tutti sono fantastici, sia con noi che nel lavoro. I copioni sono buoni, la trama ci piace», la fissò un attimo, alzando le sopracciglia, ammiccando, «Ci troviamo bene».
Kevin lanciò uno sguardo alla prima e alla seconda, sorridendo. «Vi vedo molto affiatate, sono contento! Questo spinoff ci voleva proprio».
«Ci voleva proprio», concordò Sarah.
Si ritrovarono a brindare allo spinoff Shoot e a ridere e scherzare come una volta. Era piacevole e faceva ritornare tutti e tre indietro nel tempo, a quando si riunivano per cenare insieme a Jim e Michael e parlavano tutta la notte. Era stato un bagno di nostalgia, quello che non è mai abbastanza e cementa le amicizie. Presi dall’allegria chiamarono prima uno e poi l’altro con il vivavoce al centro del tavolo e avevano proseguito per delle ore, fino al ritorno a piedi alle roulotte, rientrando nella zona delle riprese. Sarah era un po’ brilla e non faceva che ridere, completamente rossa. Amy si era avvicinata a lei e di tanto in tanto le veniva voglia di sorreggerla poiché da quanto rideva rischiava di sbandare. Anche Kevin era rosso, aveva bevuto troppo, e aveva dato la buonanotte alle due ancora prima di arrivare alla sua porta. Convenne che fosse meglio mettersi immediatamente a letto se voleva essere fresco l’indomani mattina per lavorare, quindi si chiuse in roulotte e le due lo salutarono.
«Siamo arrivate», affermò Amy, aprendo la porta della roulotte di Sarah.
Lei si appoggiò al metallo e un piede alla ruota, guardando il cielo. «Restiamo qui fuori», emise in un sorriso sognante, «Stanno uscendo le stelle».
Amy scese dagli scalini e alzò gli occhi al cielo: si stava facendo buio e in effetti i colori di quel tramonto che si stava spegnendo erano meravigliosi. Si appoggiò anche lei e iniziò ad ammirarlo.
«Ho litigato con Steve».
Amy riabbassò gli occhi di colpo. «Quando?».
«Ieri sera. Nulla di nuovo: abbiamo litigato altre volte», ammise serenamente. «Era arrabbiato perché mi sente distante», deglutì, «È geloso di te».
«Di me?». Il cuore perse un battito. Guardò di nuovo il cielo. «Sa che-».
«No», scosse la testa prontamente, ridacchiando, come se fosse un’idea folle. «Steve è geloso di te dalla terza stagione di PoI, se non ricordo male… Ci vedeva troppo vicine e gli dava un po’ fastidio, anche se non lo diceva a voce, non sempre… così dovevo cercare di fargli capire che ero sposata con lui e non con te», rise ancora e Amy sospirò. «Comunque, pensava che noi andassimo a letto insieme».
Amy arrossì, lasciando perdere il cielo e guardando lei. «Oddio», si portò una mano alla bocca, arrossendo inevitabilmente. «Non è che adesso… non sia proprio vero…».
Sarah si spostò dal freddo metallo e si sciolse i capelli fino a quel momento legati con una treccia, scuotendo la testa. Amy amava vederla muoversi i capelli. «Ma non glielo dirò», le disse guardandola negli occhi.
«Lo so. So che non glielo dirai».
Sarah si avvicinò e le carezzò una guancia, intanto che chiudeva gli occhi. Poi le prese una mano per tirarla dentro ma Amy si fermò sui suoi passi.
«È meglio se vado a dormire un po’».
«Puoi dormire anche qui».
«Sarah…», prese fiato, scuotendo la testa. «Devo richiamare James».
«Puoi richiamarlo anche qui». Si avvicinò ancora a lei e Amy non si mosse. Le poggiò le mani sulle spalle e si allungò per baciarle sotto un orecchio, poco più sotto, poco più sotto ancora, con l’alito caldo sull’incavo del collo. Amy trasalì.
«Va bene, ho capito! Ma non qui fuori», la allontanò con fermezza, «Sei una tentazione».
Sarah rise a squarcia gola, prendendole una mano e tirandola dentro.
Gli mandò un messaggio dicendogli che lo avrebbe richiamato più tardi, ma in realtà non sapeva quanto sarebbe stato tardi. Non sarebbe riuscita a telefonargli con Sarah vicino che poteva ascoltare i suoi discorsi. Si sdraiò sul letto con stanchezza, reggendosi la fronte. Era frustrata perché non era riuscita a imporsi: se ci pensava le veniva bene, la scena correva alla perfezione nella sua testa, lei che le diceva chiaramente di no e Sarah che tornava nella sua roulotte da sola, ma nella realtà la tecnica che usava con i suoi figli non funzionava affatto su di lei. Lei non funzionava con Sarah, pensò. Voleva allentare la corda ma era così difficile. E come se non avesse abbastanza sensi di colpa a tormentarla, non poteva fare a meno di ripensare a Steve e a quello che Sarah le aveva detto fuori: e non che fosse qualcosa di nuovo, lo sapeva, ma sentirle dire che non avrebbe detto niente a suo marito le aveva fatto un po’ male. Era sciocco, considerando che ancora nemmeno lei era riuscita a dire una parola a James.
La vide avvicinarsi e poi appoggiare il cellulare su un mobiletto, spegnendo la luce. Si era cambiata in bagno e indossava solo una larga maglietta che richiamava il baseball. Era certa che indossasse solo gli slip là sotto, che non portasse pantaloncini. Era così bella. Si mosse i capelli ancora una volta e gattonò sul letto fino a lei, sdraiandosi accanto. Amy l’aveva sentita sospirare.
«Lo hai chiamato?».
Amy non sapeva cosa pensare: lei non voleva che suo marito sapesse che lo stava tradendo, ma non voleva neppure che lo sapesse James? Ci teneva a saperla in buoni rapporti con suo marito o era solo molto curiosa? Sospirò anche lei, concludendo che era meglio non pensarci. Non in quel momento. «No. Lo richiamo più tardi». La sentì strusciare sulla coperta fino ad arrivare più vicino a lei e le aveva dato un bacio sulla testa; Amy non aveva resistito alla tentazione e si era avvicinata a sua volta, mettendosi di fianco, abbracciandola. Le circondò un piede con i suoi.
«Potrei restare così per sempre», sussurrò Sarah e Amy la scrutò: dalla poca luce, riusciva a notare che era ancora rossa e le risaltava gli zigomi, in special modo quando sorrideva.
Più la guardava e più si rendeva conto di ciò che voleva, di quanto era bella e di come la faceva sentire stare in quel modo, con lei. Ebbe paura di dire qualcosa di cui un giorno si sarebbe pentita, e stava per farlo. Erano parole importanti, e probabilmente solo spinte dall’attimo, quindi abbassò la testa, appoggiando il viso al suo seno, chiudendo gli occhi.
«In questi giorni mi è tornato in mente una cosa».
«Che cosa?», domandò Amy.
«Lauren McGarry. Era la mia ragazza, al liceo», sorrise.
«Avevi una ragazza al liceo?», la guardò, «Non me ne hai mai parlato».
Sarah rise. «Lo sto facendo ora! Mi è tornata in mente lei perché dovevamo nasconderci da tutti anche solo per tenerci la mano».
Amy deglutì. Stava raccontando di quel fatto come se le avesse dato effettivamente fastidio. «Cos’è successo dopo?». La sentì sospirare di nuovo.
«Un professore ci aveva sorprese a baciarci, una mattina, e aveva giurato che lo avrebbe raccontato alle nostre famiglie se non avessimo troncato, così… abbiamo troncato. Avevamo paura e abbiamo lasciato che lei vincesse», scosse lentamente la testa, «Ci siamo allontanate e dopo la cerimonia del diploma non l’ho più vista».
«Mi spiace», mormorò Amy, facendo una pausa. «E cosa è cambiato dal liceo ad ora?».
«Che sono sposata».
Amy sentì che una sua mano le coccolava la schiena e richiuse gli occhi. Andava bene così, pensò. Sarah aveva ragione. Non poteva costringerla a fare qualcosa che non voleva. Si sarebbe goduta i momenti con lei e per il resto avrebbe pensato a sé, fino a quando non l’avrebbe lasciata andare per tornare da lui.

C’era molto silenzio. Non una musica, non un movimento dall’esterno o una voce. Tutto era fermo come per dare a Amy il tempo di pensare ancora e di ascoltarsi, oltre al respiro e il battito del cuore di Sarah sotto la sua orecchia destra. Il suo petto si alzava e si abbassava con lo stesso ritmo, tanto che pensava si stesse addormentando, fino a quando non udì i battiti del cuore accelerare senza ragione apparente, all’improvviso, e si chiese a cosa stesse invece pensando lei. Forse ancora a Steve. O a come alludeva alla loro relazione parlando con Kevin a tavola. Oh sì, Sarah, com’era? Molte soddisfazioni, già, pensò, arrossendo. Ma come l’era venuto in mente? Per fortuna Kevin non aveva capito niente. Come avrebbe potuto? Era una fortuna, ma era stato comunque rischioso. Non voleva dire nulla a Steve ma allo stesso tempo si permetteva di rischiare che il loro collega scoprisse tutto. Come poco prima, baciandola davanti alla roulotte. Dopo il succhiotto mal nascosto, mancava che le sorprendessero a farne un altro.
Sarah si mosse e interruppe i suoi pensieri. Se la scansò di dosso con un movimento veloce e pensò che volesse dormire, quando invece se la ritrovò addosso, sedendo sul suo ventre, accarezzandole una guancia rosa.
«Sei calda», sussurrò con i capelli sul viso, sollevandoli con l’alito. Passò il pollice sulle labbra spalancate di Amy, che la fissava nella penombra data dalla luce dei lampioni fuori dalla roulotte.
«E tu hai bevuto troppo», le rispose, sorridendo.
«No, non così troppo», sorrise, spostando i capelli da un lato.
Amy sentì un brivido di freddo quando la mano di Sarah lasciò il suo viso, ma tutto il suo corpo vibrò quando la risentì sotto la sua maglietta. Sarah gliela tirò su, slacciandola dai jeans, mentre passava le dita sulla sua pelle dall’alto verso il basso, finché non si inchinò e ci poggiò la lingua e poi le labbra.
«Non mi lascerai un altro succhiotto, vero?», disse Amy in un sospiro, ma Sarah non rispose, infilando la testa sotto la maglietta.
Amy bloccò un sospiro e incurvò la schiena, distese una gamba e il piede, sentendo la calda e umida bocca di Sarah scendere di nuovo verso l’ombelico, e le sue mani intente a slacciarle i jeans.
No, ripensò Amy, decisamente, tutto e niente di lei funzionava con Sarah.

Da real life a PoI

Daryl Boscoferro. Fusco le aveva trovato un numero di telefono oltre ad altri dati e lei lo aveva contattato per vedersi in un bar: dovevano parlare. La professoressa della scuola media Harris, Claire Weller, le aveva fatto quel nome parlando di amici di Philip Lars. Li aveva visti insieme spesso e Lars glielo aveva pure presentato, probabilmente omettendo che quell’uomo dal fascino italiano era un mercenario. Root lo conosceva: avevano lavorato insieme, in passato, quando aveva adottato il nome Root da poco tempo. Da allora le loro strade non si erano più incrociate fino a quel momento.
Era seduta al bancone e aveva già ordinato per due. Quando lo vide entrare lo riconobbe subito: completo nero, scarpe lucide, lo stesso stile. Aveva messo su qualche chilo e aveva i capelli biondini più lunghi che gli ricadevano sul viso, ma il suo sguardo da furbo era lo stesso. L’adocchiò e si avvicinò, sedendole accanto e spegnendo la sigaretta in un posacenere.
«Root. Quasi non sembrano passati dieci anni», disse lui, abbozzando un sorriso, squadrandola da capo a piedi. «Se posso, sei perfino più sexy di prima».
Lei sorrise, sollevando il bicchierino. «Il solito adulatore, non sei cambiato affatto». Bevve e lui lo stesso, alla loro salute. «Ma non ti ho chiesto di venire per una visita di cortesia. Philip Lars: cosa sai dirmi di lui?». Non si lasciò sfuggire il fatto che non ne sembrò per niente sorpreso di sentirle pronunciare quel nome.
«Ti vuole morta, Root», alzò una mano, richiamando il barman per ordinare il doppio di quello che avevano appena consumato.
«Speravo sapessi dirmi qualcosa che non so», incurvò la testa, sorridendo.
«Cosa vuoi sapere?».
«Comincia col dirmi ogni cosa ti passa per la testa».
Non nascose che si erano incontrati, non avrebbe avuto senso. Riferì che Lars aveva avuto il suo contatto tramite conoscenze comuni e che lo voleva assumere per ritrovarla. Aveva accettato, disse subito, solo che non l’aveva trovata. Lars raccontò a Daryl Boscoferro di tutto l’odio che nutriva per lei e di come avrebbe fatto qualunque cosa per avere la sua testa, che avrebbe pagato qualunque cifra per ucciderla; senza mancare di dirgli, naturalmente, che considerando aveva fallito nella sua ricerca e altri lo stesso prima di lui, avrebbe costruito una rete di agenti sparsi per il territorio per avere sue notizie. Prima o poi qualcuno l’avrebbe vista. Ci era riuscito.
«I Marshall Mason», soffiò Root.
«Vedo che sei aggiornata. Come dieci anni fa. Non mi stupisce».
Gli sorrise. «Tu sai dove trovarlo».
Daryl Boscoferro si lasciò sfuggire una risata goliardica. Poco dopo prese il suo bicchierino e buttò giù il contenuto in un sorso. «Mi sbagliavo, Root: non come, sei più in gamba di dieci anni fa». Scivolò la sua mano sinistra all’interno della giacca e le puntò una pistola su un fianco. Lei non la guardò neppure, continuando a sorridergli. «Ma non abbastanza». Udì il rumore di un grilletto e si voltò, scoprendo che su uno dei tavolini dietro di loro, sotto il cartoncino del menù, sbucava la canna di una pistola puntata verso di lui. Una donna lo guardava con insistenza. Accidenti, non si era accorto di lei. «Ti sei fatta la guardia del corpo?».
Il dito indice destro di Root scivolò sul bordo del suo bicchierino vuoto e, prendendone una goccia, se la portò in bocca con soddisfazione. «Oh, è la mia ragazza. È molto protettiva», annuì.
Lui spalancò la bocca, annuendo; decise saggiamente di ritirare la sua pistola e rimetterla all’interno della giacca.
Shaw riportò la pistola dietro il cartoncino e poi nella cintura, alzandosi e raggiungendo i due, sedendo vicino all’uomo. In silenzio, alzò una mano per attirare l’attenzione del barman e farsi portare un bicchiere.
«Sai, la sua ragazza, dovresti prendere in considerazione l’idea di diventare un Marshall Mason: Lars paga piuttosto bene».
«Ci penserò», emise con un filo di voce, prima di svuotare il contenuto del suo bicchierino.
Daryl Boscoferro alzò di nuovo la mano per ordinare da bere ma, appena il barman si avvicinò, prese due bicchierini insieme e li scagliò contro Root che si parò con un braccio. Lui scivolò giù dallo sgabello e fermò Shaw prima che gli sparasse, facendole cadere la pistola e ammanettandola al bancone; troppo lento che Root gli fece lo sgambetto e cadde a terra. Stava per prendere la sua pistola dalla giacca ma Shaw gli sferrò un calcio e dovette rinunciare, rialzandosi e schivando un colpo di Root e la sua pistola. Corse verso l’esterno. «Ci vediamo presto, Root», gridò lui, aprendo la porta. Ma non andò lontano: Bear gli saltò addosso con un balzo, ringhiando e abbaiando con ferocia, mostrandogli i denti; invece, a pochi metri, Fusco aveva la pistola puntata contro di lui e il distintivo ben in mostra.
«Getta la pistola a terra e metti le mani dietro la testa! Daryl Boscoferro, sei in arresto».
«Prima porta via il cane!», urlò nel panico.
Root abbassò l’arma e Shaw si guardò la mano ammanettata con stupore: non riusciva a liberarsi come suo solito.
Il barman tremava in un angolo e Root gli mostrò il distintivo: «Detective Dawson. Avevamo tutto sotto controllo». Agitò le braccia per togliersi l’alcol dalla giacca e guardò Shaw, incuriosendosi. «Ehi, tesoro, vuoi che ti aiuti io?», si avvicinò.
«Ce la faccio da sola», mugugnò. In realtà, era la prima volta che delle manette le davano tanta difficoltà.
Solo quando gli artificieri andranno a romperle per liberarla scoprirà che quelle manette avevano all’interno un meccanismo d’emergenza che non le permetteva di aprirle come suo solito. Se le porterà dietro per lavorarci.
«Più presto di quello che ti aspettavi, Daryl», gli disse Root in un sorriso, scortandolo con la macchina della polizia in centrale.

da PoI a real life

«Stop», urlò la regista, facendo fermare tutto. Ognuno lasciò le proprie posizioni e molti si allontanarono per pranzare.
Mark Headford si accostò a Carl, che interpretava Daryl Boscoferro, per dargli qualche suggerimento sulla corsa e sull’arrivo di Bear, in cui doveva dimostrare di essere realmente terrorizzato, intanto che l’addestratore portava via il cane. Amy si accorse di aver lasciato il telefono all’interno del bar e andò per recuperarlo. L’attore che faceva il barman le disse di averlo visto su uno dei tavolini e poi si allontanò anche lui: a breve sarebbe entrata la crew a ripulire il locale in modo da ridarlo ai legittimi proprietari proprio come lo avevano lasciato.
Vide di avere una chiamata persa di James e si morse un labbro.
«Indovina chi è?!», esclamò Sarah dietro di lei, tappandole gli occhi con le mani.
Amy non poté fare a meno di sorridere. «Mi fai un favore, adesso che sei qui?!», le domandò, «Il reggiseno mi sta facendo malissimo alla schiena: deve essersi messo male».
«Ci penso io». Le fece scivolare la giacca dalle spalle fino ai gomiti e, dopo aver tirato la maglia, infilò dentro le mani. Amy trattenne un brivido. «Sì», disse, «Un gancetto si è storto». Lo rimise a posto ma non le mani, tastando la pelle, massaggiandole la schiena e le spalle. Amy chiuse gli occhi, lasciandosi trasportare. «Sei un po’ tesa».
Sogghignò. «Non posso farne a meno».
«Rilassati. Sei non vuoi…», iniziò a dire, «non ti tocco più», le risollevò la maglia e la circondò con le braccia, appoggiando la testa sulle sue spalle. «Lo so che ti dà fastidio che non voglia dire nulla a Steve», le confidò sui suoi capelli, con un filo di voce, «Ma non è facile…».
«Lo so». Amy le sollevò le braccia in modo che potesse girarsi, così lasciò che ricadessero sulle sue spalle e che Sarah appoggiasse di nuovo la testa su di lei, appena sotto il mento. L’abbracciò, stringendola forte. «Lo so. Sono sposata anch’io, Sarah. Cosa possiamo fare…? Allora è finita?».
Sarah rialzò il viso e la guardò negli occhi. Si stavano ferendo a vicenda, nessuna delle due lo voleva davvero. «È finita», mormorò.
Era finita ma continuavano a guardarsi, e a toccarsi, e a sentirsi, e a respirarsi. E a volersi. E ci ricascarono, scrutando con attenzione l’una le labbra dell’altra, legandosi ancora in un lungo bacio che sapeva di amore, che gridava di non lasciarsi andare.
Si ricordarono solo in un secondo momento di essere solo temporaneamente al sicuro e di trovarsi sul set fra cavi e impianti dell’audio, che stavano rischiando ancora. Dunque si lasciarono ma lui aveva già visto tutto, sull’uscio della porta: aveva la bocca aperta, fermo e incapace di dire nulla che non fosse guidato da sconcerto e imbarazzo.
Le due si allontanarono subito l’una dall’altra. Amy abbassò lo sguardo, impacciata, e Sarah guardò prima lui e dopo lei, iniziando a ridere. «Stavamo provando! È ovvio! Cavolo, che faccia fai, sembra chissà cosa».
«Chissà cosa?», sbottò lui, «Mi prendi in giro?».
«Sarah, lo ha capito», mormorò Amy, alzando una mano per indicare Kevin.
«Capito cosa?», ridacchiò, «Dai, seriamente, ma figurati».
A un certo punto, Kevin scosse la testa e decise di uscire. Amy guardò lei e dopo gli corse incontro, intanto che Sarah riprendeva fiato e si passava le mani sulla testa, spettinandosi i capelli che erano legati in una coda perfetta, cercando di calmare il suo cuore, con la paura di rivedersi diciassettenne, sorpresa ad amare una ragazza.
La parte della crew che non era impegnata a mangiare era ancora fuori e risistemava il materiale in disordine, senza smontare nulla poiché probabilmente avrebbero rifatto la scena in cui Daryl Boscoferro usciva correndo dal pub. Kevin Chapman sfrecciò in mezzo a loro con passo marcato, ma Amy lo raggiunse in fretta, poggiandogli una mano su una spalla.
«Kevin, aspetta, ti prego».
Lui obbedì, scuotendo di nuovo la testa e reggendosi la fronte. «Quello non era un bacio scenico, non cercare di farmi pensare il contrario: non lo era! Da quanto va avanti questa storia?», aggrottò le sopracciglia.
Stava cercando di trattenere la voce piuttosto bassa e Amy lo ringraziò implicitamente. «Non da molto… Ci stavamo lasciando, comunque», si morse un labbro, mantenendo il pub nel suo campo visivo: Sarah era ancora dentro.
«Ho visto come vi stavate lasciando… Non mi sembrava un bacio d’addio. Siete sposate, accidenti!», la sgridò scuotendo le braccia, mantenendo bassa la voce. «E non fra voi. Che vi dice il cervello?».
«È molto più complicato di così».
«Non lo è. Non ancora», biascicò, guardandola dritta negli occhi. «Non sono affari miei, ma voglio bene a entrambe e voglio dirvi che se va avanti allora sì che diventerà davvero complicato! Ci saranno sempre più bugie, incomprensioni, litigi, prese in giro… e allora vi domanderete se ne vale la pena», proseguì, fermandosi per riprendere fiato e guardare il cielo, mentre lei stava zitta e abbassava la testa, «Se volete stare insieme, nessuna legge ve lo proibisce: ma siate almeno sincere».
«Non ci riesco», esclamò d’un fiato, forse alzando un po’ troppo la voce: non era da lei e molti della crew si erano fatti curiosi nella loro direzione. «Non ci riesco, so che sto sbagliando ma non riesco a dire la verità a James… Non sono riuscita a parlargli di questo, al telefono».
«Certe cose non si dicono al telefono». Lei annuì e Kevin si guardò attorno, scoprendo che tutti li stavano fissando. «Andiamo a parlarne da un’altra parte».

Era facile mesi prima parlare di tutto quello che le passava per la testa con Sarah. Erano complici, amavano raccontarsi le cose e darsi consigli, ma in quella circostanza non potevano semplicemente appellarsi alla loro amicizia e Amy sentiva di doverne discutere con qualcuno. Kevin era stato paziente e tremendamente sincero su tutto quello che gli passava per la testa, mentre lei raccontava le paure che l’assalivano, i suoi dubbi, quel sentimento per James che sentiva essere cambiato e, probabilmente, da molto prima che riuscisse ad accettarlo. Non sapeva se era o meno davvero innamorata di Sarah ma, tuttavia, sapeva di provare qualcosa di molto forte da sempre e che, a un certo punto, era venuto tutto a galla e che non riusciva a fermare. E che non era sicura di voler fermare. Era quasi certa di non volerlo.
«Allora andiamo», disse lui a un certo punto, «Chiediamo di poterci allontanare e ti accompagno da James».
Amy era esitante ma alla fine acconsentì. Non poteva continuare a parlargli in modo strano al cellulare, a sviare i discorsi e a sentirsi male con lui in quel modo. Presero un giorno di permesso, intanto avrebbero ripetuto alcune scene dove Root non c’era, e raccontò a Sarah che andava da James e che sarebbe tornata presto. Le era parsa pensierosa, ma in fin dei conti si erano dette che era finita e non le fece neppure delle domande in proposito: stava andando da suo marito e andava bene così. Forse Sarah pensò che avrebbero ricucito il loro rapporto. Ma perché con lei andava anche Kevin?
Fortunatamente il set di Gotham non era lontano. Presero un treno e un autobus per raggiungerlo, tenendosi la mano. Amy era molto agitata. I cappellini sulle loro teste non erano sufficienti per non farsi riconoscere da qualche fan ma tutto sommato, tra qualche autografo e foto con loro, avevano fatto presto. Gli inviò un messaggio che sarebbe venuta a trovarlo per parlare e un altro quando era a poco da lui. Li avevano fatti passare. James l’aspettava nella sua roulotte e Amy guardò verso Kevin un’ultima volta prima di raggiungerlo, con titubanza.
«Sii sincera», la incoraggiò, «Sei forte, puoi farcela».
«Grazie».
Strinse i pugni e chiuse gli occhi, prendendo fiato. Bussò e lui aprì, prendendole la mano. Kevin restò là fuori finché non vide la porta chiudersi, poi sospirò, scuotendo la testa, allontanandosi.

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angolo autrice

Stavolta il capitolo è in ritardo, tra una cosa e l’altra mi era proprio passato di testa >__< Taglierò corto: mi piace il rapporto fra Root e Fusco e, non so in realtà come sia il rapporto fra Amy e Kevin, ma mi piace l’idea che possano avere un legame d’amicizia un po’ particolare 🙂
Fra Sarah e Amy invece è finita: sono sposate, e non fra di loro. Prima o poi doveva succedere.

Ci rileggiamo la settimana prossima con il capitolo otto: Svoltare e cambiare direzione!

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