Canto di Natale di Lena

Lena Luthor ama essere positiva di fronte agli altri e il suo compito è quello di dare un nuovo volto all’azienda di famiglia, ma la sua più grande paura è di risvegliarsi e scoprire di non essere diversa dagli altri Luthor, come sua madre e suo fratello Lex. Per questo, quando capisce di provare dei sentimenti per Kara Danvers, decide di allontanarla da sé per paura di colpirla con una delle loro maledizioni, rifiutando il suo invito da lei per la Viglia di Natale.
Ma quella notte per Lena si trasforma in un viaggio.
«Dipenderà da te se fare del regalo un dono o… un’altra delle tue maledizioni»

 

Fan fiction su Supergirl | Lena/Kara (Supercorp) | Commedia, Introspettivo, Malinconico | FemSlash | Oneshot

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Il tempo trascorreva più velocemente di quanto sembrasse. Ormai Natale era alle porte e Supergirl e il DEO avevano portato all’arresto altri numerosi uomini appartenenti alla Cadmus, dopo quello di Lilian Luthor che aveva scosso tutti i media. Molti giornalisti di tv e riviste non si erano lasciati sfuggire il particolare più succoso di tutti: era stata la stessa figlia adottiva della donna, l’ereditiera Lena Luthor, a incastrarla e a chiamare la polizia. Che cosa avesse provato in quel momento e cosa provasse tuttora Lena Luthor erano le domande sulla bocca di tutti, ma aveva rifiutato qualsiasi intervista sull’accaduto, a parte una, la proposta della neo reporter della CatCo Kara Danvers. Per il caporedattore Snapper Carr era sembrata una manna dal cielo e aveva inviato Kara immediatamente; lei, tuttavia, era andata a trovarla con la paura nel cuore. Era ancora fresca dalle discussioni avvenute con lei nei panni di Supergirl e, per un attimo, quando aveva davvero creduto che Lena si fosse messa dalla parte di sua madre. Aveva avuto paura e, durante l’intervista, avrebbe dovuto fare finta di niente, avrebbe dovuto essere semplicemente Kara; Kara che, comunque, le aveva messo la pulce nell’orecchio nei riguardi di sua madre proprio poche ore prima dell’arresto.
Kara aveva riletto la domanda che si era scritta sul taccuino con palese nervosismo e imbarazzo, strofinandosi le dita delle mani poggiate con compostezza sulla gonna color panna. Aveva alzato gli occhi azzurri fino a raggiungere quelli verdi della giovane donna dall’altra parte della scrivania, che la aspettavano. «I-Io non volev-», si era fermata, risistemandosi gli occhiali con una mano, veloce, «È stato il mio caporedattore a farmi scrivere questa domanda, ma se vuoi, possiamo saltarla e gli dirò di averla cancellata. Per errore. Sì», aveva annuito con convinzione, mentre l’altra la fissava senza perdersi, di lei, un solo movimento di ciglia.
«Kara», l’aveva chiamata tentando un sorriso, «Non preoccuparti. Ho accettato io questa intervista, risponderò a qualsiasi domanda tu abbia da pormi».
«S-Sì, okay», aveva deglutito, riabbassando lo sguardo sul taccuino. «Dopo l’arresto di suo fratello», aveva preso una breve pausa per guardare di nuovo Lena negli occhi, «pensava di poter dare un nuovo inizio alla reputazione della sua famiglia a cominciare dalla Luthor Corp, diventata L-Corp. Ora che anche sua madre è agli arresti, pensa che la gente si fiderà ancora del nome dei Luthor?».
Lena sembrava dapprima seccata, poi aveva invece pensato di mettersi a ridere. «Kara, il tuo caporedattore vuole sapere se ho anche io in serbo un piano malvagio per la conquista del mondo?».
Aveva gonfiato le guance e scosso la testa, sbuffando un no camuffato in risata, fermandosi per pensarci un attimo, «Probabilmente. Sì». Aveva riso e Lena con lei.
«No. Non ho un piano malvagio per nessuno. E…», aveva preso fiato, prima di rispondere ancora, «penso che la gente abbia bisogno di tempo, soprattutto a luce degli ultimi eventi, ma…», aveva abbassato gli occhi, guardando la penna nera con cui giocherellava tra le dita, «potrebbe fidarsi di nuovo del nome dei Luthor. Sì. Scelgo di essere positiva».
«Lo farà senz’altro», le aveva sorriso, mettendosi a scrivere.
«Oh, tu ne sei certa… Cosa ti dà tanta sicurezza?».
«Tu», le aveva sorriso ancora, alzando la penna dal taccuino. «Tu hai scelto di stare dalla parte giusta. Sei diversa, Lena. Sei-», aveva abbozzato una risata e riabbassato la testa, quando si era accorta di essere di nuovo squadrata con attenzione dalla donna. «Sei una brava persona… eccezionale, direi, e presto lo capiranno tutti». Aveva ripreso a scrivere.
Lena non era certa di essere davvero quella persona eccezionale che Kara Danvers vedeva in lei, al contrario, era certa lo fosse lei, quella timida e solare reporter alle prime armi. Kara Danvers era l’unica che, in quel momento, aveva piacere di rivedere. Era l’unica che riusciva a strapparle un sorriso dalle labbra. Era l’unica. Kara era sempre molto gentile e la volta dell’intervista, addirittura, le era sembrata quasi in dovere verso di lei, come se si fosse presa a carico la sua tristezza per l’arresto di sua madre.
«Tra pochi giorni è Natale, che ne diresti se ti unissi a noi per la cena della vigilia?», le aveva domandato davanti alla porta del suo ufficio, a fine intervista, prima di andarsene.
A poco da lei, Lena aveva reagito con meraviglia. «Noi?».
«Io, mia sorella, la sua ragazza e alcuni amici».
«Oh…», Lena si era tirata indietro, portando le braccia a conserte. Aveva annuito debolmente, inumidendosi il labbro inferiore e, avendoci pensato a sufficienza, aveva risposto con un sorriso: «Ti ringrazio per il pensiero, Kara. Sono molto felice, e sorpresa, che tu me lo abbia chiesto».
«Ma… non verrai», aveva sussurrato lei, leggendo l’espressione sul suo viso.
«Sono presa da alcuni impegni, e poi c’è il lavoro…».
«Alla cena della vigilia?», aveva quasi sbottato, d’istinto: era chiaro che quella di Lena fosse solo una scusa. «Emh, perdonami…», aveva scosso la testa, «È che faremo dei giochi di società e», aveva riso e poi, spalancando la bocca e indicandola, aveva continuato a parlare colta da un’euforia improvvisa, «Oh, sì, dovresti assolutamente assaggiare i brownies di zia Molly, o meglio, la ricetta è di zia Molly, li faremo io e Alex… Poi ci sarà una specie di gara con quelli che porterà Winn, con la ricetta di sua nonna, sai, ne è molto fiero-», si era fermata lentamente, abbassando un poco la voce, quando Lena, che era stata ad ascoltarla catturata, aveva allungato il braccio destro verso di lei e, con un gesto delicato, le aveva spostato un ciuffo biondo dal viso. Nel gesto, le sue dita un po’ fredde le avevano accarezzato una guancia rosea, piano. Appena si erano spostate, Kara ne aveva percepito la mancanza. «D-Devi-Dovresti, sì», aveva riso, accorgendosi di essersi impappinata, «Dovresti proprio assaggiarli. Dovresti esserci».
«Sarà per un’altra occasione».
«Va bene».
Aveva declinato e l’aveva seguita con gli occhi andare via, davanti alla porta aperta. Dopo si era portata la mano destra sul viso e si era toccata una guancia a sua volta, richiudendo la porta. L’aveva capito già da un po’ ma aveva deciso di conservare tutto per sé: Kara Danvers le piaceva molto.
Non erano molte le persone che potevano vantarsi di piacere a Lena Luthor, anzi, lei credeva che l’essere freddi e distanti fosse un tratto familiare. Era stata adottata, tuttavia era convinta di credere che molte cose andassero al di là dei legami sanguigni e che certe maledizioni dei Luthor si erano attaccate a lei come catrame, tanto da renderla un’effettiva discendente. Non aveva un piano malvagio in serbo per nessuno ma, all’intervista, aveva mentito: temeva che, in un modo o nell’altro, sarebbe finita come tutti loro; dietro le sbarre, o pazza. Kara le piaceva ed era un bene per lei tenerla lontana il più possibile dall’oscurità dei Luthor. Non voleva che il suo solare sorriso un giorno potesse spegnersi a causa sua e, più di ogni altra cosa, non avrebbe sopportato mai che lei la guardasse in modo diverso da come la guardava quando le aveva chiesto di unirsi alla loro cena di Natale. Kara Danvers era speciale e Lena Luthor maledetta: non poteva permettersi di infettarla.
Ricordava con particolare affezione le parole di Supergirl dopo l’arresto di sua madre: «Tu sei tu, Lena. Noi possiamo essere ciò che vogliamo». Avrebbe tanto voluto che fosse così e, seppure solo per quel momento, aveva amato crederci, prima che la realtà le riaprisse violentemente gli occhi. Per questa ragione, quando Supergirl era andata a trovarla nel suo ufficio il giorno prima dell’intervista di Kara, lei si era chiusa a riccio e aveva preso una decisione che aveva pensato di comunicarle a caldo.
«Penso che dovremo tagliare i rapporti», le aveva detto poco dopo il suo ingresso dal balcone.
Supergirl l’aveva guardata con stupore, incrociando le braccia al petto. «Ah… Okay: perché? È per via di Lilian Luthor, della Cadmus , o…?».
«Niente di tutto questo», aveva chiosato, appoggiandosi contro la scrivania. «Che una Super e una Luthor collaborassero era già abbastanza ridicolo che avrei dovuto immaginare sarebbe finita in questo modo», aveva sussurrato quasi più per sé che per la supereroina, se non fosse che era dotata di superudito. «Semplicemente», aveva preso fiato, «credo sarebbe meglio per entrambe se le nostre strade si dividano».
Il suo sguardo freddo e diffidente aveva ferito Supergirl, ma lei non se l’aveva sentita di indagare oltre. Lena aveva deciso ed era tutto. L’aveva salutata e se n’era andata, dicendole che non sarebbe più riapparsa dal suo balcone. Lena era davvero certa che fosse la cosa migliore per tutti.
Per tutti, e sicuramente anche per se stessa.

Il tempo era passato davvero in fretta e dall’inizio di dicembre, a National City, dal cielo non scendeva che ghiaccio. Le strade erano lastricate e la brina si era depositata e insinuata ovunque, dai tettucci delle automobili ai vetri delle finestre. Anche in quella dell’ufficio di Lena Luthor che, senza dimostrare stanchezza, si era dedicata anima e corpo alla L-Corp. La sera della vigilia aveva mandato a casa la sua segretaria e tutto lo staff. In tutto l’immenso edificio, era rimasta solo lei e la guardia all’entrata che si era rifiutata di andare a casa sapendola lassù da sola. Solo per premura nei suoi confronti, infatti, alle ventidue spaccate Lena decise di chiudere tutto e lasciare che l’uomo tornasse a casa dalla propria famiglia.
«Signorina, le faccio arrivare una macchina?», le domandò vedendola andargli incontro.
Lei si fermò a poco da lui, allacciando con fretta il suo impermeabile. «Ho deciso di fare una passeggiata, Jeffrey, grazie. Vai a casa».
Lui aveva annuito, augurandole Buon Natale.
Buon Natale, ripeté nella sua mente. Non che amasse piangersi addosso, ma non ricordava di aver mai passato un Buon Natale eccetto forse quando era bambina: allora, vivere come una Luthor sembrava avere i suoi pregi, dopotutto.
Camminò a lungo per i marciapiedi ghiacciati osservando stretta nel suo impermeabile le luci calde dei palazzi, sentendo le risate di adulti e bambini che, uscendo dalle loro automobili, correvano per i marciapiedi per suonare i campanelli e poi abbracciare le persone a loro più care. Tutti si riunivano, tutti erano felici, eccetto lei. Era abituata a passare le sue sere di Natale da sola a bere vino davanti a un caminetto acceso, accanto all’unico addobbo che era un piccolo albero spoglio e un po’ vecchio, con i finti aghi di pino che si staccavano e gli lasciavano intorno un’aura verde sbiadita e grigia. Passando davanti alla palazzina dove abitava Kara, si domandava se avesse fatto bene a decidere di non accettare l’invito. La luce del suo appartamento era accesa e s’immaginò lei ridere e scherzare mangiando i brownies con la ricetta di sua zia, oppure assaggiando quelli del suo amico Winn, come aveva detto. Era certa che a Kara non servisse la sua cupa presenza per divertirsi. Quando controllò il suo orologio da polso, sotto i guanti neri, si accorse con un po’ di malinconia che la mezzanotte era già passata da dieci minuti. Aveva camminato parecchio. Alzò la testa verso il cielo e, perdendosi tra le stelle, chiuse gli occhi e arricciò le labbra, assaporando appieno il pungente freddo della notte sulla pelle. E poi, come per magia, un qualcosa di molto più freddo e bagnato: Lena aprì gli occhi e vide che, con sua meraviglia, aveva appena cominciato a nevicare. Da quando era lì, non ricordava avesse mai nevicato a National City. Sorrise, perdendosi in quello spettacolo meraviglioso, che non si accorse subito dell’ombra a metri distante da lei finché non se la ritrovò davanti. Soffuse lo sguardo, cercando di inquadrarlo.
«Jeffrey? Pensavo fossi tornato a casa». Lo raggiunse sbattendo i tacchi sul ghiaccio del marciapiede e per poco non inciampò.
Lui si infilò le mani nelle tasche dei grossi pantaloni marroni, in attesa. Appena le fu a fianco, rise sibillino, con una voce fine. Quella risata la stupì non poco: non si era mai lasciato andare a tanto in sua presenza. «Non sono Jeffrey», disse, girandosi.
Lena tornò un passo indietro, notando i suoi occhi di azzurro l’uno e verde l’altro. Era un uomo di colore ed era certa di averglieli sempre visti neri; non fosse altro, sembravano innaturali tanto erano accesi.
La giovane donna infilò una mano nella borsetta e strinse la sua pistola, ma lui la fermò, poggiandole accuratamente una mano sul suo braccio. Era caldo nonostante ci fosse tanto freddo.
«Non farlo», sussurrò, «Non sono qui per farti del male, sono solo un messaggero».
«M-Messaggero… di cosa?», strinse i denti e ancora di più la sua pistola, che non voleva lasciare. Se quello che aveva davanti era un alieno ostile, non si sarebbe fatta scrupoli a sparare un colpo.
«Messaggero di un regalo che stai per ricevere, signorina Lena», le sorrise ancora, lasciando la presa. Era come se si fosse fidato e lo guardò con stupore. Inoltre, come se potesse leggerle nella mente, poco dopo lo sentì dire: «Oh, non potresti spararmi, comunque. Hai dei problemi di fiducia, eh? E non solo quelli», rise, «a giudicare dal regalo che stai per ricevere».
Lena non lasciò andare la sua pistola, ma si fece più sciolta, intuendo di non essere in pericolo. «Di cosa stai parlando? Chi sei? Un alieno?».
«No, no», scosse la testa lui, «Sei fuori strada, bambina. Io sono qui adesso per prepararti a ciò che vedrai», si avvicinò ancora e lei si sentì lentamente catturata dai suoi occhi luminosi; erano come stelle nel buio. «Stai per intraprendere un breve viaggio. Non preoccuparti, tornerai sana e salva, ma non posso sapere in che condizioni. Non posso dirti se tornerai in meglio o in peggio. Dipenderà da te se fare del regalo un dono o…», si lasciò andare a una breve pausa, sorridendo ancora, «un’altra delle tue maledizioni».
L’uomo si staccò e lei si mantenne la fronte come provata, non capendo ciò che stava succedendo né, in particolar modo, ciò che sarebbe successo di lì a poco. Lui le fece cenno di seguirla e lei lasciò andare la stretta sulla pistola come se non avesse alternative, camminandogli a pochi passi di distanza.
«Sta arrivando», disse con voce calda, «Andrà bene».
La neve cadde più copiosa all’improvviso e le oscurò la vista, perse l’uomo con le sembianze di Jeffrey e continuò a camminare senza sapere dove andare, cercando di chiamarlo. Non si fermò finché non udì la voce di sua madre e, destabilizzata, tentò di guardarsi di nuovo intorno. La neve si stava dipanando, lasciando lo spazio a una luce calda ma distante. Lena sorrise entusiasta quando vide un grosso elefantino di plastica azzurra che, ricordava, per diventare una sedia bastava sollevargli la manopola sulla schiena: ne aveva avuto uno uguale quando era bambina. E poi vide il pupazzo giraffa: quando era piccola le sembrava più alto, lo poteva abbracciare. Ricordava che, una sera, aveva deciso di portare il caffè nell’ufficio di suo padre al posto della cameriera: inciampò su un tappeto e fece cadere la tazzina sulla sua giraffa, macchiandola. Aveva provato a lavare quella macchia tante volte e suo fratello, Lex, aveva girato il pupazzo faccia contro il muro per non far scoprire della macchia alla loro madre; purtroppo aveva guadagnato solo una settimana appena e poi lei lo gettò via. Lena si avvicinò, si tolse il guanto dalla mano destra sperando di poterla toccare, quando intravide la macchia di caffè sul collo del peluche e trattenne il fiato. Come poteva essere lo stesso?
«Lena? Lena, vieni subito qui».
Lei si voltò con paura a quell’improperio di sua madre. La vide: vestito aderente bianco, con un contorno di piume nel collo; le collane dorate e i bracciali; le scarpe con il tacco alto. I capelli erano raccolti in un alto chignon. Era molto più giovane. La raggiunse, sembrava stesse guardando proprio lei e come poteva essere altrimenti, ma appena mise piede in quel lastricato, una bambina le corse davanti, raggiungendo la donna.
«Mi sono stufata di questi capelli, Lena. Non riesci mai a sistemarteli da sola», disse quest’ultima, iniziando a passare con forza i dentini di un pettine nei lunghi e lisci capelli della piccola. Lei faceva delle facce addolorate, ma tentava con ogni mezzo di non dirle che le faceva male.
Aveva un vestitino rosso con un nastro nero in vita, la camicetta bianca come le spesse calze e infine le scarpette lucide e nere ai piedi. Lena spalancò gli occhi, incantata: quella bambina era lei. Era senza dubbi lei. Lo stesso neo nel collo, gli occhi verdi, quel vestito nuovo che, infilato la prima volta, le era stato stretto, le aveva fatto prurito e lo aveva odiato. Guardandosi in giro, si accorse di essere dentro al soggiorno del maniero dei Luthor: le tele nei quadri che rappresentavano la famiglia, in gran numero quelle di Lex da solista o con suo padre, lo sguardo fiero; e poi il divano bianco, le poltrone e, al centro, sul tappeto pakistano che tanto amava sua madre, l’immenso albero di Natale. Non lo ricordava così bello ed era rimasta affascinata: c’erano fiocchi azzurri e argentati, nastri rossi, palline di ogni colore; le luci gialle, quando era tutto buio, illuminavano ogni cosa per metri e i muri diventavano il cielo pieno di stelle. Si morse un labbro al ricordo di lei e suo fratello Lex coricati sul divano con le luci spente per riconoscere le forme sulle luci di Natale che vedevano nei muri.
«Ma dove sono finita…?», borbottò.
La porta a vetri si aprì e la voce della se stessa bambina interruppe i suoi pensieri, ascoltandola gridare con gioia l’arrivo di suo padre. Lilian aveva stretto le labbra con disgusto intanto che la piccola scivolava via dalle sue cure per correre da lui, che la prese in braccio al volo.
«La mia principessa», esclamò, abbracciandola e cullandola.
Era appena tornato dal parlare di affari con uomini che ricordava di aver visto sempre vestiti elegantemente. Molti di quegli uomini che, ora, avevano a che fare con lei.
Lo osservò a lungo, dalla barba sempre ben curata alla cravatta a righe azzurre e bianche, dalla testa con pochi capelli alle scarpe nere e più lucide delle sue. Lo ricordava più alto, e più robusto; sembrava una sagoma dell’uomo che era per lei. Alexander ‘Lex’ Luthor Senior che sarebbe venuto a mancare forse un anno più tardi.
«Papà…», mormorò, commuovendosi.
«Sette mesi e due giorni, per la precisione», puntualizzò la voce di suo padre, grossa, al suo fianco sinistro.
Lena sobbalzò, guardando l’uomo vicino a lei e dopo quello con cui giocava, dall’altra parte della sala, la se stessa infante: erano identici. «Sto diventando pazza…».
«No, non lo stai diventando», sorrise. Le mostrò la mano destra per stringergliela e Lena adocchiò immediatamente i suoi occhi, uno azzurro e l’altro verde, accesi.
«Sei sempre tu…?!».
«Affatto», rispose, «Io sono lo Spirito del Natale Passato, Lena». Le prese lui stesso la mano per stringergliela. «E sono qui oggi per dare un’occhiata insieme a te a questo Natale che è stato particolarmente importante, poiché l’ultimo prima della morte del tuo padre adottivo».
«Lo Spirito del… cosa? Mi stai prendendo in giro?», ridacchiò ma, vedendo la serietà dell’altro nella faccia di suo padre, strinse le labbra, facendo finta di non aver detto niente.
«Ti sembrerà più chiaro a breve, credimi».
La sala sembrò liquefarsi e ricomporsi rapidamente, cambiando, si ritrovarono in quella da pranzo davanti a un sacco di gente intorno a una lunga tavolata: erano presenti donne e uomini di prestigio vestiti molto eleganti, soci in affari della vecchia Luthor Corp e amici di famiglia di lunga data. La piccola Lena allungò una mano per toccare una delle candele rosse al centro della tavola e Lilian Luthor le pizzicò le dita, riportandogliela sul grembo. A capotavola, Lex Luthor Senior si alzò e, annunciando un brindisi, si rivolse al suo amato primogenito, seduto alla sua destra.
«Mio figlio sta imparando in fretta. Ora ha solo sedici anni e non viene preso sul serio, ma sa il fatto suo. Per me, è già un uomo d’affari e sono fiero di lui», applaudì e tutti con lui, «Presto sarà pronto per prendere le redini della Luthor Corp».
Lilian sorrise orgogliosa e Lena applaudì entusiasta mentre Lex si alzava dalla sedia lasciando il bicchiere con un po’ di vino bianco sul tavolo, sistemandosi la cravatta rossa sotto la giacca nera. «E io sono fiero di te, padre. Sei un grand’uomo e non potevo desiderare insegnante migliore».
Tutta la gente in sala si sciolse a quelle parole e Lilian si portò una mano sul cuore, applaudendo più di tutti. Lex si risedeva e Lena, quella adulta, lo fissava con odio.
Quel ragazzo guardava gli ospiti uno per volta con uno sguardo tremendamente sicuro di sé. Aveva i capelli tirati da un lato con un po’ di gel, un fazzoletto rosso sulla giacca, teneva il bicchiere in alto e, con compostezza, lo agitava prima di bere. E sorrideva a lei, la sua sorellina dall’altra parte del tavolo.
Lena strinse i pugni. Non diceva nulla, ma il suo respiro pesante parlava per lei.
«Ti starai chiedendo se già allora c’era un po’ dell’uomo che è diventato oggi», le disse lo Spirito del Natale Passato, «Molto diverso da ciò che si augurava vostro padre».
«Oh, non puoi davvero sapere tutto quello che mi passa per la testa».
«In effetti no, la tua è una testa particolarmente trafficata, Lena».
Chiuse gli occhi e decise di voltarsi, rigirando il suo odio per Lex verso quell’uomo, o quell’essere che fosse. «Perché mi hai portato qui?».
«Non spetta a me fornire le risposte, mia cara», scosse debolmente la testa, «A me spetta solo portartici».
Lo scenario cambiò ancora, veloce, trasportando i due nella sala precedente, davanti all’albero di Natale. La piccola Lena era seduta su una delle poltrone. Sbuffava e calciava, impegnata a slacciare e tirare il nastro nero che le stringeva il vestito in vita. Dalla sala accanto, quella da pranzo, si sentivano risate accompagnate da una musica lenta. Lei si annoiava a partecipare a feste del genere, era l’unica bambina, anche se a volte si sforzava tanto di essere come loro per non sentirsi esclusa e altre era costretta a parteciparvi da sua madre, a cui non poteva dire di no.
«Ricordo che a Natale, quando ero piccola, mi riempivano di doni», esclamò lei, «Allora aveva il suo fascino». Si voltò all’albero alle sue spalle e lo Spirito del Natale Passato con lei, guardando entrambi quanti pacchi regalo, grandi e piccoli, ci fossero sotto e accanto agli aghi di pino. «Adesso, vedendomi seduta lì, da sola, mi fa rivalutare tutto: credo mi riempissero di regali perché-», prese fiato, trattenendo un singhiozzo, «perché non potevano offrirmi altro».
Il giovane Lex, slanciato e posato, passò l’arcata che divideva le due sale con un piattino bianco tra le mani. Si abbassò all’altezza della sorellina e glielo porse: una fetta di torta con un cucchiaino d’argento.
«Nostra madre dice che stai mangiando troppi zuccheri, ma io non sono della stessa opinione», esclamò, «Mh, che ne dici?».
«Forse ha ragione lei», sbottò la bambina, continuando a giocare con il nastro. Poi alzò gli occhietti verdi ed esaminò la fetta di torta con tanta panna, mettendo attenzione, così allungando le mani per prendere il piattino, sorridendo al suo fratello maggiore. «Scherzavo».
«Ora ti riconosco», sorrise a sua volta. «E adesso mettiamo a posto questo nastro, prima che lei lo veda».
Le fece di nuovo il fiocco e la Lena adulta brontolò, girandoci la faccia. «Ho visto abbastanza, me ne voglio andare».
«Sicura di volerlo fare?».
Lena si irrigidì, mettendo le braccia a conserte. «Faccio solo fatica», disse lentamente, tentando di allontanare le lacrime, «a capire come possa lo stesso fratello che a sette anni mi portò una fetta di torta, ad aver tentato di uccidermi adesso».
«Ti senti tradita?».
«Lo sono?», domandò a sua volta, alzando le spalle.
Lo Spirito del Natale Passato con la faccia di suo padre allungò la bocca in una smorfia. «Io non fornisco le-».
«Risposte, ho capito», lo bloccò, per poi annuire e sorridere; una lacrima sgorgò senza che potesse trattenerla e la catturò con un dito. «Mi sento tradita. Lui mi voleva bene. Mi aveva accolto, mi proteggeva da mia madre e giocava con me; mi faceva sentire a casa. Dopo la morte di mio padre cambiò, diventò lentamente un altro e io non ero più stata in grado di raggiungerlo. È per questo che mi hai portata qui», lo guardò, «Per rendermi conto che ero sola anche allora e che l’unico dalla mia parte mi ha abbandonato».
Lui ansimò, guardando i due fratelli che si tenevano per mano, parlando. Si stavano avvicinando all’albero di Natale e così loro si misero da un lato, guardandoli spacchettare uno dei pacchetti insieme.
La Lena adulta li fissò a lungo prima che il suo accompagnatore potesse aprire bocca di nuovo: «È tempo per me di andare». Lei si voltò immediatamente, spaesata. «Non fare quella faccia, non rimarrai sola per molto, avrai presto compagnia».
Lena deglutì e lo vide sparire attraverso una parete, segnandosi il volto e l’altezza di suo padre.
«Lena», la voce di Lex catturò la sua attenzione, «Lena, guardami». Entrambe si voltarono. Lex era serio e loro lo diventarono altrettanto. Le avvicinò una mano al viso e gliela aprì d’improvviso: «Buh», esclamò, per poi mettersi a ridere. La piccola rise con lui ma la Lena grande restò seria, fissandolo, accorgendosi solo un momento più tardi che lo scenario la stava lasciando. Si scordò presto del caldo nella sala del maniero dei Luthor, ritrovandosi di nuovo su quella stessa strada in cui credeva di aver incontrato Jeffrey. Ma non stava nevicando, bensì piovendo.

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Reggendosi per il freddo, ormai fradicia e senza ombrello, corse per la strada lastricata di ghiaccio cercando di fare attenzione a non scivolare; una macchina la illuminò con grandi fari gialli e così si spostò da lato, ritornando sul marciapiede. Udì un tuono in lontananza e deglutì. A quel punto, pensò di aver sognato tutto e di essere sempre stata in mezzo alla strada a prendersi un malanno. Cercò il suo cellulare nella borsetta, riparandolo con una manica del suo impermeabile, ma il segnale non c’era. Richiuse tutto e si guardò in giro, scoprendo la luce della finestra in casa di Kara Danvers ancora accesa. Si affrettò a guardare l’ora ed erano appena le ventidue. Non poteva essere…
All’improvviso non sentì più la pioggia battere sulla sua testa già zuppa e si voltò, ascoltando una voce conosciuta alle sue spalle. «Ecco, così va meglio».
«Kara?».
Lei le sorrise; attraverso le lenti degli occhiali brillavano i suoi occhi, uno azzurro e l’altro verde.
Lena sbuffò. «Oh, sei tu…».
«Non essere così felice di vedermi», sorrise l’essere con le sembianze di Kara, tendendo la mano sinistra con un ombrello dorato verso di lei per proteggerla dall’acqua. «Sono lo Spirito del Natale Presente e sono qui per viaggiare con te, Lena».
Lei allungò lo sguardo verso la finestra illuminata dell’appartamento di Kara, sospirando. «Mi porterai là? Non è vero?».
Lo Spirito del Natale Presente sorrise. «Siamo già là».
Lena spalancò gli occhi, capendo di ritrovarsi all’interno dell’appartamento di Kara, intanto che l’accompagnatrice abbassava e chiudeva l’ombrello. C’era già stata, una volta sola, ma allora era molto diverso: dovunque si girasse era pieno di addobbi natalizi come nastri rossi e dorati, piccoli pupazzi di neve, finti pacchetti regalo sparsi come soprammobili, sul lampadario sopra la tavola scendeva del vischio. In un angolo vicino a una finestra c’era l’albero di Natale, pieno di ciondoli a forma di caramelle e ciambelle, Babbi Natale e piccoli angioletti, ben illuminato. La tavola era allestita per la cena, nessuno aveva ancora toccato cibo, a parte i dolci: era pieno di briciole e vassoi mezzo vuoti ovunque.
Due ragazzi erano sul divano davanti alla tv e giocavano con i videogame. Riconobbe Winn, il ragazzo che l’aveva aiutata una volta, e poi Mike, il collega di Kara che si era invitato al gala. Il primo indossava un farfallino rosso e una camicia a quadri, il secondo una semplice felpa. Non sembrava molto natalizio. Un altro ragazzo era vicino a loro e assisteva alla partita, facendo il tifo per Winn: era James Olsen, lo conosceva, aveva momentaneamente preso il posto di Cat Grant alla CatCo. Alla cucina, c’era Alex Danvers, la sorella di Kara che lavorava per l’FBI, in compagnia di un’altra donna. Doveva essere la sua ragazza: così le aveva detto Kara. Stavano assaggiando i brownies, l’una che imboccava l’altra.
Infine, ricercò lei, Kara. Era davanti a una finestra, da sola. Le spezzò il cuore, ricordandosi la se stessa bambina sulla poltrona. Si avvicinò, guardando il suo viso serio, a tratti malinconico. Non era da lei.
«Cosa le è successo?», domandò Lena allo Spirito del Natale Presente, vicino a lei. «Perché se ne sta da sola?».
«Ognuno ha i suoi momenti, penso», rispose, «Sono abbastanza certa che ci siano ancora parecchie cose che tu non conosci di lei».
Vicino a lei, sul davanzale della finestra, era poggiata una coroncina con le corna da renna; Lena pensò che prima dovesse averla indossata. «È triste…», mormorò, allungando una mano per una carezza. La sua mano si avvicinò al punto di toccarla ma non poté che ci passò attraverso come un fantasma. Riportò indietro la mano di scatto, stringendola con l’altra; quella sensazione le strappò il cuore dal petto.
«Sembra che tu ci tenga tanto a lei», esclamò l’altra Kara, «Ed eppure l’hai allontanata».
Lena si morse un labbro, guardando Kara con compassione, e poi l’altra, più freddamente. «Se fossi stata con me e l’altro fantasma che mi ha portato nel passato, adesso sapresti che la famiglia Luthor non fa che portare disgrazie. A quella cena di famiglia c’eravamo solo noi quattro, che ora o sono morti o sono in galera, a parte me: vuoi sapere dove sono gli altri Luthor? Spariti, pazzi, gente con cui non ho più rapporti o con cui non li ho mai avuti. Siamo tutti dei…», lasciò la frase a mezz’aria, guardando Kara con la coda dell’occhio.
«Maledetti», rispose lo Spirito del Natale Presente. «E tu ne sei certa». Non era una domanda, ma un’affermazione: sapeva che ne era certa.
«Non voglio che Kara Danvers entri in contatto con questa realtà».
«Oh, sei molto protettiva, Lena, ti fa onore», sorrise, «Ma hai mai pensato che magari vorrebbe poter prendere lei questa decisione? Dal suo punto di vista, penso, tu la stai allontanando senza motivo. Magari te e lei siete destinate a restare amiche per sempre, o c’è dell’altro, perché lo so che c’è dell’altro», sorrise e Lena si morse un labbro, riguardando Kara, con palese imbarazzo, «Ma non lo saprai mai se ti tiri indietro prima di cominciare».
«È proprio perché le voglio bene, che devo tenerla distante», ripeté, lo sguardo vacuo.
Lo Spirito del Natale Presente non controbatté, aspettando l’arrivo di Alex Danvers dalla cucina: aveva un brownie su un piattino e si leccava le dita di una mano sporche di cioccolato. Lena si spostò anche se lei non poteva toccarla, lasciando che prendesse il suo posto vicino alla finestra.
«Kara, devi assaggiare questo. È uno di quelli che ha portato Winn, con glassa alla vaniglia e scorza di arancia: credo di non aver mai assaggiato nulla di più buono».
Lei alzò lo sguardo come se si fosse appena svegliata da un sogno molto lungo, guardando il dessert e dopo sua sorella, preoccupandosi. «Ma ne rimangono per il dopo cena?». Lasciò il piattino nelle mani di sua sorella, infilando il brownie dritto in bocca e poi leccandosi le dita. I complimenti arrivarono in fretta, leccandosi anche le labbra. «Non è possibile che siano così buoni… Non possiamo perdere».
«Sono sconcertata quanto te. Comunque ne abbiamo ancora a quantità industriale», replicò. Prese la coroncina con le corna da renna e gliela infilò fra i capelli; Lena non si perse un secondo, fissando Kara. «Come ti senti? Stai pensando a loro?».
Kara perse lo sguardo di nuovo oltre la finestra, sospirando. «Lo sai, è strano: più scopro cose su di loro e più mi rendo conto di chi erano davvero, eppure, come ogni anno, a Natale il mio pensiero va a loro. E non festeggiavamo il Natale, ovviamente», brontolò un poco, senza guardare sua sorella negli occhi.
«Si tratta sempre dei tuoi genitori, Kara. Ti mancheranno comunque, non importa chi fossero. E ti volevano bene». Alex le sistemò i capelli dietro l’occhio in una carezza affettuosa che la fece sorridere, tirandole su il viso con le dita sul mento.
Lena era troppo occupata a pensare al loro discorso per rendersi pienamente conto che era appena stata gelosa di un gesto che avrebbe voluto poter fare lei. «Kara è stata adottata?», domandò con sorpresa allo Spirito del Natale Presente. «Questo… oh», sospirò, formando un sorriso, annuendo, «So perché siamo qui… Kara Danvers ed io abbiamo qualcosa in comune. Ma questo non cambia niente», disse a denti stretti, fissando lo Spirito, silenzioso, «Perfino Supergirl aveva provato ad avvicinarsi a me con un discorso simile: i suoi genitori pensavano di fare la cosa giusta come mia madre; così mi ha detto. Tuttavia, ho come la sensazione che i suoi genitori in ogni caso le volessero bene, qualsiasi cosa abbiano fatto, come quelli di Kara. Lei è forte, caritatevole, bella. Come potrebbero non volerle bene? Mia madre invece non mi voleva, non mi ha mai voluta; se non fosse stato per mio padre, non sarei nemmeno una Luthor». Ci girò il viso, rendendosi conto di essersi tolta un peso. «Mia madre è una persona… sbagliata. E complicata. Malata, magari», chiosò, «Nemmeno io la pensavo capace di tanto ma non ha importanza, non è nemmeno sul podio dei criminali per la famiglia Luthor».
Lo Spirito del Natale Presente la osservò a lungo, a labbra strette, prima di riprendere parola, sistemandosi gli occhiali in un gesto simile a quello della Kara originale. «Ti senti una Luthor a pieno titolo», osservò, «Ma cerchi anche un’altra opportunità o non avresti rinominato la Luthor Corp. Quindi, Lena Luthor, sei o no diversa dalla tua famiglia?».
Lei serrò le labbra con forza, guardando di nuovo Kara. Alex le portò un altro brownie che divorò in un batter d’occhio.
«Che ne dici, ceniamo?», domandò Alex, «Si sta facendo tardi e c’è chi domani lavora. Ormai non verrà più».
Kara annuì debolmente. «Va bene. Aveva detto che non sarebbe venuta, non dovevo aspettarmi diversamente». Si alzò dalla sedia, sfilando la coroncina con le corna da renna.
«Non capisco nemmeno perché tu l’abbia invitata! Figurati, è una Luthor: starà festeggiando il Natale circondata da persone eleganti in un soggiorno più grande di questa casa, ne sono certa».
Alle parole di Alex, Lena rabbrividì.
«Forse. Ma è sola», rispose Kara, fregando con le mani la coroncina, «E aveva detto di essere impegnata con il lavoro. Lei non è come la vedono tutti, Alex: è buona».
«Non puoi fidarti di lei», la sorella scosse la testa, «Lo sai».
«Alex, dalle una possibilità».
Lena si divincolò di colpo, portandosi dall’altro lato dell’appartamento, vicino alla cucina. I suoi occhi, come specchio, erano lucidi e le labbra rosse strette. Si appoggiò al tavolo, con le braccia in vita, una mano sul viso. Lo Spirito del Natale Presente la raggiunse a breve, senza fretta, intanto che, intorno a loro, tutto sembrò essersi congelato: tutti i presenti a parte loro ebbero cominciato a muoversi lentamente, le loro voci mute; perfino la pioggia fuori dalla finestra spingeva per cadere. Era udibile solo un lamento, piccolo e insignificante in un tempo normale, ora forte come un tuono: Lena singhiozzava, immobile. Appena lo Spirito del Natale Presente si fu avvicinato abbastanza, lei scattò come una belva, indicando le due ancora vicino alla finestra.
«Non può fidarsi di me? Oh, per favore, cosa pensa che sia? Un leone fuori da una gabbia allo zoo?», brontolò, trattenendo gli occhi lucidi. Lo Spirito non aprì bocca e l’altra si strinse di nuovo a se stessa. Oh, non tratteneva le lacrime per ciò che disse Alex, ma per ciò che disse Kara. Era la prima a voler allontanare Kara per via della sua famiglia e delle loro maledizioni, però lei credeva in Lena Luthor. Credeva in una Lena Luthor in cui lei stessa non credeva. In pubblico amava essere positiva, dimostrare di essere diversa con ogni mezzo, dare un volto nuovo all’azienda e alla loro famiglia, ma aveva sempre temuto di risvegliarsi un giorno e scoprire che non era affatto diversa da quelle persone. Anzi, sapeva di non esserlo e che le sue erano solo finte. Però, Kara Danvers…
Lo Spirito del Natale Presente fece un altro passo, fermandosi quasi addosso a lei. Lena alzò lo sguardo e una lacrima le macchiò l’impermeabile che si stava pian piano asciugando. «Ho una domanda».
«Forse non avrete risposte, ma avete domande. D’accordo, dimmi», mormorò, fregandosi gli occhi rossi.
«I Luthor hanno davvero delle maledizioni o, pensando di averne una sopra, se la autoinfliggono?».
Per via delle lacrime, Lena soffuse gli occhi cercando di vedere lo Spirito che le sorrideva ma, appena la scorse fare la mano con un gesto di saluto, capì che non era lei a vederci male, ma che quell’essere con le sembianze di Kara Danvers stava svanendo davvero. Si spostò dal tavolo quando lo sentì muoversi e presto capì che tutto intorno a lei stava tremando. Kara e Alex, Winn e Mike e James, e anche quell’altra donna, stavano venendo risucchiati dai mobili e dalle pareti come in un buco nero; dalla paura, Lena si mantenne di nuovo al tavolo, afferrando un gambo e scendendo sotto la tovaglia, chiuse gli occhi e sperò che tutto quello finisse presto. Voleva solo che finisse presto.

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Quando riaprì gli occhi, lo fece perché non sentì più alcun rumore. Vide di essere asciutta e di avere i capelli ancora legati in una coda, perfettamente ordinati. Avrebbe pensato a un sogno se non si fosse resa conto presto di essere ancora sotto il tavolo di casa Danvers. Sollevò la tovaglia bianca e si affacciò, uscendo dal suo nascondiglio improvvisato. Rimase a bocca aperta quando vide che tutto intorno a lei era vuoto. L’appartamento aveva ancora il divano e il mobile della televisione senza la televisione; i muri portavano il segno intangibile di ciò che c’era e ora non c’era più, svanito nel nulla. Riguardando il tavolo, scoprì che la tovaglia bianca era sparita e che doveva averlo fatto in quell’esatto momento. Con il respiro pesante dalla paura corse alla finestra e il mondo ricominciò a tremare. Si chiese cosa stesse succedendo, e se solo lei potesse percepire quel terremoto quando le macchine e i pedoni sotto casa continuavano i loro tragitti, indisturbati. Sbarrò gli occhi una volta, due, tre e lo scenario sotto casa cambiò a ogni tocco di ciglia: prima c’era traffico, poi non c’era più, alla terza volta era comparsa una voragine enorme in mezzo alla strada. Sbiancò, lasciando la finestra per correre alla porta e uscire. La lasciò aperta dietro di lei, non badando al tavolino davanti alla finestra nel corridoio con una foto di Kara Danvers e, a fianco, due candele accese.
Aprendo la porta e uscendo per la strada, scoprì che si era sollevato un vento ghiacciato capace di farle scivolare la maniglia dalle mani. Si infilò i guanti neri e si chiuse meglio l’impermeabile, cercando di avvicinarsi al cratere. Era più grande e profondo a ogni passo che faceva verso di lui. Affacciandosi sotto respirò con affanno, a bocca asciutta.
«Dove sei?», gridò poi, guardandosi intorno, «Vieni fuori, non puoi lasciarmi qui da sola». Riprese fiato, tremando come una foglia. «Mi hai sentito? Lo so che ci sei, fatti vedere». Urlò tanto forte che, nell’impeto, il tacco della sua scarpa sinistra scivolò e, prima che potesse accorgersene, la strascinò nell’oscurità di quel dirupo.
Credeva davvero sarebbe morta. Non importava cosa stesse succedendo, chi erano quelle persone con gli occhi uno azzurro e uno verde e se erano umani o alieni, sapeva solo che tutto quello era reale e che, cadendo là sotto, sarebbe morta. La sua maledizione aveva colpito, infine, anche se in modo che di certo non si aspettava. Forse era destino che lei e Kara Danvers si allontanassero senza più trovare modo di ritrovarsi. Proprio come suo fratello Lex, aveva perso Kara e questa volta per una sua decisione, senza riuscire a dirle cosa realmente provava per lei. Era stato tutto inutile. Chiuse gli occhi, si stava lasciando andare, quando si sentì tirare e sollevare di peso. Riaprì gli occhi per accorgersi di stare volando tra le robuste braccia di Supergirl.
Si aggrappò a lei, aveva paura di volare, ma era sempre meglio della morte.
Supergirl la riportò sulla strada e poi si assicurò con uno sguardo veloce che fosse ancora tutta intera.
«Non sai quanto io sia felice di vederti», le sorrise Lena ma, quando scorse i suoi occhi, si scansò con una spinta, sentendo un brivido salirle lungo la schiena. Un’altra scossa di terremoto la destò, aggrappandosi a un suo polso e poi lasciandoglielo. «Avrei dovuto capire che eri tu…», bisbigliò con sdegno, «Avrei preferito rivedere la vera Supergirl».
Lei la fissò con sguardo molto duro. «Sono lo Spirito del Natale Futuro, ti aspettavo, Lena Luthor. Supergirl non sarebbe venuta», esclamò senza scomporsi, con sguardo freddo, «In questo futuro, lei è morta».
Lena fece altri due passi indietro, spalancando gli occhi. Per un attimo, sentì davvero mancarle il terreno sotto i piedi. Lo Spirito del Natale Passato e poi lo Spirito del Natale Presente non avevano risposte e, per una volta che uno di loro gliene fornì una, si sentì spegnersi.
«M-Morta…?», soffiò quasi senza aria, guardandosi intorno. Solo pochi negozi avevano addobbato le proprie vetrine con le luminarie natalizie, altri erano chiusi e avevano le sbarre alle finestre, altri ancora il vetro rotto. C’erano macerie intorno al dirupo e, sbattendo gli occhi e riaprendoli, si accorse che era stato transennato e che c’erano agenti vestiti di nero che ispezionavano la zona ovunque. «Oh mio Dio…», mormorò; una nuvoletta di vapore uscì dalla sua bocca per via del freddo pungente, ma lei non sembrò più sentirlo. Non sentiva più nulla se non il suo cuore che batteva con ferocia tanto da sembrarle di scoppiare. Era leggera, la testa girava; non sapeva nemmeno come facesse a restare ancora in piedi. «Un futuro… quanto futuro? Cos’è successo? Supergirl…».
«È morta qui», disse glaciale.
Intorno a loro comparvero sbuffi di fumo che si trasformarono in immagini, intanto che un altro terremoto sballottò Lena che si mantenne di nuovo a quella finta Supergirl, volente o nolente. Dietro lo Spirito del Natale Futuro, le immagini mostrarono Supergirl in volo; la seguì con lo sguardo intorno a lei finché non si fermò davanti al dirupo: in quello sbuffo di fumo, la Ragazza d’Acciaio sembrò cercare di far sgomberare la zona piena di gente in urla e in lacrime e, facendosi forza, salire nel cielo per fermare un oggetto che si avvicinava in quella zona con estrema velocità. Un missile, forse; pensò Lena. Un missile che emanava luci verdi. «Kryptonite…», borbottò per sé, quando l’oggetto si scontrò con lei e si scatenò un’esplosione: l’impattò arrivò fino a terra formando il cratere e uccidendo chiunque fosse là sotto. Vide Superman arrivare, e gridare, perché era troppo tardi. Lena sentì il sangue farsi freddo. «Supergirl…», riuscì a dire, di nuovo, mentre quelle immagini sparivano, «Quando…? Quando?», si voltò a lei con disperazione.
«Il prossimo Natale. Il ventitré dicembre duemiladiciassette. Lui pensava di farti un regalo in anticipo, probabilmente».
«Lui?», ebbe un brivido, seguito da un’altra scossa della terra. Deglutì. «… Lex? È stato Lex?».
«Ha continuato nel tentativo di ucciderti, fino a quando non ha capito che sarebbe stato meglio, per te, soffrire come pensava di stare soffrendo lui, portandoti via la persona che ami», commentò con la solita freddezza. «Sapeva che mirare alla città in un punto molto trafficato sarebbe stato l’ideale, l’eroina non si sarebbe tirata indietro. Anche se sapeva che sarebbe morta. Con il suo corpo ha protetto National City: se non ci fosse stata, la città sarebbe stata spazzata via».
«Supergirl…», emise ancora, confusa. Amava Supergirl e lui l’aveva uccisa per ferire lei. Amava Supergirl. Supergirl? «Kara?», ringhiò a un certo punto, quasi sul punto di aggredire la sua accompagnatrice. «Dov’è Kara Danvers?».
In modo innaturale, persino per il volto di Supergirl, lei sorrise per la prima volta e lo scenario intorno a loro cambiò con una conseguente scossa di terremoto. Si ritrovavano all’interno della CatCo: riconobbe le scrivanie, le suonerie dei centralini che non smettevano di suonare, il rumore delle dita sulle tastiere. Eppure qualcosa era diverso e Lena, con quella sensazione di nausea che non l’abbandonava da quando era arrivata nel futuro, continuava a respirare con affanno. Supergirl era morta. Non riusciva a toglierselo dai pensieri. Vide che tutto il piano era stato addobbato con nastri rossi e dorati, c’era più silenzio di quanto ricordasse, e poi scorse un piccolo alberello di Natale in un angolo, dove molti vi avevano sistemato sopra dei foglietti colorati come palle natalizie; probabilmente contenevano i loro desideri. Vide una donna avvicinarsi all’albero e lei la seguì. Appena appoggiò il suo foglietto rosa su uno dei rami, Lena sbirciò, prendendolo in mano. Appena lesse, alzò gli occhi lucidi verso lo Spirito del Natale Futuro che la stava osservando.
«Non può essere…», biascicò senza voce, trattenendo di nuovo le lacrime. Lasciò andare il foglietto che planò sul pavimento e corse come poteva per il piano, identificando il capo di Kara, Snapper Carr, andandogli dietro. Al contrario di quando l’aveva conosciuto, non parlava né gridava, facendo passi corti e veloci. Entrò dietro di lui nel reparto dedicato alla scrittura e notò subito una foto con alcune candele accese intorno, e dei fiori, su una scrivania. «Kara», emise tremando, avvicinandosi e prendendo la cornice con la foto. Lei sorrideva come sempre e Lena passò il pollice sul vetro come per sfiorarle una guancia. Singhiozzò, ricordando quando l’aveva invitata alla sua festa e le aveva spostato un ciuffo di capelli dal viso, toccandole la pelle rosea. Era tutto. L’aveva toccata e Lex gliel’aveva portata via.
«Dicono che fosse là sotto, quando è successo», raccontò lo Spirito del Natale Futuro, restando davanti alla porta del reparto. «È la versione ufficiale, lei voleva aiutare. Una delle novantuno persone morte ieri, in questo futuro. Escludendo Supergirl».
Lena strinse le labbra e una calda lacrima le cadde dal viso, finendo sul vetro della foto, sul viso solare di Kara. Non poté fare a meno di ricordare l’invito, i suoi sorrisi, come balbettava dall’imbarazzo, il suo sistemarsi gli occhiali sul viso, come la guardava, il suo difenderla da tutto e tutti, perfino da se stessa, senza saperlo. «Era Kara il suo obiettivo primario», disse, cercando di mantenersi lucida, «Sapeva che lavorava con Supergirl». Erano morte entrambe. Quel pensiero la lacerava dentro; la voragine a National City si stava formando dentro di lei e la stava divorando in fretta, come un animale affamato. «Lui me le ha portate via entrambe», aggiunse tentando un sorriso, con il viso che si riempiva di lacrime. Rimise il portafoto sulla scrivania, sfiorando i fiori bianchi per lei. Kara Danvers era speciale, Supergirl la sua eroina. Le faceva più male se ricordava che, probabilmente, non era riuscita a dire cosa provava davvero a entrambe. «E mentre Lex si adoperava per portarmele via, io cosa facevo? Cos’ho fatto io per aiutarle?».
Lo Spirito del Natale Futuro la guardò in silenzio a lungo prima di provare a rispondere, freddo e distante come suo solito: «Nulla».
Una sola parola e a Lena mancò il fiato, portandosi una mano alla bocca, ricominciando a singhiozzare e a piangere. Un terremoto la fece traballare ancora e riuscì a non cadere solo tenendosi contro la scrivania. Lanciò di nuovo uno sguardo alla foto intanto che piangeva e si accorse presto che il reparto si stava nuovamente riempendo di sbuffi di fumo che portavano immagini e suoni.
Vide se stessa seduta davanti alla scrivania e con una pila di scartoffie da controllare, penna in mano, sola. Al di là della finestra sul suo ufficio, i palazzi erano ben illuminati dalle luci ad intermittenza del clima natalizio. Supergirl planò sul suo balcone e bussò al vetro della porta. Lena si voltò, la guardò, e ritornò ai suoi affari, decidendo di ignorarla. Fu allora che la Ragazza d’Acciaio aprì la maniglia con forza ed entrò senza permesso, subendo una Lena Luthor inviperita.
«Esci subito di qui o chiamo la sicurezza», tuonò, minacciandola con un dito contro il suo viso.
Supergirl parve ansimare, guardandola da capo a piedi, osservando le scarpe nuove sempre più alte, il suo lungo vestito a fiori che la stringeva in vita, invernale, e i capelli legati con uno chignon alto. Anche Lena si osservò ed ebbe paura.
«Devi ascoltarmi, Lena: National City è in grave pericolo».
«No», asserì la se stessa un anno più grande, «Tu sei in pericolo e devi andartene da qui».
«Non me ne andrò», la guardò negli occhi, avvicinandosi a poco dal suo viso.
Si guardarono con attenzione e infine la Lena del Futuro cedette, scansandosi e avvicinandosi di nuovo alla scrivania. Poggiò un dito su un pulsante del cordless e informò la segretaria di chiamare la sicurezza, ma quando si voltò, Supergirl se n’era già andata.
Lena aveva assistito alla scena tremando: sembrava lei, eppure rivedeva sua madre.
La voce di Kara Danvers la fece voltare e notò che, dall’altra parte della saletta, gli sbuffi di fumo le stavano mostrando altre immagini: Kara, coperta da un giaccone, parlava con la sua segretaria che non sembrava affatto intenzionata a lasciarla passare.
«Devo parlarle. Lo so che c’è, devo parlarle subito».
La donna continuava a rifiutarla nel tentativo di trattenerla e Lena Luthor uscì dal suo ufficio non appena udì dei rumori fin troppo molesti. Aveva le braccia strette a conserte, lo sguardo freddo; guardò Kara con sufficienza. «Torna a casa, Kara».
«No», esclamò con forza, cercando di passare, «Ti prego, devi ascoltarmi, non vuoi capire-».
«Non costringermi a chiamare di nuovo la sicurezza», chiosò, rientrando nel suo ufficio.
La Lena del presente si portò di nuovo una mano sul viso, turbata, vedendo Kara affliggersi e poi andarsene con fermezza: probabilmente quella era l’ultima volta in cui si sarebbero riviste. «Perché…? Tu sai le risposte… Dimmi perché?!», fece, rivolgendosi allo Spirito del Natale Futuro con le sembianze di Supergirl. Lena sbatté le palpebre e si ritrovò all’esterno: il vento era ancora molto freddo ma si stava calmando; era giorno e l’erba ricoperta di brina. Camminò fino a raggiungere una lastra di marmo, inchinandosi. Kara Danvers sorrideva anche lì. Pianse ancora, toccando la foto come se avesse potuto arrivare a lei.
«È vuota», commentò lo Spirito del Natale Futuro, «Non hanno rinvenuto nemmeno uno dei corpi. Sai, Supergirl credeva che la tecnologia della L-Corp potesse aiutare a neutralizzare quel missile. Altri volevano rubarla, lei si era impuntata affinché te la chiedesse e non ci fossero incomprensioni. Voleva il tuo aiuto e tu glielo hai negato», rispose lei. Il sole tiepido filtrava attraverso le nuvole e faceva brillare i suoi occhi uno azzurro e uno verde.
«Come ho potuto…?», pianse, inginocchiata sull’erba fradicia e ghiacciata, davanti a quella tomba.
«Credevi di fare la cosa giusta, Lena», non mancò di dirle, proseguendo, «E avevi frainteso. Ti sei innamorata di lei ma l’hai allontanata nel tentativo di proteggerla dall’oscurità della tua famiglia. È davvero ironico pensare che l’averla respinta per paura di una maledizione sia diventata la stessa maledizione».
Lena si voltò verso lo Spirito, a occhi sgranati e rossi, come il suo naso, e il viso bagnato di lacrime.
«Sì, Lena», aggiunse con il solito tono freddo, «Avevi ragione fin dal principio, non sei diversa. Ti sei risvegliata scoprendo di essere una Luthor a tutti gli effetti».
Batté gli occhi e si ritrovarono all’interno di una camera buia. Imperversò un altro terremoto, più forte, e Lena si alzò in piedi, cercando di restare in equilibrio finché la terra non si assestò di nuovo. Così si guardò indietro, verso una porta nera ben chiusa, e avanti, a uno specchio. Si avvicinò e si toccò il viso: intorno ai suoi occhi era bagnato ma dal naso, alla bocca e alla fronte, era arido e pieno di crepe. Prese una placca e iniziò a sfaldarla, a staccarla, a sgretolarla. Del suo viso non sembrò esserci null’altro che polvere che si stava depositando ai suoi piedi, sul pavimento di parquet scuro. Quando rialzò lo sguardo, però, capì di essere ancora perfetta, pallida, liscia, non un capello fuori posto. Era una Luthor. Ora si riconosceva. Era Lena Luthor. Ma non era ancora lei: quella che sembrava sua madre era la se stessa del Natale Futuro, che si stava avvicinando allo specchio dietro di lei e si guardava con attenzione. Le lasciò il suo posto per vederla toccarsi il viso come aveva fatto lei ma, al contrario, diventò presto livida di rabbia e si scagliò sullo specchio, gettandolo a terra e rompendolo in mille pezzi. Ne strinse un pezzo grande e affilato e, tagliandosi in questo modo la mano destra, lo lanciò contro la finestra, macchiando la tenda grigia di sangue. Solo ora, Lena si accorse che quella era la sua camera da letto.
La vide rompere tutto: rovesciare i quadri, buttare giù le coperte dal materasso, macchiare il tappeto bianco di sangue, prendere una lampada e lanciarla contro la finestra, che si ruppe. E infine gridò, gridò con tutte le sue forze, tanto da causare un altro terremoto e Lena si resse contro un muro.
«Non può essere questo ciò che mi aspetta», gridò a sua volta allo Spirito del Natale Futuro che la guardava con attenzione, pur restando distante.
«Non mentire, Lena Luthor: non ti aspettavi nulla di meglio per il tuo futuro».
«Non lo voglio, non lo voglio! Io devo salvare Kara… devo salvare Supergirl! Mi devi riportare indietro».
Lo Spirito con le sembianze di Supergirl provò a sorridere ancora, in modo forzato. «Potresti ripercorrere la stessa strada».
«Potrei», ammise, non appena si accorse di poter restare in piedi da sola e che il terremoto era passato. «Spetta a me decidere se fare di questo viaggio un dono… o una delle mie maledizioni», ripeté, ricordando le parole del finto Jeffrey che l’aveva iniziata al viaggio. «Mi devi riportare indietro! Ti prego».
Sopraggiunse in fretta un altro terremoto ma Lena non ebbe più nulla a cui tenersi poiché il muro svanì, spaccato e poi dissolto come aveva fatto la sua pelle davanti allo specchio. La stanza buia si stava rompendo e, sotto di essa, ricomparve l’erba bagnata e il cimitero. «Perché sembro essere l’unica a subire queste scosse?», domandò, guardando intorno a lei che tutto il resto ne veniva ignorato.
L’accompagnatrice sorrise: «Il futuro è incerto, Lena. Non è come le rotaie di un treno. Le scosse rappresentano il tempo che cambia e tu ne sei sensibile perché puoi ancora apportare cambiamenti. Puoi. Non significa che ci riuscirai. Questo è il futuro che ti aspetta seguendo il percorso che hai deciso di intraprendere».
«Lo cambierò», dichiarò a denti stretti, «Ricorderò ogni cosa», abbozzò un sorriso.
«Ogni cosa?», replicò, «Non penso. Puoi ricordare qualcosa, ma è difficile ricordare ogni particolare di un sogno».
«Un sogno?», tuonò, agitandosi; per poco non cadde dalla sedia. Alzò la testa di scatto che aveva appoggiato contro la scrivania fredda troppo a lungo; aveva il viso ghiacciato. Sbadigliò, portandosi una mano contro la bocca, e restò a fissare il nulla per un po’, prima di alzarsi con una spinta: «Kara».

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Doveva andare da lei. Doveva assolutamente andare da lei.
Lasciò tutto com’era sulla scrivania e afferrò l’impermeabile prima di uscire dalla porta dell’ufficio, infilandoselo nel tentativo di correre, seppure con i tacchi alti. Era ormai alle porte dell’ascensore quando si accorse di aver dimenticato la borsa, tornando indietro di fretta per recuperarla.
«Jeffrey», tuonò, chiamando la guardia appena fu uscita dall’ascensore. Controllò l’ora sul suo piccolo orologio da polso, scoprendo che erano appena le ventidue: poteva farcela. Kara sarebbe stata alla finestra, non stavano ancora cenando perché aspettavano lei, c’erano i brownies con glassa alla vaniglia e scorza di arancia. «Jeffrey», chiamò ancora, arrivata vicino. «Chiudi tutto e torna a casa. Buon Natale a te e famiglia», si avviò all’uscita con passo svelto.
«Grazie, signorina Luthor. Vuole che le chiami una macchina?», le domandò nonostante lei stesse già aprendo la porta.
Lei sorrise, tirando la maniglia d’acciaio. «No, grazie: non vorrei tardasse, ho un appuntamento».
Lasciò che la porta si chiudesse dietro di lei e Jeffrey sorrise soddisfatto, intanto che i suoi occhi, riflettendo alla luce del logo della L-Corp fisso su una costruzione di marmo al centro del salone, brillavano uno di azzurro e l’altro di verde. «Puoi tornare in meglio o in peggio», borbottò per sé con soddisfazione.
Si era dimenticata della pioggia e corse riparandosi la testa con la borsa per gran parte del tempo. L’impermeabile si inzuppò in fretta e lo stesso i suoi capelli, ma non smise di correre, rischiando perfino di scivolare a causa del marciapiede allagato. Al suo passaggio, bagnò lasciando gocce d’acqua come le molliche di pane di Pollicino per le scale e tutto il corridoio, arrivando davanti alla porta di casa Danvers. Una volta lì, il cuore accelerò tanto che le sembrò di svenire. Aveva paura; e tanta. Le parole di Kara che la difendevano e quelle di sua sorella che le dicevano di stare attenta a lei le ricordava ancora vivide nella sua testa, come se potesse riascoltarle ogni quanto lo credesse necessario. Sapeva che ciò che era accaduto era reale e non un sogno. Era reale camuffato in un sogno. O qualcosa del genere. Voleva crederci. E più di tutto voleva credere in un futuro migliore.
Raccolse tutto il suo coraggio e suonò il campanello, restando in attesa. Aveva il cuore in gola, tremava per il freddo, respirava con la bocca aperta, pesantemente. Quando udì dei passi venire verso la porta e poi il lucchetto scattare, ebbe un brivido più forte che le percorse tutto il corpo. La porta si aprì e Kara era lì.
La ragazza spalancò gli occhi e la bocca, colta completamente di sorpresa. «Cosa…?», emise, senza fiato.
«Kara, devo parlarti», furono le sue parole prima che l’altra la trascinasse dentro, anche se non era sua intenzione entrare immediatamente.
«Sei tutta bagnata, come hai fatto?».
«Beh… fuori piove e-», rise, vedendola mentre tentava di riscaldarla semplicemente passandole le mani sulle braccia, poi pensò di cominciare a sfilarle l’impermeabile.
«So come ti sei bagnata», brontolò, tirandole via anche la borsa. «Vado a mettere questo in bagno, è zuppo», si allontanò, per poi girarsi e ridere, mostrando l’impermeabile, «Intendevo che metterò questo in bagno, questa…», le rimise la borsa nelle mani, accompagnando il gesto da un altro sorriso.
Kara sparì e Lena restò davanti alla porta, immobile, sotto lo sguardo attento e stupefatto degli altri invitati. Mike, Winn e James erano sul divano come nel suo viaggio nel Presente, mentre Alex e l’altra donna stavano mangiando i brownies dietro la cucina. Alex sussurrò qualcosa come per dire che non immaginava si sarebbe fatta viva e le andò incontrò per aiutarla e farla ambientare, ma Kara ritornò in fretta e la prese con sé prima che potesse aprire bocca.
«Sei tutta bagnata, ti ammalerai se non ti metti addosso qualcosa di asciutto», disse, aprendo le ante dell’armadio nella sua stanza.
L’unica luce era quella che filtrava dal lampione oltre la finestra chiusa e Lena entrò quasi in punta di piedi, tremando. Era la prima volta che vi metteva piede e si guardò ogni particolare con attenzione: il letto un po’ scosso, come se le piacesse camminarci sopra, dei pantaloni sul materasso e due maglioncini erano gettati sulle sedia in un angolo della stanza, vicino all’armadio; ai piedi del letto, sul tappeto, c’erano un paio di scarpe. L’avrebbe creduta più ordinata, notò, sorridendo. C’era qualche addobbo natalizio anche lì, come dei finti pacchetti regalo su un mobile e dei rametti appesi sul lampadario, che era certa fossero vischio. Kara tornò indietro con una camicia e un maglioncino, diede un’occhiata e lei, e così tornò all’armadio, portandole un maglione soltanto, grosso e caldo. «Eliza me lo aveva regalato lo scorso Natale, ma non mi andava di metterlo oggi. Lei è mia madre, sai…», si lasciò scappare una risata, «Tu non dirlo a nessuno, va bene?», le sorrise, porgendoglielo.
Lena non si lasciò sfuggire il fatto che chiamasse per nome sua madre, o meglio la sua madre adottiva. Il maglione era rosso, aveva un pupazzo di neve al centro, in mezzo alla neve, e nello sfondo Babbo Natale viaggiava con la sua slitta trainata dalle renne, lasciando cadere un regalo. Oh, normalmente non avrebbe mai indossato una cosa del genere, non l’avrebbe mai scelta di certo, ma glielo stava offrendo lei e in quel momento sapeva che avrebbe fatto qualunque cosa se glielo avesse chiesto. Lo prese con sé sfiorando le sue mani calde e la vide tornare indietro per portarle un pantalone.
«Ti terrà in caldo», le sorrise, alzando le mani per toccarle i capelli. Lena si sentì bollente. «Sono ancora umidi. L’appartamento è caldo ma possiamo asciugarli».
«Devo parlarti… Kara», le disse di nuovo, senza risponderle.
Si guardarono negli occhi per non si sa quanto tempo, prima che Kara potesse accennare un sorriso e abbassarli, con evidente impaccio. Scosse la testa. «Prima cambiati, va bene? Non ti lascerò prendere un malanno». Diede una pacca sul pantalone sulle sue mani e la lasciò, riaprendo la porta. «Lena» la chiamò voltandosi un’ultima volta verso di lei, prima di chiudere e lasciarla sola il tempo di cambiarsi, «Sono contenta che tu sia qui».
«Anch’io», sorrise a sua volta.
Kara sembrava voler evitare qualsiasi cosa avesse da dirle Lena. Quando quest’ultima finì di cambiarsi, uscì dalla camera da letto con grande imbarazzo. Kara si avvicinò di nuovo a lei e sperò di poterla prendere da parte un momento, ma al contrario la trascinò dal resto degli invitati e li presentò di nuovo e viceversa, anche se alcuni la conoscevano già. Poi cenarono tutti insieme, con mille auguri per il prossimo anno e qualche bicchiere di troppo. Alex rimise sulla testa della sorella la coroncina con le corna da renna come nel viaggio nel Presente ma, dopo un qualche tempo, lei se la sfilò per farla indossare a Lena, mettendogliela lei stessa e poi ridendo. L’avvicinamento delle due non passò inosservato, ma nessuno osò chiedere qualcosa. Sia James che Winn adocchiarono la scena e poi scambiarono uno sguardo interrogativo tra loro, come Mike, che provò a prendere l’attenzione di Kara il più delle volte, restò piuttosto perplesso, non sapendole tanto amiche. Tuttavia era Alex quella che controllava le due più di tutti, a trattati contrariata, quando Maggie, la sua ragazza, non riusciva a distrarla.
Giocarono a carte e Lena vinse tutte le mani; non sapevano fosse tanto brava. Alex la sfidò più volte, in solitaria, ricercando una vittoria che non arrivò mai. Infine Maggie la trascinò lontano dagli altri, sul divano, o non avrebbe smesso di chiedere rivincite.
Fecero la loro gara al brownie più buono e quelli di Winn con glassa alla vaniglia e scorza di arancia furono i più apprezzati. Solo Kara e Alex votarono per i propri, come Mike, lasciandosi convincere da uno sguardo minaccioso della prima. A Lena toccò il verdetto e non riuscì a mentire, dicendole che le dispiaceva, ma che erano senza dubbi quelli di Winn i brownie più buoni. Alex e Kara chiesero di riprovarci l’anno prossimo, annunciando la loro sicura vittoria.
Al sentirle parlare del prossimo anno, Lena perse il suo sorriso e guardò Kara con ancora più insistenza; uno sguardo che in molti catturarono, la stessa Kara, che fece finta di niente.
«Pensavo non saresti venuta…», le disse Alex dei minuti più tardi. Era seduta sul divano e Maggie era accanto a lei, appoggiata la testa sul suo petto. Parlava con Kara seduta dall’altro lato del divano. Lena era seduta davanti a loro, giocando nervosamente con la coroncina con le corna da renna nelle mani. «Ti credevo sommersa di lavoro».
«Lo ero», ammise, «Inizialmente non dovevo venire».
«E cosa ti ha fatto cambiare idea?».
Gli occhi verdi di Lena si posarono irrimediabilmente su Kara che, anche se fingeva di non ascoltare, l’aveva guardata a sua volta. Sorrise, e rispose sicura di sé: «Sto raccogliendo informazioni per il mio piano malvagio per la conquista del mondo».
Alex restò a bocca aperta intanto che Kara rise e Maggie con lei, prendendo in giro la ragazza, chiedendole di rilassarsi un po’. Alex non ebbe modo di rispondere che Mike gridò di felicità, saltando dalla sedia e gettando le carte sul tavolo. James e Winn si lamentarono di aver perso e le ragazze si girarono verso di loro, ridendo.
Chiacchierarono e giocarono ad alcuni giochi di società con la solita Alex che non amava perdere, finché Maggie non decise di portarla via prima che potesse esagerare. Erano le due meno un quarto ormai e avevano comunque tutti deciso che si sarebbero scambiati i regali l’indomani, cosi Winn pensò di andarsene anche lui, e James lo seguì a ruota, sfruttandolo per un passaggio in macchina. Si stavano rivestendo, prendendo ognuno le proprie cose.
«Oh, allora io vado a vedere se il vestito e l’impermeabile di Lena sono asciutti», pensò a voce alta Kara, tentando di allontanarsi. Pensava di fare in un attimo, doveva solo prenderlo e scuoterlo un po’, portarlo in camera da letto per scuotere il vestito che lei aveva lasciato lì e sarebbe stato tutto pronto, ma Mike la interruppe chiedendole se potesse stare ancora un po’ da lei, con sguardo innocente. Non sapeva cosa dire: guardò lui, dopo Lena che indossava ancora il suo maglione rosso di lana, e irrimediabilmente il suo sguardo finì su Alex. Lei intervenne subito:
«Macché», prese il ragazzo per un braccio, tirandolo verso di lei. «Tanto ci scambieremo i regali domattina e Kara è stanca. Maggie ed io ti daremo un passaggio, ti conviene approfittarne».
Lui guardò entrambe, tentò di dire qualcosa, ma alla fine Alex riuscì comunque a portarlo via. Appena chiusero la porta e loro li salutarono, Kara tentò di svignarsela prima che Lena la interruppe, guardandola con attenzione, com’era solita fare:
«Mike è… un bel ragazzo».
Kara sorrise a sua volta. «Davvero? Non lo avevo notato».
«Tu e lui…».
«Oh, no, no», scosse la testa, ridendo, «Mike ed io siamo… siamo solo amici, sì», annuì, riuscendo infine a chiederle di aspettarla il tempo di controllare se la sua roba fosse asciutta. Sparì in bagno e dopo la sentì andare in camera, così la seguì con passo lento e pensieroso.
«Stavo pensando che non ti ho ancora fatto un regalo», esclamò, continuando a camminare.
Sentì Kara ridere. «Lena, non mi devi fare nessun regalo».
Entrò nella stanza e la trovò con l’impermeabile e il suo vestito stretti tra le dita delle mani. O almeno pensava fossero quelli, c’era troppo buio per esserne certa. Kara la sentì e si voltò, restando immobile. Aveva come la sensazione di averla colta nel fatto, non riusciva a capirla: quella ragazza era così strana, così adorabile. Così misteriosa a volte, ma così semplice allo stesso tempo. Non c’era una sola cosa di lei che non l’attraesse. Sapeva che era speciale; era tutto. E che avrebbe fatto qualsiasi cosa per non perderla.
Kara aprì la bocca, in procinto di dire qualcosa, come in preda al panico. Lena non aspettò che parlasse: quello era il suo momento, non ne avrebbe avuti altri di così perfetti. Divise la distanza che le separava in fretta e infilò la mano destra dietro la sua nuca, sotto i capelli, avvicinando le labbra alle sue. No, in fondo non avrebbe avuto bisogno di dirle qualcosa nemmeno lei. La baciò, chiudendo gli occhi, e sentì Kara fare lo stesso. L’impermeabile e il vestito caddero ai loro piedi e le mani di Kara restarono per aria, senza sapere cosa fare. Lena la lasciò andare e, portandole le mani sul viso, le sfilò gli occhiali, lasciandoli scivolare sul vestito, circondandole poi il viso e baciandola ancora. Il vischio era sopra le loro teste.
Kara sorrise con palese nervosismo, staccandosi piano.
«Non dovevo…?», domandò Lena, ancora troppo vicina alle sue labbra.
«No», abbozzò un sorriso, sospirando, e avvicinò le sue mani al viso pallido di lei, questa volta, «Non è quello… Da un po’ mi chiedevo se l’avresti mai fatto», la baciò subito, affondando nelle sue labbra.
Si strinsero, sentendo solo i respiri di entrambe in quella notte natalizia di pioggia.
Sapeva di amare Kara. Di averlo sempre fatto dal momento in cui la vide la prima volta entrare nel suo ufficio; era stato come respirare davvero per la prima volta. Eppure, pensandoci, era quasi certa di ricordare che, durante il suo viaggio, lo Spirito del Natale Futuro intendesse che lei a un anno di distanza sarebbe stata innamorata di Supergirl. Era stata lei a parlare di Kara e lo Spirito a mostrargliela, non viceversa. Supergirl le piaceva, non poteva dire diversamente, ma era Kara quella di cui si era innamorata. Si avvinghiò a lei, stringendole un fianco e accarezzandole una guancia bollente con l’altra mano, continuando a baciarla. Probabilmente, pensò, o stava già cambiando il futuro o, da un anno a quella parte, avrebbe scoperto la vera identità di Supergirl. E non vedeva l’ora.

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2yx2pea

La fan fiction partecipa al FemStmas16, iniziativa indetta sul gruppo di FB di ‘In femslash, we trust‘, sul Natale!
Il fandom era libero ma essendo particolarmente in fissa con le Supercorp non ho resistito, mi è subito venuta in mente Lena al posto del vecchio Scrooge alle prese con i tre fantasmi del Natale Passato, Presente e Futuro. È solo ispirato al celebre romanzo di Charles Dickens, ho preso solo la formula e il resto è venuto su da sé.

Qualche nota:

  • Dubito che la L-Corp sia così “vicino” all’appartamento di Kara ma mi serviva che fosse così.
  • Per inserire il signor Luthor nella fan fiction ho fatto una ricerchina e, non trovando granché, ho chiesto anche aiuto. Sono arrivata alla conclusione di poter inventare il personaggio di mio e così ne è uscito Alexander ‘Lex’ Luthor Senior. Negli Stati Uniti si usa dare il proprio nome al figlio maschio, così Lex sarebbe un Lex Junior. Nel telefilm, se mai introdurranno la sua figura, sarà per ovvie ragioni un uomo diverso.
  • Beh, in fin dei conti mi sono inventata tutta l’infanzia di Lena e discorrendo, non poteva essere altrimenti.
  • Essendo una fan fiction Lena centrica ho sacrificato molti altri personaggi “di sfondo”. Chi ne ha sofferto di più è la povera Maggie, ma Lena non la conosce e non avrei saputo fare diversamente.
  • Con una frase all’inizio, collego alla fan fiction questo piccolo missing moments scritto un mese prima: La pecora nera.
  • Zia Molly who? Personaggio a random XD
  • Fan fiction scritta dopo l’episodio 2×08. Non tengo conto di quelli successivi.

 

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