Capitolo undici. Il suo posto sicuro

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Ava cominciò a svuotare la sua valigia appena entrati nella loro suite, dopo aver dato un’occhiata in compagnia del fratello ai loro letti e al minibar, trovando qualcosa da sgranocchiare. Amy si guardò attorno e sospirò: era felice di fare quella vacanza con i bambini, ed era un bene poter restare da sola con loro per due settimane, ma Sarah non si era presentata e non poteva che restarne un po’ delusa. Non che non se lo aspettasse, Sarah aveva da sempre preferito suo marito, la vita tranquilla e sicura, a qualsiasi altra cosa, ma non riusciva a fare a meno di pensarci. E di sentire la sua mancanza. Si sedette sulla prima sedia trovata e pensò di ricercare il suo telefono e assicurarsi che James non l’avesse chiamata per sapere dei bambini, scoprendo di avere parecchie chiamate perse di Sarah. Alzò gli occhi al soffitto, sentendo una morsa allo stomaco. Lei aveva provato a fermarla, pensò. Magari l’aveva chiamata per chiederle altro tempo, o di non partire, o per dirle di aspettare. Aspettare chissà cosa. Scosse la testa. Cancellò le chiamate, indecisa se provare a mandarle anche solo un messaggio per non farla preoccupare, quando Jackson le ricordò che aveva promesso di non stare attaccata al cellulare per due settimane, così lo rimise in borsa. In ogni caso non sarebbe cambiato niente, pensava: Sarah non era lì e significava che aveva fatto la sua scelta.

Da real life a PoI

Doveva ritrovare Root. Ancora non poteva credere che lei l’aveva lasciata lì e se n’era andata, sapendo ciò che anche lei aveva passato quando pensava fosse morta. Era egoista, irrispettosa, fuori di testa. Ma più ci pensava e più non riusciva a togliersi il pensiero che probabilmente, a parti invertite, lei avrebbe fatto lo stesso per proteggerla. Uscì dalle fogne e corse in mezzo al traffico, guardandosi in giro per sapere dove andare. Ritrovò una strada conosciuta e la seguì, cercando di mantenere un passo svelto. Oh, una volta probabilmente avrebbe desiderato davvero che morisse; era così fastidiosa e appiccicosa, così snervante e così saccente che solo il suo sorriso le dava sui nervi. E poi accadde che proprio il suo essere fastidiosa e appiccicosa, il suo essere snervante e saccente e che proprio il suo sorriso la rendessero così attraente ai suoi occhi. Attraente. Non era la parola esatta, lo sapeva. Root era diventata il suo mondo, la sua ancora, il suo posto sicuro. Lei era tutto ciò per cui valeva la pena vivere.
Appena aprì il portone, scoprì una centrale di polizia disorientata e dimezzata che tentava di rimettersi in sesto: Root doveva essere passata di lì. Aiutò Fusco a capirci qualcosa, anche se aveva il mal di testa, e alcuni agenti provarono a fermarla: era stata la sua collega dell’FBI che a quanto pare non era davvero dell’FBI a far evadere un prigioniero e non potevano lasciarla andare. Gettò a terra qualche agente e chiamò Bear, che sfondò la porta e saltò su un uomo per raggiungerla. Scambiò un’ultima volta un lungo sguardo d’intesa con Fusco e lui le fece un cenno con la mano di andare, di non perdere altro tempo.
Si guardò attorno. Il problema, per lei, era non sapere dove andare. Dove poteva nascondersi uno come Lars? Allora ricercò la telecamera sui tralicci in mezzo alla strada: lei non sapeva dove andare, ma la Macchina doveva saperlo per forza.
«Dov’è andata?», gridò. «Lo so che con me non parli, ma lei è in pericolo e tu sai dove devo andare». Nessun cenno, nessuna luce, nessun suono criptato. Davvero la Macchina avrebbe abbandonato Root? Poi Bear abbaiò e Shaw si girò, facendo caso al chiasso improvviso: le automobili nell’incrocio si erano fermate tutte creando un ingorgo e gli automobilisti avevano iniziato ad urlare su di chi fosse il turno e contro il semaforo, suonando il clacson; i semafori difatti sembravano tutti impazziti: verde, giallo, rosso, verde, giallo, rosso, e poi, velocemente, si erano tutti spenti a parte uno, restando verde. Si spense dopo qualche attimo e un altro semaforo più avanti si accese di verde al posto suo. E così avevano ricominciato. Voleva che li seguisse. Shaw riguardò la telecamera, facendole un cenno con la testa, e si mise a correre: ora sapeva dove andare.

Semaforo, semaforo, un cartello con le frecce di cui se ne accese una sola, altre insegne che solitamente di giorno erano spente, le televisioni della vetrina di un negozio che cambiarono canale all’unisono, mostrando un vecchio servizio cittadino che parlava di un ospedale abbandonato al limite della città. Altre frecce. Shaw notò una moto parcheggiata dall’altro lato della strada e fece salire a Bear sul carrozzino, agganciandolo e, facendo lo stesso con un casco per lei, partì, girando la chiave, seguita dal grosso proprietario che si stava bevendo una birra davanti a un locale.
Il vecchio ospedale. Il vecchio ospedale. Pensò che Lars non avesse un briciolo di originalità, parcheggiando accanto a una delle tante vetture. Lasciò il casco sul manubrio, sciolse Bear e si strinse la coda dei capelli e le nocche delle dita, entrando.
Nel corridoio d’entrata c’era un uomo steso a terra che brontolava dal dolore, tentando di rialzarsi. Le pareti erano ricoperte di proiettili e l’uomo doveva essere ferito a una gamba, o forse a entrambe. Lui la vide e cercò di farsi aiutare, ma lei lo calciò in faccia e continuò a camminare. Si chiese da che parte dovesse andare finché non capì di poter semplicemente seguire il segno delle pallottole sui muri. Non poteva essere stata Root, era davvero uno spreco enorme di proiettili e non aveva mai sparato senza un bersaglio: non capiva cosa stesse succedendo, se fossero impazziti i Marshall Mason o se ci fosse qualcun altro oltre loro. Salì per una tromba di scale e appena vide un corpo su una pozza di sangue si fermò per assicurarne il decesso: qualcuno lo aveva sparato su più punti senza lasciargli respiro. Poco più su ce n’era un altro, ma era ancora vivo, anche se senza conoscenza. E un altro. Qualcuno aveva fatto una carneficina di Marshall Mason prima che arrivasse lei, pensò. Corse quando notò una mitraglietta, saltando una macchia di sangue. La prese in mano e controllandola per poco non le venne un colpo: era una delle loro, l’avrebbe riconosciuta su mille. Completamente scarica. Ringhiò per il fastidio, richiamando Bear che odorava dappertutto, correndo sulle scale.
«Eccone una», udì qualcuno gridare.
Schivò dei proiettili nascondendosi dietro un angolo, richiamando Bear, tirandolo indietro. Il tizio imbavagliato sparò ancora e Shaw aspettò che si avvicinasse, così lo strinse per il bavero con una mano e con l’altra gli scagliò un colpo secco contro il collo, gettandolo a terra. Mentre si contorceva per il dolore e tentava di respirare, tossendo, Shaw pensò bene di prendergli la mitraglietta dalle mani, controllando in che stato fosse il caricatore, inginocchiandosi. «Mh, sei fortunato che non siano finiti…», gli diede due pacche su una spalla. Si rialzò, richiamando il cane.
Ricambiò agli spari di altri due, ferendoli senza ucciderli, e mise fine alla sparatoria che altri tre uomini imbavagliati stavano portando avanti contro una donna dall’altro lato del corridoio, inviando Bear su di lei e fermando i tre a suon di colpi. Notò che ogni arma che portavano gli uomini imbavagliati apparteneva a loro, chiedendosi cos’avesse combinato Root in sua assenza: aveva ammanettato e drogato lei, ma a quanto sembrava si era portata dietro qualche amico che non aveva nessun rispetto per le armi altrui.
Stava per riprendere passo quando da una porta passò un viso conosciuto e sorrise laddove lui, vedendola, tornò indietro. Guardò Bear e, gridando, indicò la porta: «Neem het [Prendilo]». Bear scattò immediatamente, seguendolo: lo sentì abbaiare e poi lui gridare, dopo un colpo. Doveva essere caduto e Shaw sorrise di nuovo, raggiungendoli. «Oh, mi piace quello che vedo», fece dell’ironia, intanto che Daryl Boscoferro strisciava sulla schiena lungo le pianelle dell’ospedale in disuso, riempendosi di polvere, ringhiato da un feroce Bear a un metro di distanza. Shaw lo prese per la camicia e lo alzò, sbattendolo contro il muro. «Dov’è lei?», domandò.
«Non lo so, c’è un gran casino qui, se non ti è chiaro».
«Bear!», richiamò il cane che subito abbaiò, avvicinandosi, e Daryl Boscoferro si portò le mani sul viso, stringendosi, cercando di farsi piccolo.
«Va bene, va bene, senti!», urlò, «L’ho lasciata di sopra, nella sala di Lars, è l’unica pulita e in ordine… o meglio non lo sarà più con l’arrivo degli amici della tua ragazza, ma l’ho lasciata lì, la trovi al quarto piano, seguendo il corridoio dopo le scale», gridò d’un fiato, «Ma adesso levami questa bestiaccia di dosso!».
Lo servì con un destro, rigettandolo a terra e, carezzando Bear, gli diede l’ordine di non perderlo di vista. «Non sei una bestiaccia! Se fa un passo falso… sbranalo». Sorrise e li lasciò soli, caricando la sua arma.

da PoI a real life

Sbranalo lesse sul copione. Amy rise, tenendo la voce più bassa che poteva, ricordando quando avevano girato quella scena: correndo nel corridoio, sia Sarah che Carl erano scivolati più volte e il cane aveva lavato la faccia a entrambi. Sospirò. Sembrava passato tanto tempo da allora ed erano invece solo poche settimane. Non sapeva neppure perché aveva voluto portarsi appresso i copioni degli ultimi episodi. Glieli avevano lasciati portare via per favore ma avrebbe dovuto restituirli. E intanto, anziché dormire, si stava rileggendo quelli. Forse era come riavere un po’ Sarah ancora vicina e le dava fastidio perfino pensarlo: in fondo l’avrebbe rivista presto per la Convention. E magari suo marito l’avrebbe accompagnata. Forse lei avrebbe fatto finta di niente e in privato avrebbe cercato di parlarle: fin da subito, doveva mettersi un punto fermo e ricordarsi di non crollare alle sue parole; doveva prometterselo. Sospirò ancora e cambiò pagina, ma si fermò di colpo udendo dei passetti che venivano verso di lei: era strano, aveva già messo i bambini a letto ed erano stanchi dopo aver passato tutto il giorno fuori, fra piscina e gli animatori, dovevano essere già addormentati da un sacco di tempo, non svegli. Restò in ascolto e abbassò il copione quando vide sua figlia affacciarsi alla parete, strofinandosi un occhio per il sonno. Quasi non credette alle sue orecchie: Jackson stava ancora vedendo la tv. Si alzò e poggiò il copione sul materasso, raggiungendo la piccola cameretta dei bambini. Sgridò il figlio di tornare immediatamente a letto che l’indomani si sarebbe dovuto alzare presto, ma la sua voce quasi si affievolì vedendo cosa guardava: c’era Steve ed era impegnato in una gag, appena quella e le risate finirono, riprese un’intervista e non poté fare a meno di restare in ascolto, anche se il suo primo pensiero fosse quello di spegnere.
«Allora, dicci…», s’interruppe il presentatore, guardando la telecamera e il pubblico sfoggiando un ghigno, «sappiamo che le cose fra te e tua moglie sono ormai ai ferri corti! Ecco, l’ho detto, l’ho detto», guardò di nuovo il pubblico.
Amy prese un grande respiro, imbambolata, sentendo il suo corpo divenire bollente. Ava la chiamò ma lei le fece cenno con la mano di aspettare, non distogliendo gli occhi dallo schermo.
Steve serrò le labbra in una smorfia e si sedette più comodamente sulla poltrona, poggiando una gamba sull’altra. «Le voci circolano in fretta, Robert», guardò la telecamera, «Si dice che il posto sicuro di ogni uomo sia la propria casa: torna e trova la moglie e i figli e tutto quello che ha costruito e si sente sollevato, sta bene, è bello tornare a casa e sentirsi davvero a casa, non so se mi spiego». L’altro annuì, mostrando un viso corrucciato e interessato. «Ma da un po’ di tempo, quando torno a casa non mi sento più in un posto sicuro, non mi sento a casa, Robert. Come dire, i gemelli erano stati la nostra salvezza nel nostro rapporto, ma adesso non bastano più e siccome non vuole fare un altro figlio, al momento…», prese una pausa e rise da solo, seguito poi dal presentatore e dal pubblico, «beh, se non vuole, ci tocca il divorzio».
«Il divorzio?!», esclamò l’altro, guardando la telecamera portandosi le mani sul viso. «Avevo capito che eravate ai ferri corti, amico, ma questo è precipitare in un baratro senza paracadute! Siete già a quel punto?».
Lui annuì. «Sì», scrollò di spalle, «Sì, sì, lo siamo e non credo ci sia più niente che io possa fare per… salvare la baracca, chiariamoci: quando lei ti dice di essere innamorata di un’altra… persona, Robert, tu puoi solo stare zitto», fece il gesto, per poi allargare le braccia e rimettersi composto, «e lasciare che il tempo sbrighi le cose al posto tuo».
Ava la chiamò di nuovo e Amy si girò per ascoltarla, lasciandosi catturare ancora una volta dalla televisione:
«Innamorata di un altro?», sbottò il presentatore, dando per scontato si trattasse di un uomo.
Steve si passò le mani in faccia come se cercasse di non dire troppo; e forse non poteva per via di restrizioni legali legate al divorzio. Diventò rosso e rise, scuotendo la testa, abbassando la schiena e lasciando andare le braccia sulle cosce, a peso morto. «Ho detto innamorata di un’altra persona, Robert», specificò, non potendo farne a meno.
Sentì Jackson e Ava ridere e così Amy tornò in sé, decidendo di spegnere la televisione. «Forza, vi voglio tutti e due a letto, senza storie! È tardissimo». Le fecero notare che era lei quella che si era incantata con l’intervista ma fece finta di niente, rimboccando le coperte. Stava per lasciare la stanza e si voltò un’ultima volta per vederli sorridere e ghignare, così cambiò idea e richiuse la porta dietro di lei, lasciando la luce accesa. «Perché ridete? Avete visto qualcosa che vi ha fatto ridere?».
Ava le disse che Steve era divertente, Jackson che lo era lei. Gli chiese spiegazioni e non mancò di farle presente come entrambe, lei e Sarah, avessero chiesto il divorzio. La trovava una strana coincidenza, accidenti, e non era riuscita a dirgli altro. Non che ci fosse altro: Sarah stava divorziando, ma finché non si sarebbero parlate… Si mantenne la testa, capendo che nemmeno lei sapeva cosa stava per succedere e c’era voluto così tanto per far sorridere Jackson da quando gli dissero del divorzio che pensò di lasciarlo dormire e basta, che ci avrebbero pensato un’altra volta, che ogni cosa avrebbe avuto il suo tempo. «Buonanotte! Vi voglio bene».
Tornò nella sua stanza e si accasciò sul letto, riaprendo le coperte e riprendendo in mano il copione, fissandolo. Sarah aveva chiesto il divorzio, pensava. Sarah era innamorata di un’altra… persona. Sorrise, spegnendo la luce.

Da real life a PoI

Brandon aveva lasciato la sala con una strana luce negli occhi e, in altre circostanze, Root ci avrebbe dato certamente più peso. Il ragazzetto sembrava sovrappensiero e che solo l’eccitazione dovuta all’usare le armi riusciva a distrarlo. Ma non le interessava. Probabilmente pensava ai suoi soldi e a Daryl che scappava con la possibilità di riaverli. Vide la sala pian piano svuotarsi, a parte l’avvocato che svenuta sbavava sulla moquette. La trascinò di peso su un divano per non farla calpestare e si abbassò per riprendere il suo fucile. Piano, senza movimenti bruschi e, appena ce l’aveva stretto fra le dita, si rialzò di tutta fretta, puntandolo alle sue spalle: il Marshall Mason pelato era lì davanti a lei, con in mano una pistola. «Ehi… Ma guarda un po’, pensavo non ti avrei più rivisto».
«Nemmeno io. Non era nei suoi piani: qualcuno avrebbe dovuto ucciderti ma è stato un fallimento», sorrise sghembo e indicò con lo sguardo dietro di lui, così Root mosse lo sguardo: Philip Lars era a poco da loro, avvicinandosi con le mani nelle tasche dei pantaloni, senza fretta.
Era intento a osservarla con attenzione; anche Root lo guardava, pur continuando a tenere sotto tiro il Marshall Mason. Come nella foto in casa di Claire Weller, era strano rivederlo dopo tanti anni, un po’ più grosso, stretto in una camicia a righe con bretelle, con i puntini neri della barba che ricresceva.
Lars aprì la bocca piano, dapprima come se volesse solo soffiare, leggero, per poi dire quel nome: «Marguerite Yves». Root sentì un brivido. «No, Samantha Groves. O forse dovrei chiamarti Root?». Aveva un’aria esausta, sconfitta, nonostante avesse davanti agli occhi la donna che gli aveva procurato tanto dolore. Era stanco come se non riuscisse a dormire da tanto, con le borse sotto gli occhi e la bocca rovinata da tagli e pellicine.
Ci mise troppo a rispondere, abbassando il fucile. «Puoi chiamarmi come preferisci».
Lui sorrise fino a fingere una risata, a denti stretti, passandosi sulla fronte una mano e, con l’altra, dando l’ordine al suo sottoposto di abbassare la pistola. «Allora preferisco maledetta. O diavolo. Tu mi hai portato via tutto», la fissò negli occhi e Root si sentì stringere lo stomaco: aveva sbagliato tante di quelle cose, in passato, che in fondo si meritava davvero tutto l’odio che lui nutriva per lei. Ma lui doveva sapere ciò che successe davvero quella mattina.
«Non è stato un mio proiettile ad uccidere Mona, tua figlia», gli disse a un certo punto.
«Cosa stai dicendo?», il suo viso diventò rosso pastello e, nell’impeto di rabbia, corse verso il Marshall Mason e gli strappò la pistola dalla mano, puntandola su di lei.
Root non si mosse, ricordando l’orribile periodo dopo l’accaduto che l’avevano portata a coricarsi la notte con la pistola sotto il cuscino, finché non decise di fare ricerche sul caso. «Non sto mentendo», scosse la testa, «È stato un tuo proiettile a farlo. Pensavo meritassi di sapere la verità sulla sua morte».
«Tu sei una bugiarda!», gridò diventando livido di rabbia. «Bugiarda! Non sei soddisfatta di avermi portato via mia figlia, di aver portato via il nostro futuro, quel giorno…», strinse i denti, tremando, «Tu vuoi portarmi via anche l’unica certezza che mi resta».
Root deglutì. «Non posso dire o fare nulla per fermarti dallo spararmi, lo so…», abbozzò un mesto sorriso, «Ho fatto davvero tante cose brutte e sbagliate nella mia vita e tu sei solo una delle persone che ho rovinato. Mi odi, Lars, ma, in questo caso, tu hai tante colpe quanto me».
«Io dovrei ucciderti e basta, senza ascoltarti».
«Non volevi affrontarmi e per questo volevi farmi uccidere da qualcun altro, ma adesso che sono qui… se avessi voluto uccidermi senza ascoltarmi lo avresti già fatto».
Lui strinse gli occhi e, iroso, non riuscì a trattenersi e premette il grilletto. Root si voltò, sorpresa, scoprendo che Lars aveva ucciso a sangue freddo e con un colpo al petto l’avvocato stesa sul divano.
Non si lasciò intimidire e continuò, inclinando la testa: «Io non avrei dovuto accettare di uccidere Portes, Lars, e tu non dovevi voler assoldare qualcuno per ucciderlo. Lui non era il ragazzo giusto per tua figlia, forse è vero, ma spettava a lei la scelta. Potevi prenderla da parte e chiederle di perdonarti per aver fatto ricerche su di lui», raccontò, guardandolo dritto nei suoi occhi che diventavano lucidi, mentre corrugava la fronte e strizzava le labbra dalla rabbia, «per poi dirle cos’avevi scoperto, di quando era stato arrestato ancora minorenne per aver picchiato la sua fidanzatina al liceo. E allora sarebbe stata una sua decisione: se lasciarlo o restare con lui perché aveva promesso di cambiare vita», sorrise di nuovo, con il labbro inferiore che le tremava. «Non lo conoscevo e allora non volevo neanche farlo, ma adesso so che le persone possono cambiare, Lars. Anche quelle che fanno delle cose davvero brutte e sbagliate… se hanno la possibilità di incontrare nella vita qualcosa di molto bello».
Lars abbassò l’arma e pestò un piede a terra, diventando ancora più rosso, madido di sudore. Forse di lì a poco avrebbe detto qualcosa, ma dal chiasso all’interno dell’ospedale riecheggiò uno sparo a poco da loro e si voltarono, avendo catturato l’attenzione di tutti e tre: Brandon era rientrato nella sala e aveva sparato un colpo verso il soffitto, per poi mettersi a ridere. Era rosso e sembrava quasi disorientato, impazzito.
«Mi sono perso qualcosa, lo so», si avvicinò, applaudendo. «Vero, papà?». Velocemente, prese la mira e sparò un altro colpo, uccidendo il Marshall Mason pelato che cadde a terra con un buco sulla fronte.
Root spalancò gli occhi, colta di sorpresa, guardando l’uomo che era stato appena ucciso senza pensarci, e dopo Lars che diventava paonazzo e indietreggiava.
«Brandon?», sbottò, degnando poco il cadavere del suo tirapiedi.
«Allora sai il mio nome, wow», gridò lui, saltando per un ultimo passo. Rise ancora, guardando poi Root e indicandoglielo con la canna della pistola: «Sentito? Sa il mio nome! Che fico».
Philip Lars riuscì a stento a sorridere, pur restando molto stupito. Non sapeva come comportarsi, colto da un’euforia improvvisa e allo stesso tempo cercando di mantenersi lucido, perché aveva ancora fra le mani la donna che aveva ucciso sua figlia. «Brandon… Credevo non ti avrei mai ritrovato… N-Non sapevo nemmeno dove abitassi, ormai».
«Ma certo», il ragazzetto sforzò un sorriso colmo di rabbia, «Perché avevi pagato mia madre affinché mi nascondesse, porco schifoso».
Root cominciò a capire: Brandon era figlio di Lars, un figlio illegittimo. Non c’era nulla sulla rete o non avrebbe mai affidato un’arma a un potenziale pericolo. Credeva di usarlo a suo vantaggio, ma era stato lui a usare lei e forse lo stesso Daryl Boscoferro. Tutto per arrivare a suo padre. Solo ora comprendeva meglio l’aria pensierosa sul suo viso.
Lars aprì la bocca, intento a dire qualcosa, ma una delle porte si aprì con un brusco scatto e l’arrivo di Shaw con la mitraglietta puntata verso Lars rimescolò le carte del gioco. Root si accigliò e la squadrò fino a che non la vide avvicinarsi, intanto che l’uomo gettava a terra la pistola, arrendendosi.
«Non mi posso proprio liberare di te, eh?!», non riuscì a fare a meno di sorridere, scuotendo brevemente la testa.
Anche Shaw accennò un sorriso. «Pensavo la stessa cosa», mormorò, poco prima di ordinare a Lars di allontanarsi dalla pistola gettata a terra e a Brandon di buttare la sua.
Lars guardò il ragazzino con attenzione, venendogli le lacrime agli occhi. «Non potrò mai dimenticare ciò che è accaduto a Mona», esclamò, passandosi ancora una mano per ripulirsi dal sudore e distanziandosi, mentre Shaw dava un calcio alla sua pistola a terra, «La mia bambina era la mia casa, il mio unico posto sicuro… Ma almeno ora ho un figlio e posso ricominciare» si rivolse al ragazzetto, porgendogli una mano.
Brandon sorrise e strinse gli occhi e la bocca come in preda all’entusiasmo, fino a quando non alzò il braccio con la pistola e, cambiando completamente espressione, sparò all’uomo in pieno petto, gettandolo a terra sotto lo stupore delle due. «Sì, beh, col cazzo», strepitò. Loro non fecero in tempo a veder l’uomo affogare sul suo stesso sangue che Brandon non perse tempo e puntò di nuovo l’arma contro Root: «Grazie per avermi portato da lui, non sai quanto cazzo ho desiderato questo momento… Il suo unico posto sicuro, l’hai sentito, cioè, io non ero nessuno fino a ieri, vecchio di merda», sospirò, intanto che Shaw gli puntava contro la mitraglietta e gli ordinava di abbassare l’arma. «Beh, tornando a noi», continuò, senza badare alle minacce, «credevo che con Boscoferro non ci sarei arrivato mai… Ma come sai è colpa tua se la mia sorellina che non ho mai conosciuto è morta e io», rise, «desideravo tanto una sorella, accidenti».
«Non farlo», sussurrò Root.
Shaw tentò di avvicinarsi, pensando di potergli strappare l’arma dalle mani prima che premesse il grilletto. «Fai come dice, perché non sai quanto anche io ho desiderato questo momento».
Il ragazzo sbuffò e scosse la testa con fastidio, muovendosi per abbassare la pistola. «Va bene, avete ragione, non è così che si risolvono le cose… Dopotutto, tu hai portato via una sorella a me e io», scrollò di spalle, «devo portare via qualcosa a te». D’improvviso, Brandon risollevò l’arma e la puntò contro Shaw, sparando un colpo senza pensarci. Anche Shaw sparò con un gesto automatico ma, per sfortuna del ragazzetto, non c’era nessuno a prendere i proiettili per lui: Root si mosse in fretta e riparò l’altra con il suo corpo, venendo sbalzate entrambe sulla moquette.

da PoI a real life

Era una perfetta giornata di sole e Amy non poté che esserne più felice: la vacanza era finita e non avrebbe sopportato di ritornare a casa con il cambio di stagione. Parcheggiò l’auto e Ava e Jackson presero i loro bagagli, entrando in casa di corsa. Appena varcò la porta, Amy fu colta da sensazioni contrastanti: era casa ma non il posto che ricordava di conoscere; si sentiva la mancanza di James che aveva deciso di sparire un po’ per passare del tempo dalla sua famiglia, e poi aveva imballato delle cose e c’erano degli scatoloni in un angolo dell’ingresso che le mettevano addosso una certa malinconia, ma non era solo quello, c’era qualcosa di diverso nell’aria.
Sentì subito i bambini ridere e parlare a voce alta, così immaginò dovevano esserci i suoi genitori che avevano aspettato il loro rientro. Appena vide la testa di sua madre camminò più velocemente per raggiungerla, ma scoprendo che in braccio aveva una bimba piccola si fermò. La bimba di Sarah, Violet. Non capiva. Sua madre si girò e, vedendola, parve chiamare qualcuno.
Era lì. Sarah era lì. In preda a un attacco d’ansia, non poté che aspettare il suo arrivo appoggiandosi contro una parete, mettendo le mani nelle tasche dei pantaloni. Cosa faceva Sarah a casa sua? Era agitata all’idea di affrontarla, ma, appena la vide affacciarsi, s’illuminò: aveva Knox in braccio che giocava con un peluche e con una ciocca dei suoi capelli; sembrava esausta, era un po’ tirata e senza trucco, vestita con un jeans largo e una felpa. Aveva così voglia di abbracciarla. Ava venne a prendere il bambino e lo mise a terra per farlo camminare mano nella mano con lei, riportandolo dagli altri per giocare. Sarah lo lasciò andare e, accostandosi a lei, parve tremare come una foglia, sospirando: probabilmente nemmeno lei era pronta ad affrontarla, anche se l’aveva aspettata.
Aveva perso la nave, non era andata, aveva scelto Steve e poi aveva deciso di divorziare da lui. Non aveva senso. Si era forse accorta di aver commesso un errore? Aveva promesso a se stessa che non avrebbe ceduto a qualunque cosa lei avesse provato a dirle, ma l’aveva fatto prima di sapere del suo divorzio. Poteva cambiare tutto. Il suo viso era così affranto, così timoroso ma allo stesso tempo audace che pensò avrebbe potuto perdonarle qualunque cosa. Ma non era così semplice.
«Ho perso la nave», enunciò Sarah tentando un sorriso.
Amy sorrise a sua volta, abbassando gli occhi. Sospirò. «Hai perso più della nave». Non avrebbe ceduto con così poco: l’aveva delusa e l’aveva fatta sentire una seconda scelta. Poteva capirla, aveva avuto paura delle conseguenze proprio come aveva avuto paura da adolescente in ciò che le aveva raccontato, ma lei, né i suoi sentimenti, non era un giocattolo che poteva usare come e quando voleva. La loro relazione era stata bella, ma era destinata ad avere una fine; nascoste dal mondo, dai loro mariti e dalle loro famiglie non era una relazione sana. Amy voleva di più e se Sarah non era pronta, allora non potevano stare insieme.
«Non volevo perdere anche il ritorno», continuò lei, mordendosi un labbro. «Scusa se sono piombata qui con i bambini e per la confusione».
«Hai detto tutto ai miei genitori?».
«Ho parlato un po’ con loro…», la fissò, per poi mettersi a ridere, «Ma dai! Non ho detto niente… anche perché sono la prima a non sapere niente».
Amy annuì, trattenendo la risata e abbassando lo sguardo dall’imbarazzo. Nessuna delle due sapeva cosa stava succedendo, cosa facevano o cosa avrebbero fatto: c’era un non so che di ironico in tutto quello.
«Ho cercato di venire, quel giorno. Davvero. Ma mi ha fermato una pattuglia e ha fatto domande, poi non trovato la patente, e non avevo biglietto, e i poliziotti mi guardavano spazientiti, ero vestita da casa e non avevo valige, ero sospetta; poi si sono messi a dire che la nave non sarebbe partita se c’era qualcuno che mi aspettava», disse velocemente e senza respiro, facendo ridere Amy, «ma io cercavo di spiegare che non lo avrebbe fatto perché nessuno mi aspettava», si morse un labbro, guardandola negli occhi, «E così, infatti, ho perso la nave».
Amy scosse la testa, mantenendo un sorriso.
«E io non volevo proprio perderla quella nave», si avvicinò ancora e alzò la mano destra per sistemarle dietro l’orecchia una ciocca di capelli, approfittando della vicinanza per accarezzarle la guancia.
Amy socchiuse gli occhi e si lasciò coccolare. «Io ti aspettavo».
Sarah sorrise. «Avrei dovuto esserci».
«Avresti dovuto».
«Ma sono qui ora».
Amy annuì ma in un attimo si tirò indietro, dando un’occhiata verso la porta, ma nessuno sembrava pronto a disturbarle, non sentiva più voci vivine e capì che probabilmente sua madre doveva aver portato i bambini in cortile per lasciarle parlare. Magari immaginava parlassero di lavoro. Sarebbe stato bello raccontarle poi la verità, con la dovuta calma. «Sei qui ora, va bene», disse e Sarah la guardò corrucciando lo sguardo, con la mano ancora alzata verso di lei, a mezz’aria. «Ma non basta, Sarah», scosse la testa. «Non mi basta sapere che sei qui ora e non sapendo dove sarai domani».
«Ho chiesto il divorzio, Amy, non capisci».
«Va bene, lo so, ma… Ma un giorno te ne pentirai. Sei qui ora e hai chiesto il divorzio ma se devo vivere una relazione nascosta da…», diede un altro sguardo verso la porta ma non c’era nessuno, «dalle persone che amo non… Non voglio vivere così! Se posso amarti, voglio poterlo fare alla luce del sole», la fissò negli occhi, «Se sei qui ora come dici, vorrei che ci fossi sempre. Per me».
«Ci sono, Amy», ribadì, annuendo piano, «Sono qui per te ora come lo sarò domani. Te lo prometto: non me ne andrò via». Amy arrossì e Sarah le accarezzò di nuovo una guancia, avvicinandosi con fretta, dimostrandole che faceva sul serio. «Non me ne andrò via perché sono innamorata di te! E non riuscivo più a tenermelo dentro, dovevo assolutamente dirtelo».
Amy abbassò il viso di colpo e se lo nascose con una mano, iniziando a ridere e trattenere il fiato, prima di guardarla di nuovo in faccia. «Meno male che ti amo anch’io, allora, o sarebbe stata davvero una pessima figura».
«Sì?».
«Decisamente sì», annuì; le prese il viso con una mano e avvicinò le labbra alle sue, stringendosi a lei.

Da real life a PoI

Quel ragazzino aveva sparato e per un attimo tutto era diventato sordo. Root aveva provato a spingerla avanti ma erano troppo vicine alla pistola da cui era partito il colpo, così l’aveva stretta a sé e le aveva fatto scudo con il suo corpo.
Shaw tremava. Non poteva accadere davvero, non adesso; sarebbe stato un orribile presa in giro del destino. Era corsa lì per aiutarla e non perché si prendesse un proiettile per lei.
La sentì brontolare e la sollevò, cercando delicatamente di appoggiarla sulle sue ginocchia. Vide che aveva un rivolo di sangue che le usciva dalla bocca e, con lo stomaco che le si contorceva e la gola che si faceva secca, per un attimo si perse tra i suoi pensieri, nelle le sue paure e le sue debolezze.
«Root…», la chiamò, vedendola stringere gli occhi e i denti, respirare con affanno. «Sei una stupida, stupida…». La toccò appena per capire dove l’avesse colpita che l’altra emise un lamento e risollevò la mano con paura. «D-Devo toccarti…», le strinse il bordo della maglia scura ma la fermò con una mano sulla sua, «Devo capire se posso… Dove ti ha preso, così posso-», si fermò, ansimando, guardandosi attorno: si trovavano in un ospedale in disuso e non sapeva se avrebbe o meno trovato qualcosa da usare per estrarle il proiettile, ma avrebbe fatto qualunque cosa in suo potere per salvarla. Qualunque. La prese fra le sue braccia e la riportò sul pavimento, così stava per lasciarla quando Root la strinse e si guardarono. «Non pensarci neanche», soffiò appena, con un movimento lento della testa. «Non morirai… Tu non hai proprio idea di quello che ho passato», strinse i denti, «E non te lo permetterò. Sono stata abbastanza chiara?».
Root aveva il fiato corto e la guardava quasi senza battere ciglio. Riusciva a tenerla a sé con troppa forza, quasi fosse la sua ultima volontà. Shaw sapeva di dover fare qualcosa ma lei la tratteneva e allora forse temeva di perdersi qualcosa. Lei non voleva che fossero gli ultimi istanti di Root, ma se lo fossero stati, si sarebbe voluta perdere di immergersi nei suoi occhi per l’ultima volta?
«Non puoi farlo…», le vennero gli occhi lucidi. «Ho bisogno di te…», li chiuse, stringendo le labbra. «Io ti-».
Brandon tossì e sputò sangue tanto forte da far sobbalzare entrambe, distraendosi. Root perse la sua stretta su Shaw e lei, in un momento di lucidità, si accorse che l’altra non perdeva sangue. Si guardò le mani e, per come l’aveva stretta a sé, avrebbe dovuto averle fradice, ma non era così: erano appena rosse e un po’ spaccate per come aveva colpito i tizi con il bavero poco prima.
«Ti?», la sorprese Root, rialzando la testa. Vedendo che l’altra non continuava, mise su il broncio. «Ah… Bisogna trovarsi sul punto di morire per sentirsi dire le due paroline magiche?», sorrise, inclinando la testa. «Allora sarà…», si sedette, reggendosi le costole, «per la prossima volta». Si sfilò la maglia scura, recuperando il proiettile incastonato nel giubbotto antiproiettile, sotto il muto sgomento di Shaw.
Root lo sollevò e lo scrutò, mettendo poi a fuoco Shaw, che stava ancora in silenzio. Le sorrise, vedendola finalmente muoversi, scuotere la testa con la bocca aperta. Pensava si sarebbe arrabbiata e forse un po’ lo era, ma avrebbe sfidato chiunque a dire che quello nel suo sguardo non era amore.
«Indossavi un giubbotto».
«Ti avevo detto che avrei fatto di tutto per tornare da te», si ripulì la bocca e sentendo Brandon gemere si voltò, decidendo di muoversi.
Una chiamata anonima mise in moto la polizia e, quando loro arrivarono al vecchio ospedale, si ritrovarono davanti a una scena senza pari, fra muri impallinati come gruviera e uomini e donne uccisi a sangue freddo. L’ambulanza accorse per recuperare i feriti più gravi e i poliziotti si occuparono di trascinare sulle volanti tutti quelli che riuscivano ancora a camminare. Brandon Norren era in una pozza di sangue in una sala in compagnia di altri tre cadaveri; sembrava morto, ma aveva solo perso conoscenza. Aveva perso molto sangue e i paramedici si premurarono di intubarlo immediatamente.
Un poliziotto trovò il fuggiasco Daryl Boscoferro legato a una porta con un tubo d’idrante e il detective Fusco decise di riportarlo dentro. In un momento dove nessuno poteva sentirli, gli chiese se Root stesse bene e l’altro rispose che stava meglio di lui, che se n’era andata con le sue gambe dopo che la psicopatica con lei lo legò come un salame. Gli stava aprendo la portiera dell’automobile quando vide delle ombre in lontananza e strizzò gli occhi: Shaw e Root erano nascoste dalla vegetazione, dietro un albero, lontane dal piazzale su cui sorgeva l’edificio ospedaliero. Shaw teneva Root sottobraccio. Era viva. Fusco sorrise e loro si girarono per allontanarsi, con Bear vicino. Lui sapeva che quello voleva essere un addio, ma sapeva anche di non essere tanto fortunato. Boscoferro si fermò e si voltò anche lui, così lo spinse dentro in modo brusco: «Muoviti, damerino».

«Stavi per dirmi qualcosa, quando ero sulle tue braccia, prima».
«Non credo».
«Mi piacerebbe molto se riprendessi l’argomento».
«Ho un vuoto di memoria».
Root tentò di sbuffare ma facendole male il petto lasciò stare, reggendosi contro una panchina. Bear le si mise vicino come per confortarla e Shaw le disse che, al momento di trovare sistemazione, le avrebbe controllato il petto e la schiena. A Root sembrò una proposta allettante. Stavano per rimettersi in cammino, quando a un tratto il telefono a poco dalla panchina iniziò a squillare. Nessuno sul marciapiede parve badarci a parte loro. Root scambiò uno sguardo con Shaw e si accostò alla cornetta, pronta ad ascoltare ciò che la Macchina aveva da dirle. Parlare con Lei al telefono era come ritornare ai vecchi tempi. Ascoltò e Shaw la vide poco a poco cambiare espressione, dal sorriso felice a quello malinconico. Riattaccò con le lacrime agli occhi.
«Cosa ti ha detto?».
Root prese fiato: «Addio».
Shaw aggrottò le sopracciglia, seguendola con lo sguardo mentre raggiungeva la panchina e si sedeva.
«Non parlerà più con me», proseguì. La Macchina non lo aveva detto chiaramente ma lo aveva fatto ben intendere: il problema di comunicazione fra loro non apparteneva alla sua orecchia buona, non dipendeva dal suo morire e tornare indietro, ma era dato dalla Macchina stessa. Non poteva sistemare il fischio perché non voleva. Le stava lasciando la mano un poco alla volta. In verità non ne era stupita; era come se lo avesse sempre immaginato ma non era mai stata pronta ad ammetterlo. «Vuole che io…», si fermò e alzò gli occhi verso l’altra, sorridendo da orecchia a orecchia, «viva la mia vita».
La Macchina era tutto ciò che aveva sempre sognato e ora l’aveva lasciata dicendole che temeva non potesse vivere appieno la sua vita se poteva avere Lei. Un ostacolo alla sua realizzazione come persona. Non lo era. Per Root non lo era, e forse anche questo era parte del problema. La Macchina non aveva più bisogno di lei, magari, ma lei avrebbe sempre avuto bisogno della Macchina. Se non ci fosse stata Shaw, probabilmente. Avrebbe dato di matto e avrebbe sfogato la sua rabbia su qualcosa o qualcuno se la Macchina le avrebbe detto addio in passato, ma era una persona diversa adesso, e aveva altri sogni, aveva un obiettivo, aveva un fine e aveva una compagna. Amava più Shaw.
Bear si accostò e le leccò il viso, sedendo davanti a lei. Shaw guardò lei, poi il telefono e dopo la telecamera, un po’ più a lungo. Annuì un poco, come se avesse voluto che recepisse un messaggio da parte sua.
«Beh…», mormorò, rigirandosi verso di lei, «Mi pare di ricordare volessi fare una vacanza: potremmo iniziare da lì».
Root le sorrise, rialzandosi e riprendendo Bear per il guinzaglio, così si rimisero a camminare. «Ti amo».
«Me lo hai già detto».
«E tu mi…?».
«Root… cammina».
Rise. «Samantha. Credo tu possa chiamarmi Samantha, adesso».
«Samantha…», le prese la mano libera e intrecciò le dita con le sue, «accontentati».
Si sorrisero, sparendo nella folla.

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angolo autrice

È finitaaaa… Questo è l’ultimo capitolo ma in effetti no, non è proprio finita, e ci rileggeremo fra qualche giorno (non farò aspettare lunedì prossimo) per il breve epilogo 🙂
Amy e Sarah si sono finalmente ritrovate e sembra proprio che la loro non sarà più una relazione nascosta dal mondo, dall’altra parte, intanto, Root ha pensato bene di indossare un giubbotto antiproiettile, mettendo che le possibilità di essere sparata da Lars erano alte, la Macchina le ha detto addio e Shaw si è vista concedersi un futuro.

Bene… come scrissi nello scorso capitolo, questa fan fiction mi manca già. Sono sempre stata una scrittrice da storie originali e le poche fan fiction che mi sono messa a scrivere non sono mai state più lunghe di un capitolo, se poi contiamo che non ho mai scritto una storia in due parti come questa, beh, è stata una vera e propria sfida. Una sfida che non sono certa di aver vinto.
Mi è piaciuto scriverla e a un certo punto mi è proprio piaciuta la fan fiction e cosa stavo inventando, ma man mano che postavo i capitoli online e li rileggevo, mi capitava più volte di restarne un po’ a bocca asciutta. Mi spiego: mi è piaciuto creare la storia in due parti ma ho come la sensazione che, se avessi scritto le due storie separatamente, avrei potuto osare di più. Tuttavia c’è da dire che se avessi scritto le storie separatamente non sarebbero mai state così, o almeno per quanto riguarda la parte di Amy e Sarah. Per Root e Shaw sì, avrei potuto creare molto di più, ma per Sarah e Amy no, che la trovo molto più legata all’altra parte, quella dello show che, senza di esso… non credo l’avrei proprio scritta. Ci sono pro e contro.
In ogni caso, se ho vinto o meno questa sfida spetta ai lettori dirlo!
E per il resto… rimando questa discussione nell’angolo autrice dell’epilogo che posterò a giorni 🙂

Ci si rilegge all’epilogo ^^ Bye ~♥